Azione!

Dal 15 al 22 maggio, Zerozerocinque lancia una settimana di net global mob. Un movimento globale che richiama oltre 500.000 attivisti in tutto il mondo e che chiede da anni l’introduzione di una tassa sulle transazioni finanziarie (TTF), per far pagare gli speculatori finanziari e ridurne libertà d’azione. In Italia e in oltre 30 Paesi, dall’India al Brasile dalla Danimarca al Sud Africa, le campagne che da anni promuovono l’introduzione di una Tassa sulle Transazioni Finanziarie chiedono ai cittadini dei propri paesi di informarsi, di attivarsi e di promuovere questa causa che non è più solo una brillante idea ma un progetto politico da realizzare. Far sentire il consenso dell’opinione pubblica per questa tassa è decisivo per le scelte politiche che i nostri Governanti stanno operando. La settimana si concluderà proprio alla vigilia del “vertice sulla crescita nell’Unione Europea” che il 23 maggio riunirà a Bruxelles i capi di Stato e di Governo dell’Europa a 27. Un appuntamento istituzionale cruciale per le sorti di tutti noi, cittadini europei e per il futuro del nostro continente. La posta in gioco è altissima. È in discussione il modello di convivenza e sviluppo che l’Europa – tutt’altro che ripresasi dal recente tracollo finanziario, con un indebitamento pubblico insostenibile, una economia stagnante e un livello di disoccupazione allarmante – vorrà seguire nell’immediato futuro. Tra i temi del vertice del 23 maggio anche la TTF. Il tempo per una TTF europea è ormai maturo! Dalla data della presentazione della direttiva da parte della Commissione Europea sono passati quasi otto mesi, il dibattito tra detrattori e sostenitori della proposta si è avvalso di notevoli contributi che dimostrano la fattibilità e l’utilità di questa tassa. L’impossibilità di una decisione unanime in seno al Consiglio Europeo è chiara da tempo. Troppo forte l’ostilità del Regno Unito (che si oppone con veemenza a qualsiasi riforma di quella finanza che con pratiche sempre più predatorie e svincolate dall’essere funzionali all’economia reale ha portato l’Europa sull’orlo del baratro, rendendo interi Stati ostaggio dell’umore turbolento dei mercati e impoverendone i cittadini) e altre economie finanziarie preoccupate per l’eventuale, inverosimile, fuga di capitali di carattere meramente speculativo (che nutrono, va ribadito, poco appetito per investimenti nell’economia sana). Perseguire quindi l’unanimità a tutti i costi dei Paesi Membri sulla TTF serve solo ai detrattori della tassa per fare arenare il processo di riforma. Ma un’alternativa all’apparente empasse esiste! Si tratta della procedura di cooperazione rafforzata, una procedura decisionale che può essere promossa da 9 Paesi Membri proprio per bypassare le reticenze di altri stati verso interventi legislativi che rafforzino l’integrazione in alcune aree, tra cui quella fiscale. Non è un caso che 9 Paesi Membri dell’UE tra cui l’Italia si sono recentemente rivolti con una lettera aperta alla Presidenza danese dell’Unione Europea per accelerare il dibattito sulla proposta di direttiva sulla TTF. Una cifra simbolica o un chiaro riferimento alla cooperazione rafforzata (sostenuta anche dal Parlamento Europeo) e alla decisione di andare avanti ad ogni costo, qualora il consenso unanime fosse definitivamente tramontato? Quella della cooperazione rafforzata è una strada più che percorribile: nell’attuale scenario dei negoziati europei a porte chiuse sulla TTF è il vero inizio di un percorso riformatore. Un percorso cui altri Stati potrebbero unirsi in seguito. La campagna Zero Zero Cinque insieme a tutte le campagne europee chiede con forza che l’Italia e gli altri Paesi che sostengono l’introduzione della tassa europea sulle transazioni finanziarie applichino la procedura della cooperazione rafforzata e implementino una misura capace di riportare la finanza al servizio dell’economia reale, ostacolando con efficacia lo sregolato e dannoso strapotere del casinò finanziario.

da ZEROZEROCINQUE

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Internet, il chiodo fisso della grande porcilaia politica

Nel nuovo disegno liberticida che l’establishment dei nominati sotto inchiesta, già condannati, in attesa di processo o rinviati a giudizio per vari reati, tra i più gravi, associazione mafiosa e mala gestione dei fondi pubblici, gli onorevoli maiali provano a lanciare un nuovo attacco alla libertà di informazione. Mentre gli italiani si aspettano norme severe contro la corruzione, i basisti del PdL non trovano di meglio che infilare nel testo della bozza Severino sulle intercettazioni, già depositato alle Commissioni Affari costituzionali e Giustizia della Camera, la nefasta “norma ammazza blog” che appena cinque mesi fa era stata ritirata ignominiasamente dal suo relatore l’ex ministro prestanome Angelino Alfano. La norma in questione prevede che ogni gestore di sito informatico abbia l’obbligo di rettificare ogni contenuto sulla base di una semplice richiesta di soggetti che si ritengano lesi senza possibilità di replica e chi non rettifica entro 48 ore paga fino a 12mila euro di multa. Identica alla norma contenuta all’art. 1/29 del vecchio ddl Alfano firmato nel 2009 e approvato nel 2010 dal Senato (clicca qui). Le lobby dell’industria e dell’informazione stanno facendo pressione sul governo affinché l’infame legge sia adottata il prima possibile. Ciò darebbe all’Autorità delle Comunicazioni (AGCOM, i cui membri nominati dai partiti operano con poca trasparenza e rispondono ai diktat degli interessi politici e industriali) il potere di chiudere qualunque sito internet per il semplice sospetto di violazione del diritto d’autore. Sembra essere ritornato protagonista della scena politica il bavaglio e ci sono pochi dubbi su chi ne abbia chiesto l’inserimento nel testo: il “Debole, vanesio inetto come leader europeo moderno. Fisicamente e politicamente debole le cui frequenti lunghe nottate e l’inclinazione ai party significano che non si riposa a sufficienza”, lo stallone di Arcore Silvio Berlusconi. Forse sul regno tragicomico del predatore di minorenni si vorrebbe fare calare il sipario, diciamo così a titolo di buonauscita, o magari è in arrivo un’altra tempesta giudiziaria o più scandaloso c’è di mezzo il succulento banchetto delle aste televisive, e quindi meglio silenziare tutto, perchè per lui internet è pericolosa perchè incontrollabile e fuori dal suo impero? Nel 2009 la Rete si ritrovò per una volta schierata tutta dalla stessa parte. Il rischio però oggi è ancora più grande perché il governo golpista del boiardo Monti potrebbe essere orientato a porre l’ennesimo colpo di fiducia per accelerare i tempi, e quindi escludere la possibilità di correzioni al testo. Per di più dato che il tema del contendere sono le intercettazioni, la questione dell’informazione online potrebbe essere totalmente trascurata. Non ci vuole un esperto di diritto per capire che l’esecutivo dei professori banchieri al servizio della partitocrazia ladrona non ha percezione della differenza tra siti informatici professionali e amatoriali. Dire che talune persone siano dei criminali è più che corretto. Questo elemento è probabilmente un dettaglio, perché quel che è esplicitamente evidente è l’obiettivo – in perfetto stile mafioso – di tappare la bocca alle voci scomode. La manipolazione mediatica ormai non ha confini. Nel Terzo Millennio, per i servili media mainstream informare vuole dire amplificare la voce del padrone. Così, invece di ribellarsi contro il sistema, l’individuo rimane vittima dell’ignoranza e nella mediocrità dei cui effetti è l’inibizione della sua azione. La verità rende liberi.

ACTA, quando i regimi agiscono in silenzio

Acta est fabula”: sono le parole pronunciate sul punto di morte da Ottaviano Augusto. Stanno a significare che lo spettacolo è finito, non c’è più nulla da aggiungere. A finire molto presto potrebbe essere ogni parvenza di libertà, dal momento che il prossimo 11 giugno il Parlamento Europeo dovrà esprimersi sulla ratifica dell’Acta, un accordo commerciale anti-contraffazione, già siglato, fra gli altri, da Australia, Canada e Stati Uniti. È drammaticamente ridicola la presenza di un articolo, nel testo dell’accordo, che si intitola “trasparenza”, visto che l’ACTA è stato dichiarato esecutivo dall’amministrazione Obama ancora prima che lui stesso lo firmasse, scippando al Congresso la competenza a decidere su questa materia. Ma c’è di più: il Presidente statunitense ha rifiutato di fornire dettagli e spiegazioni per evitare eventuali “danni alla sicurezza nazionale“. Entrando nel merito dei contenuti, l’accordo è definito “indispensabile per sostenere la crescita economica in tutti i settori industriali a livello globale” e si conclude con la possibilità di adesione per ogni membro dell’Organizzazione Mondiale del Commercio. L’ambito è dunque quello della globalizzazione e dei vincoli stringenti imposti dalla WTO, che opera spesso in sinergia con la Banca Mondiale e il Fondo Monetario Internazionale e che vede una posizione di predomino da parte degli USA e del ruolo delle multinazionali a stelle e strisce. Cosa prevede in concreto l’ACTA? Questo accordo (clicca qui, ndr) fissa norme stringenti sul copyright, sulla proprietà intellettuale e sui brevetti. A questo proposito è doveroso segnalare come spesso vi siano stati e vi siano grandi aziende che si impadroniscono di brevetti al solo scopo di eliminarli dalla circolazione, per evitare che ad esempio progetti innovativi e utili possano minacciare la loro posizione di mercato o i loro prodotti. Ma tornando allo specifico, l’ACTA difende anche le multinazionali da possibili usurpazioni (di profitti, si intende).

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Censura all’italiana, i panni sporchi si lavano in Rete

A questo punto va riconosciuto che nella catastrofe d’Italia la più magra figura (per non dire di merda) l’ha fatta l’on. Giovanni Fava (Lega Nord, seggio n° 356), un ometto svelto che presume troppo dalla sua furberia. È saltata infatti la «Legge comunitaria 2011», ribattezzata «legge bavaglio al web», che prevedeva che «qualunque soggetto interessato» avrebbe potuto chiedere al provider la rimozione di informazioni presenti su internet considerate illecite e obbligava il fornitore del servizio a monitorare preventivamente qualsiasi attività dei propri utenti, pena il concorso di colpa. La norma, proposta dall’omino verde è stata soppressa durante la discussione alla Camera. Contro hanno votato Pdl (incredibile ma vero), Pd (radicali inclusi), Udc, Fli, Idv e Api, a favore solo lo stato maggiore della Lega, 57 generali con attendenti, familiari e bagagli. Gli emendamenti, che hanno cancellato l’intero articolo 18 del testo, sono invece passati con 365 voti a favore, e 14 astensioni. Indugiamo su questa miserevole pletora di ciarlatani leghisti e furbeschi cortigiani. È nel loro stile cogliere prontamente le occasioni che la fortuna gli offre, così come hanno sempre pronta la via della ritirata. Già nei mesi scorsi la misura era stata oggetto di numerose critiche da parte degli internauti poichè a sua introduzione avrebbe permesso a chiunque di poter provocare la censura di qualsiasi notizia o contenuto ritenuto scomodo. La terza sconfitta in pochi mesi, arrivata dopo lo stop al regolamento censura sul diritto d’autore di Agcom e l’abrogazione del comma ammazza-Blog e ammazza-Wikipedia, contenuto nella legge sulle intercettazioni. È stato il governo del puttaniere Berlusconi ad aver prodotto la più nutrita e pericolosa serie di tentativi di limitare la libertà di espressione in Rete. Nel partito dei pregiudicati (Pdl) si sono usati toni ben più allarmistici: «Internet è uno strumento micidiale», ha detto a Porta a Porta il presidente dei senatori del Pdl, Maurizio Gasparri, il 26 settembre. Proseguendo poi con il presidente del Senato, Renato Schifani, secondo cui i social network sarebbero «più pericolosi dei gruppi anni Settanta» e del ministro (inutile) degli Esteri, Franco Frattini che, irrimediabilmente indietro sulla stupidità, per rendere al meglio il suo servigio ai padroni di Washington, dichiarò: «Julian Assange vuole distruggere il mondo». Gabriella Carlucci, per esempio, di internet ha una concezione per così dire particolare: «I social network si sono trasformati in pericolose armi in mano a pochi delinquenti che, sfruttando l’anonimato incitano alla violenza, all’odio sociale e alla sovversione», affermò dopo l’aggressione di Massimo Tartaglia allo stallone di Arcore. L’aggressione scatenò anche le ire del senatore Raffaele Lauro che per l’occasione propose l’istituzione di un nuovo reato, quello di «istigazione e apologia dei delitti contro la vita e l’incolumità della persona, con l’aggravante per coloro che utilizzano telefono, internet e social network». La sanzione: dai 3 ai 12 anni di reclusione. E poi, lo disse lo zerbino del sistema Bruno Vespa, Tartaglia sarebbe stato «vicino ad ambienti del social network». Non stupisce, dunque, che Carlucci abbia vergato un ddl per eliminare radicalmente l’anonimato dalla Rete. Con buona pace di ciò che potrebbe significare per la libertà di espressione, per esempio in ambito politico. Attraverso il decreto dell’ex ministro prestanome Paolo Romani, poi, si è consumato il tentativo di equiparare le web-tv, i videoblog e perfino servizi come YouTube a reti come Rai o Mediaset. Assoggettando così tutte queste categorie alla disciplina sulla stampa e ai relativi obblighi. Prove tecniche di censura: si pensi al disegno di legge Levi-Prodi, che si proponeva di equiparare le responsabilità di un blog a quelle di un quotidiano, e dunque di assoggettare il primo agli obblighi formali e legali del secondo (registrazione, nomina di un direttore responsabile e quant’altro). O ancora, il famigerato emendamento proposto dal senatore Gianpiero D’Alia (Udc) che avrebbe potuto comportare la chiusura di Facebook o YouTube a causa di un semplice commento inserito da uno dei suoi utenti. Scampato pericolo, anche per questa volta. Ma fino a quando?

The ONE is watching you

Io sono lo Stato di Polizia, anniento la costruzione del consenso. In Italia e altrove nel mondo, in modo ancora più sinistro e sottile, esistono mini versioni del Grande Fratello orwelliano. Io sono lo Stato di Polizia, la mia esistenza dipende dalla vostra sottomissione. Negli ultimi anni, la soppressione del dissenso ha raggiunto nuovi livelli, rasentando sempre più gli abissi della grande censura. Io sono lo Stato di Polizia, sebbene la mia autorità su di te si basi su una menzogna, non mi puoi sconfiggere. Inizialmente la censura veniva trattata soprattutto negli ambiti degli eccessi dell’interesse politico, ora la si tratta per quelli prevalentemente di interesse comune. Io sono lo Stato di Polizia, perpetuo il mito della paura perché la paura è il migliore strumento di controllo. E dal momento che l’egemonia della censura continua a crescere in ampiezza e potere, la soppressione del dissenso sta diventando sempre più sofisticata, estesa ed insidiosa. Io sono lo Stato di Polizia, l’autorità e la cieca obbedienza sono le uniche categorie che comprendo. Diversi governi controllano e censurano i media, schiacciando i dissidenti. Io sono lo Stato di Polizia, sono dappertutto. In un recente rapporto (clicca qui per scaricare) di Reporter Senza Frontiere risulta che l’Italia è al 61° posto, retrocessa di ben 12 posizioni –  in fatto di libertà di informazione poichè non è riuscita ad affrontare la questione delle violazioni delle libertà dei media, soprattutto a causa della mancanza di volontà politica. Io sono lo Stato di Polizia, ho bisogno di vedere la paura nei vostri occhi. La parola chiave del 2011 è stata repressione. Io sono lo Stato di Polizia, trasformare la società costa troppa fatica. Più semplice costruire altre prigioni. Gli estremi di manipolazione sociale e psicologica di pensiero sono stati spesso ignorati dall’opinione pubblica, poiché determinati eventi accadevano molto lontano da noi e potevano essere liquidati come semplice propaganda o azioni politiche straniere. Io sono lo Stato di Polizia, non ho tempo di pensare. Poi abbiamo dovuto prendere coscienza di precisi eventi che stavano accadendo attorno a noi tutti e renderci conto che quegli estremi di influenza e manipolazione erano possibili anche in Italia. Io sono lo Stato di Polizia, questa resistenza è per me incomprensibile. Se George Orwell fosse vivo rimarrebbe affascinato dalla varietà di situazioni in cui, al giorno d’oggi, vengono utilizzate tecniche di manipolazione del pensiero e di “cattura della mente“. Non siamo soli. Io sono lo Stato di Polizia, i miei metodi di sorveglianza sono Legione. Purtroppo, le ragioni per ritornare sul tema non mancano: parliamo del pensiero unico, che è un fenomeno piuttosto diverso da quello della nuova Inquisizione. Il pensiero unico si crea quando tutti pensano la stessa cosa – o, per essere più precisi, quando le èlites politiche e massmediali parlano grosso modo la stessa lingua. Io sono lo Stato di Polizia, perchè non hai paura di me?

S’ils n’ont plus de pain, qu’ils mangent de la brioche!

SICILIA, L’ISOLA CHE NON C’È – I “Liberalizzatori” uccidono l’Italia. Scherzano col fuoco. I mezzi stampa di regime, quelli che operano per la “distrazione di massa”, hanno inizialmente relegato tra le notizie “minori” il forte moto di protesta popolare iniziato in Sicilia dal movimento dei forconi. Poi hanno pilotato critiche ad hoc: “deviazioni mafiose”, strumentalizzato da “forza nuova” o dall’ultrasinistra, “scissioni” e così via. Ma il movimento di popolo in atto non è etichettabile, né bastano voci “terroristiche” a esorcizzarne la portata. Si va diffondendo in tutta Italia, spontaneamente. A Napoli come a Milano, a Reggio come a Rimini e ovunque già si siano mobilitati dalla base “forze d’urto” per il bene di tutti e in un fronte comune, partecipate da giovani, da lavoratori, da italiani. Tutto il popolo Italiano si sta risvegliando. E questa è una settimana decisiva: gli oligarchi, il governo della miseria, i partiti e i sindacati di regime sono spiazzati, arrancano. Blocchi, proteste, presidii, manifestazioni e sciopero generale di base venerdì 27 gennaio. Eja.

…Italiani
da Ugo Gaudenzi, direttore RINASCITA

Forconi, inizia il contagio…

L’accusa è arrivata direttamente dal presidente di Confindustria della Sicilia, Ivan Lo Bello: «Sappiamo per certo che tra gli agricoltori e gli autostraportatori che stanno creando notevoli danni al sistema imprenditoriale, ci sono personaggi legati alla criminalità organizzata». Parole pesanti contro il Movimento dei Forconi, che insieme a Forza d’Urto, da lunedì 16 gennaio sta bloccando la Sicilia portando in strada agricoltori, autotrasportatori e pescatori sfiancati dalla crisi.

Ma Martino Morsello, rappresentante dei Forconi, non ci sta e per protesta ha iniziato lo sciopero della fame: «Con sdegno il nostro movimento denuncia una campagna denigratoria del presidente degli industriali siciliani, Ivan Lo Bello, e di tutti i rappresentanti di categoria». Intanto in tutta l’isola crescono i disagi per la protesta: i distributori di carburante sono ormai a secco. Stessa sorte per i supermercati, dove sugli scaffali cominciano a scarseggiare i prodotti alimentari.

Se non hanno pane, che mangino brioche!

Il breviario dell’odio sionista e dei loro volenterosi carnefici

La parola magica «negazionismo», usata dalla polizia del pensiero per fare sparire nel nulla gli autori di psico-reati, ha sostituito l’accusa che nel Medioevo designava coloro che trafficavano con il diavolo e che quindi meritavano il rogo: «stregoneria». Essa esce dagli stessi breviari dell’odio dai quali esce la parola Shoah, che in ebraico significa «sterminio», resa popolare dalla cinematografia degli impiegati della memoria corta e divulgata dall’industria sionista della menzogna. Naturalmente tutta la mediocre informazione di provincia, per rendere al meglio il servigio, si è aggiunta al coro. Quanto allo «sterminio», noi cittadini liberi di seconda classe, neghiamo il diritto che si arrogano i macellai sionisti di minimizzare i crimini da loro compiuti. Poichè, come loro sostengono, gli ebrei sono “costretti” a difendersi, altrimenti Israele non potrebbe esistere come Stato giudaico. Il boia sionista ha invece bisogno di neutralizzare l’opinione pubblica internazionale, di paralizzarla, con iniezioni regolari di «memoria olocaustica» e di racconti mitologici sulla «sofferenza» supposta degli ebrei nella storia dell’Europa tanto da compiacersi lacrimevolmente del fatto che esistano servili funzionari per fare ques’opera di bassa polizia e di ricatto. Ciò dimostra la potenza lelle lobby. Infatti coloro che negano i “crimini contro l’umanità” sono proprio i giornali, le televisioni, e quasi tutti i media, tra i quali nessuno ha osato qualificare come crimini contro l’umanità i bombardamenti al fosforo bianco (vietate dal Trattato di Ginevra del 1980, e le cui fiamme una volta a contatto con l’ossigeno dell’aria, si sviluppano, fino ad esaurimento del combustibile), da parte dell’aviazione israeliana nell’Operazione “Piombo Fuso” (27 dicembre 2008 – 18 gennaio 2009). Nella loro logica di sterminio del popolo palestinese, furono massacrati oltre 1.400 civili, tra cui 318 bambini e 111 donne (oltre 5.000 i feriti). In queso caso non si è trattato di “crimini contro l’umanità”, che esistono solo quando riguardano gli ebrei.

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