Good Night Ryan

Dall’inizio del 2012, precisamente per i primi 155 giorni dell’anno sino al 3 giugno scorso, sono stati 154 i soldati americani morti in servizio attivo all’estero, uccisi non per ferite da guerra riportate in battaglia ma per suicidi. Tra le motivazioni, lo stress prolungato per più di un dislocamento al fronte, problemi post-traumatici, abuso di alcol, uso errato di farmaci, problemi economici al ritorno in patria ed episodi “anomali” come il raptus di follia del sergente Robert Bales, quando la notte dell’11 marzo scorso massacrò con un pioggia di fuoco 17 civili afghani (tra cui nove bambini, tre donne e cinque uomini). In sostanza, un soldato americano muore in guerra ogni giorno e mezzo, mentre per i casi di suicidio la macabra statistica ne rileva uno ogni 80 minuti, il 18% in più se si guarda al 2011 e il 25% rispetto al 2010 quando sono stati 468 i nipoti dello zio Sam che si sono tolti la vita. Nei rapporti del Pentagono si legge che dal 2005 al 2011 si è ucciso un soldato ogni 36 ore. Nell’agosto 2010, il premio Nobel per la pace orwelliana Barack Obama annunciò davanti ai veterani invalidi ad Atlanta che la sua amministrazione (di guerra) stava facendo il massimo sforzo per prevenire il suicidio. Da allora non se n’è saputo più nulla. Lo sforzo è rimasto nel silenzio, proprio come le morti silenziose dei militari Usa. Oggi le ragioni del “boom” di suicidi di soldati Usa non sono semplici da spiegare ma tra i possibili fattori vengono elencati, la tensione derivante dalla continua esposizione ai combattimenti, il disturbo post-traumatico da stress e l’abuso di alcol e farmaci. Dai dati del Pentagono divulgate dall’Associated Press risulta, inoltre, che i militari partiti più volte in missione all’estero sarebbero più “a rischio”, anche se molti di quelli che si sono suicidati non avevano mai lasciato gli Stati Uniti. I suicidi si riflettono a livello di tensione tra i militari americani in una missione di invasione e occupazione che oramai è divenuta sempre più impopolare come quella in Afghanistan. Iniziata nel 2001, la guerra in Afghanistan è ormai agli sgoccioli, oltre che perduta, con le ultime truppe da combattimento che dovrebbero lasciare il paese alla fine del 2014. Secondo il dr. Stephen N. Xenakis, ex generale di brigata dell’esercito in pensione e psichiatra praticante, i suicidi che riflettono il livello di tensione in Afghanistan si potrebbero spiegare come «segnali drammatici nel corso di una guerra, che avvengono quando la battaglia sta per terminare». Il problema, afferma Xenakis, è quando i vertici militari non colgono la natura del “problema suicidio”. I servizi militari Usa hanno istituito linee telefoniche riservate, e posto specialisti di salute mentale, psicologi e psichiatri nel teatro di guerra. I Marines, ad esempio, hanno istituito un servizio di consulenza denominato “linea DStress“, un numero verde che i soldati in difficoltà possono chiamare anonimamente. Ciò ha fatto sì che i Marines hanno avuto il maggior successo nel ridurre i loro numeri di suicidi, che sono in leggera crescita quest’anno, ma sono più o meno in linea con i livelli degli ultimi quattro anni. L’Air Force ha segnato invece un picco di 32 suicidi fino al 3 giugno scorso rispetto ai 23 suicidi nello stesso periodo dello scorso anno. La U.S. Navy è leggermente al di sopra delle statistiche rispetto ai precedenti corpi speciali, ma nei 10 anni di guerra la linea di tendenza risulta essere in discesa a partire dal 2011. Dall’invasione dell’Afghanistan, l’esercito degli Stati Uniti ha avuto 2.003 soldati caduti in combattimento. Nello stesso periodo, oltre 850 militari hanno perso la vita suicidandosi. Per il Pentagono, i soldati che sono stati diagnosticati in preda a una grave depressione hanno l’11% delle probabilità in più di commettere un suicidio, che si “attenua” al 10% in più per coloro che soffrono di ansietà. Il tutto sotto la copertura di vere e proprie fabbriche della menzogna composte da schiavi per un sistema di controllo globale supportato da sciocchi fiancheggiatori con una notevole dose di ipocrisia e da quanti notiziari e trasmissioni mainstream collaborino con parte di una élite di questa fottuta e finta “democrazia” che trova fior di lacchè più o meno consapevoli ma comunque servilmente genuflessi ai dollari del governo terrorista americano.

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