La crisi? Per Barack Obama la colpa è dell’Europa

«La crisi nell’Eurozona ha un impatto sull’andamento dell’economia e dell’occupazione americane». Lo ha detto il premio Nobel, Barack Obama, nel corso di un’intervento in Minnesota, commentando l’aumento della disoccupazione a maggio. Infatti, secondo le ultime stime rilasciate dal Dipartimento del lavoro Usa, il tasso di disoccupazione negli Stati Uniti a maggio è salito all’8,2% rispetto all’8,1% di aprile. Contro le previsioni il numero dei posti di lavoro creati è stato minore rispetto al previsto (69.000 unità) e il ritmo di creazione di posti di lavoro è sceso da una media del primo trimestre di 226.000 unità al mese a una media di 73.000 ad aprile e maggio. «Non possiamo avere il controllo di tutto ciò che avviene in altri parti del mondo, come i problemi in Medio Oriente e quello che sta accadendo in Europa», ha detto Obama. «La nostra economia sta comunque continuando a crescere, così come l’occupazione, anche se non così velocemente come vorremmo. C’è ancora molto lavoro da fare». La preoccupazione alla Casa Bianca è alle stelle, col secondo mandato di Obama (le elezioni presidenziali si terranno a novembre) che potrebbe essere messo seriamente a rischio dall’aggravarsi della crisi. Ma poi – di fronte all’offensiva dei repubblicani, che definiscono «fallimentari» le sue politiche – passa al contrattacco, spostando il tiro sul Congresso Usa che blocca le sue misure (sic) per rilanciare la ripresa. Il presidente ha quindi lanciato l’ennesimo appello perchè a Capitol Hill venga approvato il cosiddetto “To-Do List”, il provvedimento in cui l’amministrazione Obama elenca le misure più urgenti da prendere per rilanciare economia e occupazione, aiutando le imprese e le famiglie della middle class. Salvo poi prendersela anche con l’Europa che è incapace di risolvere i propri problemi. Problemi che inevitabilmente – sottolinea l’uomo più potente della terra che trova pure il tempo di rimboccare le coperte alla moglie Michelle ogni notte – hanno un impatto negativo sull’intera economia mondiale. Insomma, la campagna elettorale di Barack Obama è iniziata, ed il nuovo slogan – dopo il “Change”, “Hope”, “Win the future”, “We can’t wait”, “Yes, we can” etc. – in linea con la sua ideologia, oggi è “Forward“, che significa “Avanti” ed è, non casualmente, lo stesso nome della testata “The Jewish Daily Forward”, quotidiano degli ebrei socialisti fondato nel 1897 a New York e ancora oggi pubblicato come settimanale negli Stati Uniti. Dopo tre anni e mezzo, gli americani sottomessi alla dottrina criminale Bush hanno ben visto quale paese ha costruito il Profeta abbronzato, e se questa è l’America che doveva durare agli anni del terrorismo e dell’estremismo di presunta matrice islamica e delle prime pesanti difficoltà dell’economia, “fanculo, siamo stati fregati” avranno pensato. Oggi ci riprova. I costi delle guerre di Bush-Obama in Iraq e Afghanistan sono stati stimati per aver raggiunto i 4,4 trilioni di dollari. Per il pubblico la principale preoccupazione interna, giustamente, è la grave crisi della disoccupazione. Per le abominevoli istituzioni finanziarie al servizio dell’Impero del debito la principale preoccupazione è il deficit. Il risultato di tutto questo ci viene raccontato quasi ogni sera dai telegiornali, e ogni mattina, appena svegli, mentre prendiamo il caffè, sui quotidiani. Nell’estate del 2007 negli Stati Uniti scoppiò la crisi dei prestiti subprime, cioè quei mutui erogati quasi a chiunque ne facesse domanda. Poi a ottobre ci fu il crash. Grandi banche arrivarono sull’orlo del fallimento ed il governo Usa cominciò a versare fiumi di denaro per salvarle. Non è crisi, è truffa. Le banche fallite furono salvate quasi senza condizioni da una finanza fallita che impone le sue regole ai governi. Così la massa finanziaria generata sui mercati da titoli spazzatura, ovvero la bolla finanziaria, a metà del 2011 ha raggiunto un nuovo massimo superando i 700.000 miliardi di dollari. Ma questo Obama non lo dice, nel 2008 si limitava solo a ripetere che la recessione non era ai livelli del 1929. A livello globale le cose stanno andando ancora peggio che nella Grande Depressione. Negli Stati Uniti il tasso dei senza-lavoro è pari a circa 15 milioni di persone a spasso. C’è un solo precedente di ciò che accade quando l’economia Usa con il 9% di disoccupati torna in recessione, risale al 1937: poi scoppiò la Seconda guerra mondiale.

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