“Derivati per tutti”, il traffico cartaceo criminale dei banchieri

JPMorgan Chase&Co. è una società finanziaria con sede negli Stati Uniti, a New York, ed è leader nei servizi finanziari globali con un patrimonio stimato in oltre 2.100 miliardi di dollari, un raggio d’azione esteso in 23 Stati Usa e 60 paesi nel mondo, e con un portafoglio per oltre 90 milioni di clienti. La struttura è articolata in segmenti su ben sei unità business: Investment Bank, Financial&Services Retail, Card Services, Asset&Wealth Management, Commercial Banking, Treasury&Securities Services. Le due principali banche d’affari controllate sono la JPMorgan Chase Bank N.A e la Chase Bank Usa N.A. Dopo la crisi finanziaria dei subprime (nell’aprile 2009, il FMI ha stimato in 4.100 miliardi di dollari Usa il totale delle perdite delle banche ed altre istituzioni finanziarie a livello mondiale) che ha avuto gravi conseguenze, ancora in evoluzione, sull’economia mondiale, la JPMorgan Chase (ma non solo) il 28 ottobre 2008 ha affondato gli artigli nell’ambito del TARP (Troubled Asset Relief Program), il maxi-prestito concesso dal governo federale Usa, ossia la madre di tutte le leggi anticrisi, per un importo complessivo pari a 25 miliardi di dollari sotto forma di Preferred Stock/Warrants, a tasso di interesse agevolato. Tant’è. Per il Gruppo si trattò di una buona notizia giacchè avevano urgenza di uscire dalla voragine in cui erano stati risucchiati e sfuggire così alle restrizioni governative come quella di rinunciare ad altri programmi di aiuto federali, o il limite che veniva posto ai già grassi stipendi dei manager. Jp Morgan è la regina dei “derivati”, alla pari con Goldman Sachs. Sotto il profilo finanziario, i cosiddetti derivati sono una formula utile per chi svolge un’attività imprenditoriale, perchè possono coprire certi rischi. Un contratto derivato è un accordo con il quale due parti, in genere una è la banca e l’altra un’azienda, convengono di scambiarsi determinati valori a certe scadenze con modalità prefissate. Sono sempre collegati (ma non sempre in maniera corretta e spesso accade che gli importi e i meccanismi di rimborso non siano corrispondenti) ad un’operazione “sottostante” di finanziamento a breve o lungo termine, della quale modificano la struttura. Le scioccanti perdite rivelate giovedì scorso (2 miliardi di dollari) dalla più grande banca americana nel trading di derivati, JP Morgan appunto, e che potrebbero salire a 3 miliardi nel clima di volatilità dei mercati, hanno scosso la finanza e la politica riaprendo il dibattito (sic) sugli eccessi speculativi e i pericoli che seminino nuove crisi. La prima bocciatura arriva da Fitch, che ha tagliato la valutazione su JP Morgan da «AA-» a «A+». Uno schiaffo assestato all’amministratore delegato James Dimon, finora celebrato come il nuovo re di Wall Street, il cui spostamento d’aria rischia ora di far venire un accidenti a tutte le altre grandi banche americane che avevano assicurato di aver migliorato la gestione del rischio.

Il meccanismo dei derivati funziona così:

Es. una qualsivoglia società specializzata facente parte di un gruppo internazionale, con sede diciamo alle Bahamas, alle Isole Cayman, o a Monaco, inventa un derivato dandogli un nome accattivante che poi propone alle banche italiane. Una banca italiana compra il contratto per rivenderlo ai clienti in maniera frazionata e riceve immediatamente una commissione, senza “girare” le commissioni ricevute, che costituiscono così un utile netto, rinnovando periodicamente i contratti in essere per alimentare il meccanismo e introitare sempre nuove commissioni. La storia si ripete regolarmente con cadenza semestrale, oppure ogni anno, con nuovi contratti “sempre migliori” da firmare, nuove promesse di guadagni o di risparmi (regolarmente andati in fumo). Perchè una delle forme di moltiplicazione degli utili è la moltiplicazione dei contratti.

Se il primo resta in vita per dieci anni, è finita, le banche non incassano più le laute commissioni sulla stipula, non si possono creare nuovi contratti, si ferma il meccanismo che, per mantenersi in vita, deve essere continuamente alimentato dal sangue delle vittime predestinate.

Mettiamo che il primo contratto ha portato delle perdite e addirittura, per essere chiuso, comporterebbe un costo pari magari al 10% dell’importo originario, ma questo non lo dice il simpatico nuovo direttore, tanto il cliente non lo capisce. “Ristruttura” il derivato e nel debito “nuovo” ci infila anche la perdita, che così non si vede e viene “pagata a rate” aumentando il costo mensile (basta qualche ristrutturazione per non capirci più niente e per non riuscire più a fare i conti). Perchè il perverso meccanismo che sta alla base dei derivati è semplice: il prestito “sottostante” è a lungo o lunghissimo termine (10/15 anni e anche di più), ma il derivato è a breve termine (1 o 2 anni, massimo 3).

Quindi già all’origine non può stare al finanziamento per tutta la sua vita. Deve ristrutturarsi ogni volta, perchè ad ogni rinnovo le condizioni generali del mercato sono cambiate e la banca non può dire la verità, cioè che ha “coperto” un finanziamento a lungo termine con strumenti a breve termine. Il vecchio contratto deve essere sostituito prima della scadenza per non scoprire le carte e non far capire il giochino. Così gira il mondo della finanza, stravolgendo le vecchie regole che hanno sempre garantiro il buon funzionamento del sistema.

Una di queste regole è che se una banca eroga prestiti a lungo termine deve avere una raccolta di fondi uguale, cioè a lungo termine, per non avere sfasature di cassa e quindi evitare i rischi. Invece, gli “apprendisti stregoni” hanno avuto la pensata: non raccolgono soldi a lungo termine perchè costa di più, ma raccolgono a breve termine, e si intascano la differenza. Così facendo, affrontano il rischio di raccogliere soldi a tassi di volta in volta diversi, magari, in una fase di inflazione crescente, sempre più alti.

Ecco perchè hanno spinto sui tassi variabili applicati a finanziamenti, in modo da non avere troppi problemi nella trasformazione del denaro da “breve” a “lungo”. Ecco perchè sono obbligate, se il cliente pretende il finanziamento a tasso fisso, a “creare” un’operazione con un derivato, partendo dal tasso variabile, oggi l’unico esistente, e sfruttando un tasso fisso.

Il miracolo finale? Si fa sparire il tasso fisso e lo si sostituisce con il tasso variabile, poi si ripropone la succulenta ricetta della polpetta originale avvelenandola e servendola nel piatto.

Buon appetito!

I cosiddetti “derivati” appartengono a due grandi categorie:

  • Contratti IRS (Interest Rate Swap), con il quale l’azienda paga un interesse fisso (o variabile) alla banca, ricevendone un interesse variabile (0 fisso). In sostanza, serve per trasformare, ad esempio, un mutuo ventennale a tasso variabile in un mutuo a tasso fisso, per predeterminare l’onere ed evitare i rischi di oscillazione del costo del denaro. Il contratto più diffuso è detto plain vanilla ed è l’unico che copre il rischio. Infatti prevede che, al di là di una certa soglia, il cliente inizi ad incassare un premio, che compensa l’aumento della rata periodica del finanziamento, trasformando il tasso variabile in fisso per tutta la durata in cui la soglia è superata. In pratica, il finanziamento rimane a tasso variabile finchè i tassi restano bassi (facendone beneficiare l’azienda) e diventa a tasso fisso oltre la soglia stabilita se salgono (bloccando gli effetti negativi).
  • Contratti CS (Currency Swap), con il quale l’azienda scambia una posizione in una valuta, ad esempio lo yen, con un’altra, ad esempio l’euro. Il contratto di CS tra valuta estera ed euro è l’unico che copre il rischio di oscillazione cambi per aziende che hanno ad esempio crediti in valuta. Operazioni di CS per aziende che non operano con l’estero sono da considerare speculative, perchè non hanno alcun aggancio con l’operatività aziendale.

Si capisce, anche senza avere un master in finanza dell’Università di Harvard, che i contratti sono utili.

L’imprenditore ha fatto un mutuo a tasso variabile ma intuisce che i tassi stanno per risalire perchè c’è una fase economica di successiva crescita? Chiede alla banca un IRS che gli consenta di mantenere il tasso variabile, ma di incassare (a partire da una certa soglia, detta “cap”, cioè livello massimo di costo) una somma dalla controparte a compenso del maggior costo del denaro. Bellissimo, finchè i tassi sono bassi si paga poco, quando salgono si “bloccano”. Un’assicurazione contro l’incertezza. Ottimo strumento.

Ma, come in altre occasioni, le banche hanno trasformato uno strumento formalmente buono in una pericolosa mina finanziaria pronta ad esplodere fra le mani dei clienti.

Bene, cosa hanno pensato i manager della “finanza creativa” per moltiplicare per dieci, venti, cento il numero di clienti potenziali e quindi moltiplicare per dieci, venti, cento i loro bonus personali?

Per prima cosa manipolare in mille modi questi due semplici contratti per renderli più complicati e quindi non controllabili nella loro sostanza e, soprattutto, nel loro meccanismo operativo, ovvero il rischio di pagare somme ingenti, aggravando il costo e i rischi anzichè ridurre i costi e limitare i rischi. Per seconda cosa hanno allargato al massimo la platea degli utenti di contratti nati soprattutto per aziende di grandi dimensioni, abituate ad utilizzare strumenti sofisticati, diffondendoli capillarmente tra salumieri, meccanici, cartolai. Gli iniziali sottoscrittori, manager di grande esperienza, tutti laureati in scienze economiche, qualcuno con il master ad Harvard, sono stati sostituiti dai nuovi numerosi sottoscrittori, piccoli imprenditori con le mani sporche di grasso che lavorano quattordici ore al giorno, con la quinta elementare e che quando gli parli di “divise estere” pensano agli zuavi o alle guardie svizzere, non al dollaro australiano.

Infine, hanno messo a punto la “ciliegina”: predisporre contratti standard per tutti, anzichè preparare, come sarebbe corretto, “contratti su misura” sulla base di specifiche esigenze del cliente. Così un cliente si può vedere ofrire un currency swap (contratto di scambio tra una valuta e un’altra, ideale solo per chi esporta, ma rischiosissimo per chi non esporta, perchè gli addossa il rischio di cambio), anzichè, più correttamente, un IRS (contratto di scambio tra un prestito a tasso variabile e uno a tasso fisso) che non corre il rischio di tasso. L’importante è avere un contratto “standard” da VENDERE a tutti in poco tempo. Così a Londra tanti bei giovanotti con gli occhialini colorati e con la laurea in ingegneria (sissignori, la finanza non è più nelle mani degli esperti della finanza, ma nelle mani di ingegneri che elaborano “modelli”) sfornano ogni mese, ogni settimana, ogni giorno, i loro bei contratti e altri giovanotti laureati in comunicazione (sissignori, conta più il marketing, la pubblicità, il depliant che non la sostanza dell’operazione) si danno da fare per trovare nomi accattivanti per le trappole preparate dai loro colleghi. Qualche esempio? Leggete qui che belli questi contratti: JPY call & ITL put, Knock in forward, Dual Forward, Zeta swap, FX depo swap, Collar swap e così via.

Un derivato è una scommessa il cui valore deriva da un altro bene, quale ad esempio il valore attuale o futuro del greggio, e potendone quindi comprare l’opzione (ma non l’obbligo) all’acquisto di greggio, poniamo fra 6 mesi, al prezzo attuale o a qualsiasi altro prezzo convenuto, nella speranza che salga più di quello che ci si è impegnati oggi a pagare e lucrarne la differenza. I derivati possono essere usati anche come assicurazione, scommettendo che un certo debito (es. mutuo) sarà o non sarà pagato entro una certa data. Insomma, un grosso sistema di scommesse, proprio come una bisca legalizzata, ma invece di scommettere sulle carte o sulla roulette, si scommette praticamente su qualsiasi cosa che abbia un valore. Il sistema non è in nessun modo regolamentato, così che si può acquistare il derivato su di un derivato esistente. La maggior parte delle grandi banche cerca di impedire l’accesso al mercato dei derivati agli investitori meno importanti, sostenendo che correrebbero troppi rischi. Il mercato dei derivati ha gonfiato una bolla speculativa colossale, come quella immobiliare e quella mobiliare (tuttora in corso).

Siccome non c’è nessun economista al mondo (Monti o il mancato premio nobel Brunetta compresi) che sappia esattamente come si muova il flusso di denaro di questo mercato nè come il sistema funzioni, dato che i derivati vengono scambiati in microsecondi, non sappiamo minimamente cosa provocherà il crollo, o quando si verificherà, ma considerando i tempi difficili della crisi finanziaria di questo sistema il tonfo sarà semplicemente catastrofico per l’intero sistema mondiale, dato che le prime 9 banche del mondo detengono derivati per un valore pari a 228,72 trilioni di dollari. Cifra che corrisponde approssimativamente a tre volte l’intera economia mondiale. Nessun governo al mondo ha tanto denaro per un salvataggio di tali proporzioni.

Qui di seguito un compendio più dettagliato di 25 banche americane:

Da questa breve e sintetica esposizione si può facilmente intuire che stiamo ballando sull’orlo del baratro e che se non si pone un freno a questo gioco criminale di cartastraccia, generato da una manica di assatanati usurai filistei che pur di salvare i loro sporchi soldi son perfettamente capaci di distruggere ogni popolo, compreso l’intero pianeta, finiremo per cascarci tutti dentro. Pensate solo ai capitali giganteschi, spesso pari a interi Pil di Stati, che certi gruppi speculativi possono destinare a questo gioco inflenzando la vita di interi popoli. Pensate ad una colossale speculazione al ribasso, con una semplice opzione e senza alcuna motivazione di economia reale, su certe materie prime vitali per le esportazioni di certe nazioni produttrici. Cose peraltro già successe e che hanno affamato interi popoli.

O al contrario, ad un colossale gioco al rialzo su frumento, riso vitali per nazioni consumatrici che non hanno grandi risorse a disposizione per fronteggiarne il prezzo. Si potrebbe obiettare che la speculazione è sempre esistita, ma la differenza la fanno le colossali cifre a disposizione della globalizzazione finanziaria, come si è visto più sopra, la mancanza di controlli e il fatto che non si riesca, o non si voglia, abolire o regolamentare questo traffico cartaceo criminale. Non si può ridurre il mondo, i popoli, le persone in balìa delle scommesse di questi truffatori. Come può una banca che elargisce allegramente un mutuo immobiliare senza tante garanzie mettersi poi a scommettere che non verrà pagato e farne anche traffico? Queste scommese hanno portato colossali utili ai banchieri biscazzieri, tenutari di questa gigantesca roulette ammazzapopoli (leggi subprime, ad esempio) e quasi sempre senza grossi rischi.

Capita infatti che ogni tanto, a forza di sentirsi troppo sicuri, ingordi e impudenti, il banco ci lasci le penne alla grande. Capita però anche che invece di stendere il drappo nero sulla roulette o di chiudere questa gigantesca bisca, arrivi la FED a salvare i ladroni. Il fatto ancor più grottesco e criminale, è che subito dopo i truffatori, sommersi da questa pioggia di denaro, riaprano la bisca e continuino a tener banco gestendo imbrogli come e più di prima. Non ne possono fare a meno, intosscati fino al midollo, fino a quando crollerà tutta la baracca. Uno penserebbe che almeno, a fronte di questo regalo, gli strateghi della FED, requisissero la bisca nazionalizzzandola. Neanche per sogno. A questo punto, c’è da dubitare che pure loro siano soci e compari di spartizione del bottino e che controllati e mancati controllori salvatori siano tutti la stessa famiglia.

3 commenti

  1. […] (-0,7% il Dow Jones) per un’altra voragine generata nel settore bancario provocata dal caso JpMorgan Chase&Co. (-2,2% dopo le perdite per 2 miliardi di dollari legate alle operazioni in derivati). Pesante […]

  2. […] per riuscire a succhiare i soldi di milioni di contribuenti e farla franca. Ora, dopo quattro anni, continuano a comportarsi come se nulla fosse accaduto: giocano e vincono coi nostri risparmi perchè solo […]

  3. […] regole ai governi. Così la massa finanziaria generata sui mercati da titoli spazzatura, ovvero la bolla finanziaria, a metà del 2011 ha raggiunto un suo nuovo massimo superando i 700.000 miliardi di dollari. Ma […]


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