War Games per un Nuovo Ordine Mondiale nel Pacifico

L’India è entrata ufficialmente nel temibile elitario e ristretto club missilistico mondiale facendo salire la tensione al confine con la Repubblica Popolare della Cina. Un club che comprende tra gli altri Stati Uniti, Russia, Cina, Gran Bretagna, Francia e Israele. Quattro giorni fa Nuova Delhi ha testato con successo il lancio del missile balistico intercontinentale a lunga gittata denominato Agni-5, costato oltre 480 milioni di dollari dal peso di 50 tonnellate che è stato ribattezzato dalla stampa locale “China Killer”, capace di raggiungere obiettivi a oltre 5.000 km, una distanza che permetterebbe di colpire la Cina e i paesi al di fuori dell’Asia con una testata nucleare da 1 tonnellata, piazzata dentro un razzo lungo 17 metri a tre stadi ed è in grado di trasportare attrezzatura spaziale, satelliti ed ogive nucleari individuali e multiple, totalmente progettato e costruito con tecnologia indiana. In risposta al lancio, la Cina ha ammonito l’India a non “sopravvalutare la propria forza”, ricordando che loro posseggono più del doppio delle testate nucleari indiane (un centinaio, sic!), e non a caso la classe missilistica Dongfeng può volare per ben 11.500 km e raggiungere in un soffio ogni città dell’Asia e dell’Europa orientale compresa. In pratica Pechino ha ricordato anche se i loro missili potessero colpire la maggior parte delle regioni cinesi, la potenza nucleare della Cina è maggiore e l’India non avrebbe speranze in un futuro prevedibile di vincere la corsa agli armamenti. Ogni riferimento alla guerra sino-indiana del 1962, quando i due Stati si contesero una fetta dell’Himalaya, non è puramente casuale. L’India, nonostante il sostegno logistico statunitense, risultò sconfitta sul campo e si vide privata di un’ampia porzione di territorio (tuttora rivendicata) in un’area conosciuta col nome di Line of Chinese Actual Control.

La questione tra India e Cina è già tesa, e come se non bastassero le rivalità economiche e strategiche sul controllo delle risorse petrolifere e minerarie che passano per le trafficate rotte dell’Oceano Indiano, sembrerebbe che gli Stati Uniti alimentino il focolare della rivalità per trarne quel profitto che rimescolerebbe le carte in gioco per l’indiscussa supremazia nel pianeta. Insomma, se l’asse Nuova Delhi-Pechino spaventa e non di poco Washington (in difficoltà economiche), e perciò gli statunitensi si impegnano per evitare che i due storici contendenti trovino una qualsiasi forma di alleanza.

Provate a immaginare cosa significherebbe per gli Stati Uniti un’ipotetica alleanza tra India e Cina (i due giganti asiatici rappresentano da soli il 40% dell’intera popolazione mondiale) in quell’angolo di mondo:

(dati 2011/2012)

CINA

  • Soldati effettivi: 2.285.000
  • Carri armati: 7.500
  • Aerei ed elicotteri: 5.808
  • Navi della Marina: 972
  • Sottomarini: 65
  • Lanciamissili intercontinentali: 66

Budget per spese militari: 100 miliardi di dollari

INDIA

  • Soldati effettivi: 1.325.000
  • Carri armati: 5.000
  • Aerei ed elicotteri: 3.310
  • Navi della Marina: 175
  • Sottomarini: 15
  • Lanciamissili intercontinentali: 0

Budget per spese militari: 36,3 miliardi di dollari

STATI UNITI

  • Soldati effettivi: 1.477.896
  • Carri armati: 9.573
  • Aerei ed elicotteri: 24.651
  • Navi della Marina: 2.384
  • Sottomarini: 71
  • Lanciamissili intercontinentali: 450

Budget per spese militari: 692 miliardi di dollari

Al centro del confronto tra le tre superpotenze, nello scacchiere centro-asiatico, c’è il Pakistan, nemico giurato dell’India ma alleato strategico della Cina e dei talebani afghani. Anche gli Stati Uniti non posso fare a meno del Pakistan per la lotta al cosiddetto terrorismo internazionale e per il controllo dell’Afghanistan (già invaso), zona indispensabile per la supervisione dei traffici dell’Asia Centrale.

E non è certamente un caso che l’India abbia scelto di partecipare all’operazione di invasione della Nato in Afghanistan, con l’obiettivo di combattere per interposta persona contro il Pakistan che invece appoggia i talebani.

Se gli Stati Uniti dovessero ritirarsi lasciando i talebani in Afghanistan, nel 2014 come già annunciato dal premio Nobel per la pace orwelliana, Barack Obama, il Pakistan riguadagnerà il controllo, e l’India avrebbe tutto da perderci.

L’India dal canto suo auspica quindi che gli Stati Uniti rimangano il più a lungo possibile in Afghanistan e riescano a supportare il governo del presidente fantoccio e corrotto Hamid Karzai. Più in là c’è l’Iran…

Quindi il lancio sperimentale del missile intercontinentale indiano ha un elevato valore economico e politico oltrechè militare. In realtà, non basta certo un missile, seppur dotato di testata atomica, per cambiare i rapporti di forza.

L’Agni-5 dovrà effettuare altri lanci di valutazione prima di entrare a far parte dell’arsenale balistico indiano che già include decine di missili a medio raggio Agni-1 (700 km di raggio d’azione) Agni-2 (2.000 km), Agni-3 (3.000 km) e meno di un centinaio di missili a breve raggio Pritvi (250 km) questi ultimi puntati sul Pakistan.

Il lancio sperimentale è avvenuto da una base off shore sull’isola di Wheeler al largo delle coste dell’Orissa e segue a breve distanza di tempo quello effettuato con minore successo (praticamente un fiasco) effettuato dalla Corea del Nord con il lancio del vettore Unha-3, caduto in mare a 165 km a ovest di Seul. Nonostante ciò Pyongyang sta comunque sviluppando da anni missili a lungo raggio Tepodong-2 capaci di attraversare il Pacifico con una portata da 6.000 a 9.000 chilometri. Il Giappone e la Corea del Sud hanno definito il lancio del razzo nordcoreano una «grave provocazione», che viola risoluzioni dell’Onu.

La Cina nel 2010 ha superato gli Stati Uniti ed è diventata il primo consumatore mondiale di energia. Nel panorama geopolitico globale la zona dove le più grandi potenze del pianeta rischiano di entrare in collisione tra loro è quella del Mar Cinese Meridionale che conterrebbe 213 miliardi di barili di petrolio e 2 miliardi di metri cubi di gas. Il ricchissimo bottino ha spinto i colossi energetici di Russia, USA e India ad accordarsi con i paesi del sud-est asiatico per poter sfruttare le riserve energetiche marine scatenando l’ira della Cina che rivendica quasi integralmente il possesso dei giacimenti di gas e petrolio nella zona.

Gazprom, la più grande multinazionale in Russia del petrolio, ha annunciato di aver raggiunto un accordo con la Vietnam Oil and Gas Group, l’azienda petrolifera statale del Vietnam, per sviluppare un redditizio campo energetico nel bacino di Nam Con Son. Pochi giorni dopo, il ministero degli esteri cinese ha dichiarato che “la Cina si oppone all’esplorazione e allo sfruttamento delle risorse di gas e petrolio nel territorio marittimo cinese senza alcun permesso”, ed ha inviato delle navi militari a monitorare attentamente tutte le manovre. Exxon Mobil, la grande multinazionale petrolifera statunitense, completa il palco delle maggiori potenze mondiali coinvolte nella disputa.

Gli Stati Uniti sebbene stiano mantenendo un più basso profilo, consci del pericolo rappresentato da un possibile peggioramento dei rapporti nella zona, stanno aumentando notevolmente la loro presenza militare nell’area, sfruttando la diffidenza degli Stati del sud-est asiatico nei confronti dell’ascesa cinese: le Filippine stanno tenendo gigantesche esercitazioni militari con la Marina statunitense ed hanno in programma altri giochi di guerra con le forze navali del Vietnam. La Repubblica di Singapore ha invece annunciato, che ospiterà navi da guerra della Marina degli Stati Uniti. Alcune manovre avvenute in alcune località affacciate sul Mar Cinese Meridionale, la settimana scorsa hanno visto un confronto molto ravvicinato tra Cina e Filippine che rivendicavano la sovranità territoriale su di un tratto di mare. L’agenzia Nuova Cina parla chiaramente degli Stati Unti come di una forza che potrebbe destabilizzare la sicurezza regionale dell’Asia-Pacifico se dovesse continuare ad insinuare le proprie forze nei posti sbagliati, mentre per il quotidiano cinese Global Times questi addestramenti congiunti tra Stati Uniti e Filippine servirebbero come deterrente per un eventuale intervento militare della Cina contro le Filippine.

Insomma, l’escalation della tensione militare tra la Repubblica Popolare della Cina ed i suoi vicini si è progressivamente intensificata a causa di diversi fattori concomitanti riguardanti soprattutto gli aspetti navali. La strategia marittima cinese, che non intende confrontarsi apertamente con l’India, punta però ad affermare lo status di grande potenza con la crescente presenza di flotte navali in diversi settori del Pacifico e nell’Oceano Indiano, altresì con atteggiamenti intimidatori negli arcipelaghi di valore strategico e ricchi di giacimenti minerari sottomarini, contesi con gli altri Stati asiatici: Giappone, Vietnam, Brunei, Malesia, Corea del Sud, Filippine e Taiwan.

La flotta cinese ha avuto accesso ad alcune basi navali sulle coste della Birmania la cui posizione geografica ha un vantaggio militare strategico molto importante avendo una frontiera in comune con la stessa Cina, India, Thailandia e Laos, e dove 10 milioni di barili di petrolio al giorno sono trasportati attraverso lo Stretto di Malacca.

La Cina ha promosso i propri interessi con la Birmania, cooperando a tutti i livelli con le autorità del paese, foraggiandone il governo birmano con ingenti somme tradotte in miliardi di dollari americani sotto forma di aiuti militari, e con la motivazione di presidiare le acque infestate dai pirati somali, è in trattative con il governo delle Seychelles per utilizzare una base nel cuore di acque che l’India considera il “cortile di casa”.

Anche i gruppi terroristici presenti in quelle acque potrebbero essere “usati” dalle grandi potenze per colpirsi a vicenda o giustificare presenze militari più massicce nell’area. Chissà se la vicenda dei due marò italiani Massimiliano Latorre e Salvatore Girone, tuttora in custodia alle Autorità indiane dal 5 marzo scorso nel carcere di Trivandrum, che erano in servizio sulla petroliera italiana Enrica Lexie che incrociava al largo delle coste indiane, in acque internazionali, arrestati per omicidio volontario poichè accusati di aver sparato e ucciso due pescatori disarmati sul peschereccio St. Antony (20milioni di rupie, circa 300 mila euro: una «donazione», per il ministro della Difesa, Giampaolo Di Paola. Un «risarcimento», secondo gli avvocati indiani che assistono le famiglie dei pescatori uccisi il 15 febbraio scorso al largo di Kollam, nel Sud dell’India) scambiandoli per pirati, c’entrano qualcosa in questi giochi di guerra?

Chissà…

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1 commento

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