Fini, un gadget politico alla kermesse sionista dell’Aipac

Gianfranco Fini, era diventato fascista nel ’68 perché al Manzoni di Bologna gli avevano impedito di vedere Berretti Verdi, dove «John Wayne parte per il Vietnam a combattere eroicamente i musi gialli comunisti», diceva. Studiava da duce, poi finì da conducente. Da allora ne è passata acqua sotto i ponti. Fini è diventato un recipiente vuoto da riempire e sua vacuità è oggi la sua vera risorsa. Dopo l’incontro lampo con il premio Nobel per la pace orwelliana, Barack Obama, in pellegrinaggio a Washington, a margine della Conferenza annuale dell’AIPAC, l’American Israel Public Affairs Committee, la più influente lobby statunitense pro-Israele, al pari di tutti i rinnegati che si sono genuflessi al boia sionista anche il servo Fini ha pensato bene di accreditarsi presso i suoi padroni, e non ha perso tempo per rendere al meglio il proprio servigio evitando accuratamente di criticare lo stato terrorista ebraico per tutte le nefandezze le ladrerie e misfatti compiute dal loro governo: «Difendere Israele significa difendere la nostra libertà». C’era anche la televisione a fare un servizio, tanto che Fini è riuscito a mettersi davanti alla telecamera e a fare ciao alla nazione. Sui giornali italiani l’eco della trasferta oltreoceano ha pochi precedenti, come farsi sfuggire un simile evento, e giù con le esagerazioni mediatiche. Su quelli americani un pò meno, perché sui quotidiani Usa (New York Times o Washington Post ad esempio) l’incontro con Obama non è stato neppure menzionato nella pagina dedicata al gossip. Sullo sfondo c’era la crisi in Medio Oriente, le tensioni crescenti per il nucleare di Teheran, e la sicurezza dello stato ebraico. Un punto che – secondo il valletto Fini – “è un dovere difendere la sicurezza di Israele e non escludere a priori nessuna opzione”. Alla luce di queste servili dichiarazioni si capisce come sia preoccupazione costante di educatori e dirigenti sionisti cercare di inculcare e di rafforzare nelle rappresentanze diplomatiche internazionali il sentimento di appartenenza al gruppo ebraico universale. Ciò dimostra la potenza della lobby.

Con queste parole il nulla in cravatta Gianfranco Fini ha raccolto applausi ribadendo con forza che ”difendere la sicurezza dello Stato di Israele deve essere un preciso dovere per tutti i Paesi democratici” e che “tutti devono fare la loro parte, perchè Israele è l’unica vera democrazia del Medio Oriente ed è garanzia di libertà e pluralismo per tutti i popoli”.

A preoccupare l’establishment dell’AIPAC e la comunità ebraica internazionale, sarebbe il potenziale nucleare di cui Teheran potrebbe dotarsi a breve. ”Una minaccia intollerabile” per lo stato ebraico ma anche per gli equilibri internazionali e per la sicurezza della superpotenza americana. Una minaccia rispetto la quale bisogna prevedere tutte le opzioni, incluso quella militare, lasciando tuttavia spazio alla diplomazia finchè possibile, ha dichiarato Obama in un intervento volto soprattutto a tranquillizzare la comunità ebraica statunitense e ad allontanare i timori di un disimpegno americano in caso di attacco preventivo israeliano contro l’Iran.

 

Israele non è sola“, ha assicurato Obama e, sulla stessa lunghezza d’onda, lo ha ripetuto il pappagallo Fini che con un colpo tonante di culo ha rilanciato il mantra della diplomazia internazionale: «Il pericolo non è l’Islam nè il mondo arabo mussulmano, bensì l’ignoranza e il fanatismo alimentato anche da quegli Stati che negano l’Olocausto, disprezzano i valore della civilità occidentale e calpestano la dignità della persona. Per questo difendere Israele significa difendere la nostra libertà, indipendentemente dalla nostra fede religiosa o da dove viviamo».

Veniamo al dunque. Dire che Israele e Stati Uniti condividono una comune minaccia terroristica significa stabilire una relazione di causa-effetto rovesciata: gli Stati Uniti sono minacciati dal terrorismo a causa della loro stretta alleanza con Israele, e non il contrario. Quest’alleanza non è l’unica causa del terrorismo (sicuramente una delle più importanti) e rende ancora più difficile la vittoria nella cosiddetta guerra contro il terrore.

Un incondizionato sostegno ad Israele non fa altro che facilitare il compito degli estremisti nel portare dalla propria parte l’opinione pubblica e nel reclutare volontari. Così, i cosiddetti stati canaglia in Medio Oriente non sono una vera minaccia per gli interessi vitali degli Stati Uniti, ma lo diventano nel momento in cui lo sono per Israele. Perfino se questi stati acquisissero armi atomiche, cosa ovviamente non auspicabile, nè gli Usa nè Israele potrebbero essere davvero ricattabili, poiché il ricattatore non potrebbe mettere in atto le minacce senza poi dover subire una terribile rappresaglia. Le attuali relazioni con Israele rendono sempre più difficile per gli Stati Uniti trattare con questi paesi. L’arsenale nucleare israeliano è una delle ragioni per cui alcuni degli stati vicini pretendono l’atomica, e minacciare di invaderli non fa altro che alimentare questo desiderio.

Un’ultima ragione per mettere in dubbio il reale valore “alleato” di Israele è il fatto che non si comporta da alleato leale. I funzionari israeliani spesso ignorano le richieste degli Usa e si rimangiano le promesse (inclusi gli impegni a non costruire più insediamenti e ad astenersi dagli omicidi mirati dei leader arabi). Israele ha fornito tecnologia militare a potenziali avversari degli Stati Uniti, come la Cina, in quello che un ispettore generale del Dipartimento di Stato ha definito “un sistematico e crescente processo di trasferimenti non autorizzati”. Secondo il General Accounting Office, Israele conduce anche “la più aggressiva campagna di spionaggio nei confronti degli Usa di qualunque altro alleato”.

Come se non fosse bastato il caso di Jonathan Pollard, che nei primi anni ’80 consegnò ad Israele un’enorme quantità di materiale classificato che venne in seguito passato all’Unione Sovietica in cambio di visti d’uscita per molti ebrei russi. Poi nel 2004, quando si è venuto a sapere che un alto funzionario del Pentagono, Larry Franklin, aveva passato informazioni riservate ad un diplomatico israeliano. Israele non è certamente l’unico paese che spia gli Stati Uniti, ma la sua tendenza a spiare i suoi principali benefattori con l’aiuto di olte delle organizzazioni chiave che fanno parte della Lobby Ebraica, come l’AIPAC (American Israel Public Affairs Committee) o la Conference of Presidents of Major Jewish American Organisations (Conferenza dei presidenti delle principali organizzazioni ebraiche americane) che guidate da integralisti che sostengono la politica espansionista del partito Likud, getta parecchi dubbi sul suo effettivo valore si stato alleato.

Ecco quindi che per commettere i loro crimini, i boia sionisti hanno bisogno di neutralizzare l’opinione pubblica internazionale, di paralizzarla, soprattutto con iniezioni regolari di «memoria olocaustica» e di racconti mitologici sulla «sofferenza» supposta degli ebrei nella storia dell’Europa tanto da compiacersi lacrimevolmente del fatto che il servo preferito dei giudei Fini spinga il suo occhiuto servilismo fino a coniare la formula «difendere Israele significa difendere la nostra libertà».

Se provate ad esaminare il suo linguaggio vi accorgete che la fonte principale delle sue riflessioni politiche e del suo successo mediatico sono i proverbi o comunque le frasi fatte. Dice con tono erudito «Chi la fa l’aspetti» e la stampa lo esalta scrivendo: che statista. Poi dice come se stesse rivelando una verità nascosta: «La legge è uguale per tutti» e tutti lì a incensare il suo coraggio e la sua lucidità. Poi prosegue in tono scientifico: «Meglio soli che male accompagnati», e gli analisti osservano l’acume strategico delle sue scelte.

Un giorno dirà: «Il lupo perde il pelo ma non il vizio» e inebriati dalla sottile allusione, gli osservatori diranno: abbiamo finalmente un vero leader per la destra europea e democratica del futuro. Un gadget politico per i loro discorsi e progetti.

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1 commento

  1. “…il popolo ebreo è un popolo dalla tenacissima forza vitale, il quale, una volta posto a vivere in condizioni impossibili, deliberatamente, spinto dalla più profonda saggezza dell’autoconservazione, prende le parti di tutti gli istinti della décadence, -non in quanto è dominato da essi, ma poiché intuisce in loro una potenza con cui si può avere la meglio contro il <>…” (1). Quando questi falsari hanno scoperto il potere seduttivo della parola, il “Vaso di Pandora” è stato scoperchiato. Come Voi ben sapete, dire “popolo”, “people”, “pueblo”… è come dire “umanità”; esso è un’astrazione, com’è un’astrazione un “triangolo”, qualcosa che non può esistere in uno spazio tridimensionale, ma che risulta assai utile in certe circostanze… teoriche.
    A quale scopo sono state istituite le scuole dell’obbligo? Affinché anche l’ultimo asino calzato “sapesse leggere” le miriadi di sciocchezze prefabbricate dalla stampa giudaizzata, una delle più floride industrie della nostra sciagurata epoca, un’epoca in cui si è arrivati ad “associare” il soggetto “Stato” al predicato “fallire” (tanto per rimanere in àmbito attuale). Elementi come Fini, gusci vuoti da riempire, all’occorrenza, di chiacchiera propagandistica rappresentano la extrema ratio di questo contropotere. Anzi, ci sarebbe da meravigliarsi se questo ebreo, criptoebreo o diosacosa, fosse un quanto infinitesimo da quel che è.

    1) F. Nietzsche: “L’ANTICRISTO”. Ed. Adelphi (Mi).

    Cordiali Saluti : mario marletta.


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