Cavalli di Troia al servizio della lobby si✡nista

Dopo il boiardo Mario Monti, in missione a Washington, cui a fatto seguito una eco mediatica di rimbecillimento di massa governata e diretta dalla malafede della servile disinformazione italiota (la colossale balla della copertina del Time) sempre pronta a rendere al meglio il servio al governo ombra imposto agli italiani con un colpo di stato finanziario, il nulla in cravatta Gianfranco Fini è in trasferta oltreoceano, a Washington, per due giorni di visita ufficiale, dove prenderà parte alla conferenza dell’AIPAC, l’American Israel Public Affairs Comitee, il più influente gruppo di pressione americano a sostegno di Israele. La Lobby ha incluso tra le sue fila personalità di spicco della chiesa Cristiana Evangelica, come Gary Bauer, Jerry Falwell, Ralph Reed e Pat Robertson, così come Dick Armey e Tom DeLay, ex membri della Camera dei Rappresentanti al Congresso, tutti convinti che la rinascita dello stato di Israele rappresenti la realizzazione delle profezie bibliche, e dunque entusiasti sostenitori delle sue politiche espansioniste. Non esserlo, pensano, sarebbe contrario al volere di Dio. La conferenza, aperta da un discorso del maggiordomo di Wall Street Barack Obama è celebrata alla vigilia del “Super Tuesday” il giorno, appunto il martedì, in cui la gran parte degli Stati degli Stati Uniti è chiamata a recarsi alle primarie indetti da Democratici e Repubblicani per nominare il candidato Presidente dei rispettivi movimenti, quella che sarà per Obama una ineguagliabile occasione di campagna elettorale. Scriveva Marcello Veneziani in un editoriale: Fini attira i poteri forti, grandi e piccini, opachi e perfino occulti, perché non è portatore di un suo progetto, non ha punti fermi e non negoziabili, non ha un nucleo di pensieri suoi e di proposte forti; è la confezione ideale per essere riempita, veicolata e magari scagliata contro qualcuno (Berlusconi).

Durante il soggiorno a Washington, l’ex numero uno di via della Scrofa, avrà occasione di tenere incontri bilaterali con lo speaker della Camera dei Rappresentanti, John Boehner, con la leader democratica della Camera, Nancy Pelosi e con il boia sionista, Benjamin Netanyahu. Un invito probabilmente ricambiato nella visita che i vertici AIPAC fecero al giudeo Fini a Montecitorio proprio nei giorni della crisi istituzionale dello scorso novembre, mentre si decidevano i destini del governo targato Mario Monti e dell’uscita di scena dello stallone di Arcore, Silvio Berlusconi. Negli Stati Uniti ci sarà anche il seguace di Gianfranco Fini, l’ebreo Alessandro Ruben, ex PdL e nominato Fli, consigliere dell’Unione delle comunità ebraiche italiane.

In nessun paese del mondo l’ebreo è ed è stato così visibile e così dominatore come negli Stati Uniti. In nessun paese del mondo – e sono gli stessi ebrei che lo dico – l’ebreo è stato così bene come negli Stati Uniti. In ogni altro angolo di mondo, gli ebrei, magnificamente mimetizzati, già da decenni tengono in mano le redini del potere economico indirizzando la politica interna ed estera dei governi nazionali. In Italia, parlare di lobby, o peggio di “lobby filoisraeliana”, fa pensare ad oscure trame che portano a chissà quali macchinazioni. Non è proprio così: le lobby, negli Usa, sono istituzion legali che operano alla luce del sole. Non deve affatto sorprendere che i leader ebrei americani consultino spesso i governanti israeliani, per essere certi che le loro azioni siano in linea con gli interessi del paese.

In Italia, invece, la metastasi sionista che ha infettato la nostra nazione, ha garantito a pluridecorati goym (il non ebreo o bestiame umano) della penisola di occupare posizioni di prestigio nel sistema parlamentare locale al solo scopo di tutelare gli interessi di Israele (leggi qui) e dei gruppi finanziari ad esso funzionali.

A tal proposito, John Mearsheimer e Stephen Walt in “Imperialismo: la Lobby israeliana e la politica estera degli Stati Uniti” hanno scritto che (…) la particolare forma di governo degli Stati Uniti offre ai lobbisti molte possibilità di influenzare il processo politico. I gruppi di influenza possono controllare i rappresentanti e i membri del potere esecutivo, finanziare i partiti, votare alle elezioni, o cercare di plasmare l’opinione pubblica. Essi dispongono di un potere spropositato quando si interessano di questioni che la maggioranza della popolazione ignora. In questo caso, i politici tendono ad accontentarli, sapendo che la gente, essendo all’oscuro della questione, non potrà mai penalizzarli per averlo fatto.

Nelle sue operazioni di base, la Lobby non si comporta in modo diverso dalle “altre lobby” degli agricoltori, dai sindacati degli operai tessili o dalle lobby etniche. Quando gli ebrei americani e i loro alleati cristiani tentano di influenzare la politica, non fanno niente di scorretto: l’attività della Lobby non è una cospirazione del genere descritto in documenti come i Protocolli dei Savi di Sion. In sostanza, gli individui e i gruppi che ne fanno parte, si comportano come si comportano tutti gli altri grandi gruppi di influenza, solo che lo fanno molto meglio. Per contro, i gruppi di interesse filoarabi, ammesso che ne esistano, sono molto deboli, il che rende il lavoro della Lobby ancora più semplice.

La Lobby porta avanti due strategie di base:

  • Primo, esercitare la sua notevole influenza a Washington, facendo pressione sia sul Congresso che sul ramo esecutivo. Qualunque possa essere la visione individuale di legislatori e politici, la Lobby cerca sempre di far passare il sostegno ad Israele come la scelta più “intelligente” da fare;
  • Secondo, battersi per far sì che nei discorsi pubblici, Israele venga sempre ritratto sotto una luce positiva, ripetendo le leggende sulla sua fondazione e favorendo il suo punto di vista nei dibattiti politici. L’obiettivo è quello di evitare che nell’arena politica vengano alla luce commenti critici. Controllare il dibattito è essenziale per garantire il sostegno degli Stati Uniti, perché un confronto aperto e libero sulle relazioni Usa-Israele potrebbe facilmente portare ad una politica differente;

Il pilastro su cui si regge l’efficacia della Lobby è la sua influenza sul Congresso, luogo in cui Israele è virtualmente immune da ogni critica. Questo fatto è già di per sé rimarchevole, visto che il raramente il Congresso glissa su questioni importanti, mentre invece, quando si parla di Israele, tutti i potenziali avversari ammutoliscono.

Una delle ragioni è che alcuni membri chiave sono cristiani sionisti, come Dick Armey, che nel settembre del 2002 affermò:

“In politica estera, la mia prima preoccupazione è la protezione di Israele”.

Si potrebbe anche obiettare che la prima preoccupazione di un rappresentante del Congresso dovrebbe essere quella di proteggere gli Stati Uniti. Ci sono poi senatori e membri del Congresso ebrei che lavorano per assicurare che la politica estera Usa sia in linea con gli interessi di Israele.

Un’altra fonte da cui nasce il potere della Lobby è il suo utilizzo di membri filo-israeliani negli staff dei politici. Come ha ammesso una volta Morris Amitay, ex capo dell’AIPAC:

“Ci sono molti ragazzi ebrei che lavorano al Campidoglio, desiderosi di interessarsi a questioni che riguardano la loro ebraicità […] Tutti questi ragazzi sono nella posizione di poter influenzare le decisioni dei loro senatori riguardo a questi problemi […] Si possono fare davvero un sacco di cose a livello di staff”.

Tuttavia il cuore dell’influenza della Lobby sul congresso è costituito dalla stessa AIPAC. Il successo è dovuto alla sua abilità di ricompensare i legislatori e i candidati che sostengono il suo programma, e di punire coloro che lo contrastano. Nelle elezioni americane, i soldi sono fondamentali (come dimostra lo scandalo dei loschi traffici del lobbista Jack Abramoff), e l’AIPAC fa sempre in modo che i suoi amici ricevano forti finanziamenti dai tanti comitati politici filo-israeliani. Chiunque venga considerato ostile ad Israele può essere certo che l’AIPAC dirigerà i suoi finanziamenti verso il suo oppositore politico. L’AIPAC organizza anche grandi campagne di invio di lettere, e incoraggia i direttori dei giornali ad appoggiare candidati filoisraeliani.

Sull’efficacia di queste tecniche non vi sono dubbi. Ecco un esempio: nelle elezioni del 1984, l’AIPAC favorì la sconfitta del senatore dell’Illinois Charles Percy, il quale, secondo un membro di rilievo della Lobby, “aveva dimostrato insensibilità, e perfino ostilità verso la nostra causa”. Thomas Dine, all’epoca direttore dell’AIPAC, spiegò così l’accaduto:

“Tutti gli ebrei americani, da costa a costa, si unirono per estromettere Percy, e i politici, sia quelli che ricoprivano cariche pubbliche che quelli che vi aspiravano, colsero il messaggio”.

L’influenza dell’AIPAC sul Campidoglio sta diventando sempre maggiore. Secondo Douglas Bloomfield, un ex membro dello staff dell’AIPAC, “Per i membri del Congresso e i loro staff, è normale, quando hanno bisogno di informazioni, rivolgersi all’AIPAC prima ancora di consultare la Biblioteca del Congresso, il Servizio Ricerche o gli esperti”.

Cosa ancora più importante, Bloomfield fa notare che l’AIPAC “viene spesso chiamata in causa per scrivere discorsi, intervenire sulla legislazione, consigliare sui metodi, fare ricerche, trovare finanziatori e raccogliere i voti dei funzionari”.

Il risultato di tutto questo è che l’AIPAC, è di fatto un agente al servizio di un governo straniero; tiene per la gola il Congresso, e di conseguenza la politica Usa nei confronti di Israele non viene mai discussa in quella sede, nemmeno quando quella politica ha pesanti ripercussioni nel resto del mondo. In altre parole, uno dei tre più importanti rami del governo è strettamente vincolato al sostegno ad Israele.

Ernest Hollings, ex senatore democratico, fa notare che “non si possono avere idee su Israele diverse da quelle che vengono imposte dall’AIPAC”.

Una volta Ariel Sharon, in un discorso pubblico agli americani, disse: “Quando la gente mi chiede in che modo può aiutare Israele, io rispondo loro: aiutate l’AIPAC”.

Anche grazie al peso esercitato dai votanti ebrei nelle elezioni presidenziali, la Lobby influisce notevolmente anche sul ramo esecutivo. Nonostante essi costituiscano meno del 3% della popolazione, organizzano enormi campagne per finanziare i candidati di ambedue gli schieramenti. Il Washington Post ha calcolato che i candidati democratici alla presidenza ricevono dai sostenitori ebrei fino al 60% dell’intera somma per la campagna elettorale, e poiché gli elettori ebrei hanno un’alta percentuale di affluenza alle urne e sono concentrati in stati chiave come California, Florida, Illinois, New York e Pennsylvania, i candidati fanno di tutto per non inimicarseli. Le grandi organizzazioni che fanno parte della Lobby, lavorano affinché gli oppositori di Israele non possano occupare posti importanti in politica estera.

Durante l’amministrazione Clinton, la politica in Medio Oriente era molto influenzata da funzionari strettamente legati ad Israele, o facenti parte di importanti organizzazioni filo-israeliane; eccone alcuni: Martin Indyk, ex vicedirettore responsabile delle ricerche dell’AIPAC e co-fondatore del filo-israeliano Istituto di Washington per la Politica nel Vicino Oriente (Washington Institute for Near East Policy – WINEP); Dennis Ross, entrato a far parte del WINEP dopo aver lasciato il governo nel 2001, e Aaron Miller, vissuto in Israele e spesso in visita in quel paese. Questi uomini erano fra i più stretti collaboratori di Clinton durante il vertice di Camp David, nel luglio del 2001. Nonostante tutti e tre sostenessero il processo di pace di Oslo, e fossero favorevoli alla creazione di uno stato palestinese, agirono solo entro i limiti stabiliti dai desiderata di Israele. La delegazione statunitense si accodò ad Ehud Barak, coordinando in anticipo la sua posizione nel negoziato con Israele, e non offrendo alcuna proposta indipendente. Com’era prevedibile, i negoziatori palestinesi si lamentarono del fatto di “dover trattare con due governi israeliani, uno sotto la bandiera di Israele, e l’altro sotto la bandiera degli Stati Uniti”.

Questa situazione si è ulteriormente accentuata con l’amministrazione Bush, in cui militano molti ferventi sostenitori della causa israeliana, come Elliot Abrams, John Bolton, Douglas Feith, I. Lewis ‘Scooter’ Libby, Richard Perle, Paul Wolfowitz e David Wurmser. Come vedremo, questi funzionari hanno pesantemente indirizzato la politica in favore di Israele, spalleggiati dalle organizzazioni della Lobby. Considerando la devozione verso Israele da parte dei neoconservatori, la loro ossessione per l’Iraq, e la loro influenza sull’amministrazione Bush, non è certo sorprendente che molti statunitensi sospettino che la guerra sia iniziata solo per fare un favore ad Israele. Dopo la caduta di Baghdad, a metà aprile del 2003, Sharon e i suoi luogotenenti iniziarono a fare pressioni affinché Washington puntasse su Damasco.

Tornando al Campidoglio, il membro del Congresso Eliot Engel, aveva reintrodotto l’Atto per la Responsabilità della Siria e il Ripristino della Sovranità Nazionale del Libano. Quest’atto minacciava sanzioni nei confronti della Siria se non avesse ritirato le sue truppe dal Libano, consegnato le sue armi di distruzione di massa e smesso di fiancheggiare i terroristi; inoltre invitava Siria e Libano a fare passi concreti per ristabilire rapporti di pace con Israele. Questo documento era stato fortemente voluto dalla Lobby – e soprattutto dall’AIPAC – e “formulato”, secondo la Jewish Telegraph Agency “da alcuni dei migliori amici di Israele al Congresso”.

L’amministrazione Bush non ne era particolarmente entusiasta, ma l’atto passò con una maggioranza schiacciante (398 a 4 alla Camera, 89 a 4 al Senato), e il 12 dicembre del 2003 Bush lo firmò, facendolo diventare legge.

Ovviamente la Lobby non desidera un dibattito pubblico, perché esso potrebbe portare le persone a chiedersi quale siano i reali legami con Israele; di conseguenza le organizzazioni filo-israeliane fanno di tutto per controllare le istituzioni in grado di plasmare l’opinione pubblica.

Sui grandi mezzi di comunicazione predomina il punto di vista della Lobby: il giornalista Eric Alterman scrive che i dibattiti fra esperti di Medio Oriente “sono dominati da persone che non possono nemmeno pensare di criticare Israele”. Alterman ha stilato una lista di 61 “editorialisti e commentatori che appoggiano Israele senza alcuna riserva”. Dall’altra parte, ha contato cinque opinionisti critici nei confronti di Israele, e che appoggiano le posizioni arabe. Solo raramente sui giornali appaiono editoriali in contrasto con la politica israeliana, e naturalmente la bilancia pende nettamente dall’altra parte. È molto difficile pensare che un grande giornale negli Stati Uniti possa pubblicare un articolo come questo.

La stessa amministrazione era ancora divisa sull’opportunità di un attacco alla Siria. I neoconservatori erano ansiosi di attaccare Damasco, mentre la CIA e il Dipartimento di Stato si opponevano all’idea. E perfino Bush, dopo aver firmato la nuova legge, sottolineava il fatto che bisognava andarci cauti nell’applicarla. Quest’ambiguità era incomprensibile.

Oltretutto il governo siriano aveva non solo fornito agli Stati Uniti importanti informazioni su Al-Queda dopo l’11 settembre, ma aveva anche messo in guardia Washington su previsti attacchi terroristici nel Golfo e concesso alla CIA libero accesso agli interrogatori di Mohammed Zammar, il presunto reclutatore di alcuni dei dirottatori degli attentati. Prendere di mira il regime di Assad avrebbe significato mettere a repentaglio quella preziosa collaborazione, e dunque rendere più difficoltosa la guerra al terrorismo.

In più, la Siria fino a prima della guerra in Iraq, era sempre stata in buoni rapporti con Washington (aveva perfino votato per la risoluzione ONU 1441), e certamente non costituiva una minaccia per gli Stati Uniti. Adottare la linea dura con Damasco avrebbe fatto sembrare gli Usa come i soliti prepotenti, insaziabilmente desiderosi di colpire gli stati arabi. Ultimo fattore, mettere la Siria nella lista nera, avrebbe significato darle un ottimo pretesto per provocare guai in Iraq. Per quanta fretta si potesse avere, il buon senso consigliava di aspettare che le acque in Iraq si fossero calmate. Ma il Congresso, ovviamente manovrato dai funzionari israeliani e da gruppi come l’AIPAC, insisteva sul giro di vite a Damasco. Senza la Lobby, non ci sarebbe stato alcun Atto per la Responsabilità della Siria, e la politica statunitense nei confronti dei siriani sarebbe stata molto più in linea con gli interessi nazionali.

In conclusione, a margine della convention della lobby filo-sionista, il servo dei giudei Gianfranco Fini, la discarica del centrodestra in servizio per l’attività ebraica d’Italia, dopo aver incontrato il Presidente Usa, con un gran colpo tonante di culo ha esordito con una sensazionale rivelazione: «Obama ha confermato un sentimento di grande considerazione per l’Italia. Mi ha pregato di portare i suoi personali saluti al presidente Napolitano, che ha definito testualmente un “great man”, un grande uomo”. L’ennesimo trionfo di merda tiepida.

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3 commenti

  1. A tutto ciò vorremmo aggiungere una nostra fisima, intorno alla quale sarebbe opportuno riflettere: nel corso degli ultimi decenni, in Grecia (forse anche per questo -la Repubblica Ellenica- si trova attualmente nell’occhio del ciclone), si è andato diffondendo certo RINASCIMENTO PAGANO -ad evidente detrimento dei plurimillenari vaneggiamenti “abramitici”, cristiani e non-: un risveglio che pare aver fatto saltare la mosca al naso a molti entusiastici propugnatori delle RADICI GIUDAICO-CRISTIANE D’EUROPA, gentaglia dello spessore di Casini e di Formigoni. Il quesito che lanciamo ad ipotetici lettori è questo: che cosa succederebbe all’attuale sistema il giorno in cui l’EUROPA SI RISVEGLIASSE DA UN COMA DURATO DUEMILA ANNI? Mario Marletta C.P.A.

  2. […] l’incontro lampo con il premio Nobel per la pace orwelliana, Barack Obama, in pellegrinaggio a Washington, a margine della Conferenza annuale dell’AIPAC, l’American Israel Public Affairs […]

  3. […] in un nuovo conflitto che costerebbe altre vite di giovani soldati. Sullo sfondo si muove la potente lobby ebraica Usa, che chiede senza mezzi termini a un ricattabile Obama di scatenare l’inferno, […]


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