Non vedeva, non sapeva, non sentiva

«Vorremmo avere un sindacato che lotta anche fortemente per tutelare i propri lavoratori, che non protegge gli assenteisti cronici, i ladri, quelli che non fanno il proprio mestiere». Lo ha detto la presidentessa della borghesia industriale, Emma Marcegaglia, nel corso di un convegno a Firenze. Mai come questa volta si è davvero toccato il fondo. L’infelice dichiarazione, che peraltro ha sollevato un vespaio di polemiche scatenando le reazioni dei sindacati, rientra in un quadro di vedute più ampio che riguarda la riforma del mercato del lavoro, dagli ammortizzatori sociali al contratto d’inserimento per i giovani, con particolare attenzione alla cosiddetta flessibilità in uscita (sic) vincolata all’Articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori, che per motivi di opportunismo mercatista i burattinai sfruttatori del popolo vorrebbero che fosse smantellato, inaugurando una nuova stagione di licenziamenti considerati essenziali nell’ambito del programma di riforme che anche il governo della grande finanza e del massacro sociale sta attuando a senso unico e senza opposizione. L’art. 18, vera e propria ossessione di questo governo, che va cancellato, come gli richiede insistentemente la Confindustria, con o senza l’accordo dei sindacati, perché rappresenterebbe addirittura un freno agli investimenti in Italia e dunque alla ripresa e alla crescita economica. Insomma, un’altra dichiarazione indegna della Marcegaglia, peraltro non nuova a questo tipo di esternazioni, farcita da avvertimenti intimidatori in perfetto stile mafioso, unicamente (si badi bene) nei confronti dei lavoratori. Quelli che oggi sarebbero, a detta della fatina strabica, dei ladri. A pensar male si fa peccato, ma spesso ci si indovina, diceva Giulio Andreotti, l’anima gobba e grigia della prima Repvbblica dei Ladri.

La Marcegaglia Spa, multinazionale mantovana dell’acciaio e azienda familiare che nella composizione del CdA figura quel gran pezzo di Emma, nel 2008, è ricorsa al patteggiamento su una tangente EniPower, per un appalto di caldaie da 127 milioni di euro, con una sanzione di 500.000 euro più 250.000 euro di confisca (illecito amministrativo della legge 231) per una tangente di 1 milione e 158.000 euro pagata nel 2003 al manager Lorenzo Marzocchi di EniPower. La controllata Ne/Cct Spa ha invece patteggiato 500.000 euro di pena, e ben 5 milioni e 250.000 euro di confisca.

All’epoca dei fatti, Emma e il fratello Antonio erano amministratori delegati dell’azienda: gli investigatori scoprono che la società Macegaglia Spa ha pagato, utilizzando la solita provvista in nero, cifre ingenti per mettere le mani sul ricco piatto del business targato Enipower. In particolare spunta un versamento illegale di 1 milione e 158mila euro arrivato proprio nel 2003 a un manager di Enipower per sbaragliare la concorrenza e portare a casa un appalto (di caldaie) del valore di 127 milioni. Emma rimane estranea all’inchiesta, il fratello Antonio qualche anno dopo patteggia 11 mesi (sospesi) per corruzione. La Procura porta a galla un sistema di conti svizzeri, diciassette per la precisione.

Altre 12 persone o società indagate (Alstom Power, SP Cooling Technologies Italia, Tamini) hanno patteggiato da 9 mesi a 2 anni, accettando confische e pene pecuniarie per altri 2 milioni.

Attualmente, su segnalazione delle autorità svizzere, sono in corso indagini per accertare l’utilizzo e la legalità di diversi conti cifrati all’estero: tra il 1994 ed il 2004 sarebbe riuscito ad interporre società off shore nell’acquisto di materie prime, creando fondi neri e generando plusvalenze milionarie trasferite su conti correnti di banche svizzere intestate a società delle Bahamas, il cui beneficiario finale era Steno Marcegaglia. Nel maggio scorso, la parte che riguarda l’evasione fiscale è stata invece archiviata, perché quei capitali sono stati condonati e scudati.

La signora Emma predica e s’indigna, ma l’azienda di famiglia fa come tutte le altre. E come tutte le altre cerca di limitare i danni col fisco, perchè la strada è quella, classica, del condono: 9,5 milioni di euro versati nel 2002, casualmente qualche mese dopo aver ricevuto la visita degli Ispettori. Anche in quel caso la moralista non ha avuto niente da dire.

Ladri, a chi?

Lasciamo l’opinione di questa squallida vicenda al commento dei lettori e torniamo all’argomento del nostro discorso.

Di fatto, gli apparati burocratici sindacali hanno sempre girato la testa dall’altra parte in cambio di agevolazioni, quali permessi ed esoneri, e avanti ancora. Molto spesso abbiamo assistito al passaggio di sindacalisti ad incarichi dirigenziali nelle aziende ove operavano. In compenso, di fronte a strumenti che favorivano quasi sempre gli industriali chiudevano gli occhi. Naturalmente di fronte all’opinione pubblica si faceva credere che il maggior beneficiario dei loro subdoli accordi di violino fosse l’operaio che poteva stare a casa e prendere lo stesso una parte dello stipendio. Infatti, uno dei primi ammortizzatori sociali di massa è stato la cassa integrazione.

In pratica, di fronte ad una temporanea crisi di lavoro, i lavoratori rimanevano a casa con lo stipendio ridotto. Quello che non veniva mai detto all’opinione pubblica era che chi non ci rimetteva niente erano gli industriali, in quanto la cassa integrazione era pagata dall’INPS. Ecco perchè i conti dell’istituto erano sempre in rosso.

Per fare un esempio,  nella legge sulla mobilità era previsto che le aziende pagassero una quota per ogni lavoratore che veniva posto in mobilità. Questa quota veniva annullata in caso si firmasse un accordo fra azienda ed organizzazioni sindacali. Guarda caso, l’accordo si firmava sempre. Magari una schifezza contestata dai lavoratori, ma si firmava.

Naturalmente il più delle volte i lavoratori erano quasi costretti ad accettare in quanto la firma di un accordo significava il pagamento di un’indennità da parte dell’azienda. Senza accordo, questa indennità non ci sarebbe stata. Quindi meglio poco che niente. Quando si dice il caso.

Gli industriali hanno sempre cercato di far pagare alla comunità le loro incapacità organizzative, il non sapere “stare” sul mercato, le speculazioni sbagliate. Mentre cresce la spesa dello Stato depredato di ogni politica di tutela sociale ed escluso dalla gestione delle aziende strategiche nazionali, l’unica cosa che viene meglio a questi farabutti avventurieri e camerieri della finanza apolide è minacciare licenziamenti e ricattare i lavoratori.

Ad interesse esclusivo di una risma di pescecani, predatori, predoni, borsaiuoli, tagliagole, grassatori e schifosi maiali votati al governo del mondo. E oggi, la risposta è facile da intuire. La borghesia industriale passa all’incasso. Sulla schiena dei lavoratori.

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1 commento

  1. […] avviso della presidentessa della borghesia industriale Emma Marcegaglia, che si schiera con l’Abi, “La disposizione inserita sancisce la […]


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