Contro gli imbecilli, anche l’ignoranza combatte invano

Nella categoria del ridicolo, Silvio Berlusconi, rappresenta i più grandi barzellettieri della storia dello spettacolo italiano. A Silvio Berlusconi ogni tanto qualcuno però ricordava che le barzellette non fanno ridere. Soprattutto quando c’era da amministrare un magro salario, già limato da balzelli fiscali che non permettevano più di arrivare più alla terza settimana del mese. Ma agli italiani, se gliela sai raccontare, ridono sempre. Come gli imbecilli. Berlusconi, che di imbecillità se ne intende, ben sapeva che agli italiani suscitava allegria, e che loro ridevano non perché fossero tutti suoi amici, bensì perchè lui era il padrone. Poi, con un colpo di stato finanziario, arrivò il cattivo maggiordomo della finanza anglosassone Mario Monti, per educare gli italiani. Lui, che di finanza se ne intende più delle risate, si mise a chiedere sacrifici agli italiani, a chi però non aveva più nulla da sacrificare. E fu subito «Full Monti», con tante nuove tasse, e con la lettera i al posto della y come nel film sui disoccupati inglesi ridotti in mutande. Le risate finirono e la terza settimana del mese rimase più un ricordo. Si disse perciò che il cattivo a volte si riposa, l’imbecille mai. A deviare l’attenzione dell’imbecille, manipolando le comunicazioni di massa, ci pensa l’informazione. Per gli stregoni elettronici è importante conoscere chi sono i fruitori e quanto tempo della loro vita passano davanti al video per potere meglio impostare le loro strategie. Per fare questo occorre puntare sulla demenzialità della quasi totalità della informazione che quest’ultima è chiamata a svolgere.

L’eco prodotto sta nel condizionamento delle opinioni politiche, economiche, morali e sociali della massa, in altre parole in quello di rimbecillimento, in ciò che ha prodotto una grande attenzione: parliamo del debito pubblico nazionale e della cosiddetta recessione. Prima straordinaria notizia: il debito pubblico, riferito al mese di dicembre 2011, in valori assoluti, ha raggiunto quota 1.897,946 miliardi di euro contro i 1.905,012 miliardi registrato nel mese di novembre. È quanto risulta dal Supplemento al Bollettino Statistico n°10 del 15/02/2012 di Bankitalia. L’incremento (+2,98%), rispetto a dicembre 2010 è stato di 55 miliardi di euro. Il rapporto tra il debito pubblico a dicembre 2011 e il PIL si attesterebbe al 120%.

Seconda straordinaria notizia. Sulla base di queste indicazioni, l’informazione italiana, che in termini di imbecillità non è seconda a nessuno, ha incastonato la sua preziosa perla: l’Italia è in recessione “tecnica”, hanno ripetuto i variopinti pappagalli d’Italia, visto che per il secondo trimestre consecutivo il Pil risulta in calo congiunturale (il quarto trimestre 2011 un calo dello 0,7% mentre nel terzo aveva segnato un ribasso dello 0,2%). E giù quindi titoli e titoloni sulla recessione tecnica.

Gli italiani, che l’economia la guardano passare come la mucca quando passa il treno, hanno subito capito che la recessione tecnica è come quando la squadra del cuore (per la quale sono più disponibili a scendere in piazza a manifestare il loro disagio e non perchè un governo di banchieri sta rubando loro il futuro) è retrocessa tecnicamente, ovvero matematicamente. Tutte balle.

Governo “tecnico”, recessione “tecnica”. A quando la recessione “sostenibile”? In economia, il professore bocconiano, insegna che è recessione quando il PIL reale diminuisce per almeno due trimestri consecutivi. Si ha recessione economica se la variazione del PIL rispetto all’anno precedente è negativa. Se tale variazione è inferiore all’1% si parla di crisi economica. Quindi, per esempio, se il PIL dell’anno precedente è uguale a 100 e quello dell’anno successivo è 99, si ha la recessione.

Con il termine recessione tecnica, invece, la servile informazione del padrone per rendere al meglio il servigio, nasconde agli italiani un dramma sociale e nazionale: i licenziamenti. E quando saranno spedite loro (non consegnate a mano badate bene) tonnelate, valanghe di lettere di licenziamento, forse sarà il caso di spegnere la pay per view. E di riaccendere il cervello.

Ma gli italiani lo capiranno?

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1 commento

  1. Giacomo Devoto, scomparso ed eminentissimo filologo italiano, aveva scoperto che la -F- intervocalica (per esempio: “scarafaggio”) è ITALICA, mentre la -B-, sempre intervocalica, è “ROMANA” (per esempio: “scarabeus”). Ciò significa che: “linguisticamente” Romani e Italici non appartengono allo stesso ceppo razziale. Ancora oggi, fascistelli da strapazzo tendono a fare degl’italioti attuali i “diretti discendenti” dei Romani. Insomma, qui s’è di fronte a una divaricazione insanabile (un vero e proprio “dualismo”): da una parte una SUPERRAZZA DI PADRONI, dall’altra una sottorazza di obliqui abituati a vivacchiare qualunque vessazione subiscano. Ergo: perché sorprendersi di quanto accade e -stiatene certi- accadrà ancora in questa sfortunata Terra? (Saluti Romani: Mario Marletta)


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