10 febbraio, l’olocausto degli Italiani

Tra il 1943 e il 1947 nelle italianissime terre orientali della Venezia-Giulia e Dalmazia, i partigiani comunisti slavi di Josip Broz, conosciuto come il maresciallo Tito, avviarono una pulizia etnica dei cittadini di nazionalità italiana. Secondo differenti stime, 20mila italiani furono uccisi dopo aver subito indicibili torture e violenze. Molti di loro furono infoibati, ossia inghiottiti in profonde voragini, quindi grandi fosse comuni per esecuzioni sommarie collettive, senza però prima aver ricevuto il colpo di grazia dal boia di turno. A quel punto, con metodologia di sterminio di massa, il crimine poteva avere inizio: le vittime venivano portate in fila sul luogo dell’esecuzione, con i polsi legati dietro la schiena con filo di ferro. Giunti sull’orlo dell’abisso, i carnefici davano inizio alla mattanza sparando un colpo di pistola o di fucile alla testa della prima vittima, facendola finire all’interno della voragine nella quale trascinava con sé ancora vivo il successivo a cui era legata. Altri vennero eliminati fisicamente nelle cave di bauxite, in fosse comuni o in fondo al mare. Altri ancora morirono nei campi di concentramento jugoslavi. I vari governi italiani succedutesi negli anni, con la complicità riconosciuta nel tempo, non consegnarono mai i responsabili dei crimini nei Balcani alla Giustizia, sia a causa dell’amnistia Togliatti intervenuta il 22 giugno 1946, sia perché il 18 settembre 1953 il governo Pella approvò l’indulto e l’amnistia proposta dal guardasigilli Antonio Azara per i tutti i reati politici commessi entro il 18 giugno 1948, a cui si aggiunse quella del 4 giugno 1966. Nel 1992, in Italia, è stato istituito un procedimento giudiziario contro alcuni dei responsabili dei massacri ancora in vita. L’inchiesta, istituita dal pubblico ministero Giuseppe Pittitto, partì per la denuncia della figlia di un infoibato, e vide come principali imputati i croati Oscar Piskulic e Ivan Motika. Il procedimento si è concluso con un nulla di fatto nel 2004, quando fu infatti negata la competenza territoriale dei magistrati italiani. Foibe: tombe senza nomi e senza fiori dove regna il silenzio dei vivi e il silenzio dei morti…

Istria, Fiume e Dalmazia, ossia l’Esodo di 350mila italiani costretti ad abbandonare le loro terre e le loro case per sfuggire alle persecuzioni dei partigiani comunisti jugoslavi al servizio del maresciallo assassino “Tito“, che conserva ancora oggi il titolo di Cavaliere di Gran Croce Ordine al Merito della Repubblica Italiana, decorato di Gran Cordone, che gli fu conferita il 2 ottobre 1969, dall’allora presidente Giuseppe Saragat.

«Serve ricordare anche per ripensare a tutti i fatali errori al fine di non ripeterli mai più», ha detto l’immacolato Giorgio Napolitano, liquidando la memoria di 20.000 italiani morti assassinati dai suoi ex compagni di partito, nel suo discorso in occasione del Giorno del Ricordo.

Sempre pronto, invece, a stracciarsi le vesti di dosso quando i morti da ricordare “lacrimevolmente” sono quelli imposti dai suoi padroni ebrei, ai quali per rendere al meglio il servigio e per mettere alla prova la propria obbedienza, arriva persino a genuflettersi alla fiamma eterna che arde in quel ricettacolo di propaganda sionista.

Le vecchie élites intellettuali e dirigenti del BelPaese, Dc e Pci, per oltre 60 anni hanno opposto la loro tendenza al “Ricordo”, in difesa del proprio potere e alimentando quel presunto prestigio istituzionale ed accademico che ha permesso loro di rimanere a galla per così tanto tempo. Mentre ieri difendevano l’onorabilità di prezzolati assassini resistenziali, elevandoli al grado di icone, oggi reagiscono a qualunque accenno di ridiscussione dei canoni consolidati di interpretazione della Storia.

Hanno caricato il termine “revisionismo” di ogni connotato negativo, hanno banalizzato il concetto per poterlo assimilare a “negazionismo” dando vita ad una nuova caccia alle streghe. Naturalmente l’opera di demonizzazione dei mass media, risulta facile se si circoscrive tutto alla polemica sulle cifre dell’industria dell’olocausto, il mito fondante, per il quale quanno abilmente costruito un muro di false certezze eretto dalla storiografia.

L’Italia non è più nazione dall’infame 8 settembre 1943. E qui si riassume tutta la viltà con cui i simboli dello Stato e dell’autorità governativa vennero posti in salvo: la resa incondizionata è diventata “armistizio” e la ignominiosa fuga del Re e dei suoi sodali a Pescara – sostengono gli storici o i testimoni che la giustificano – è stata “un’opportuna decisione”.

Badoglio, con la famiglia reale, scappava verso Pescara, e con lui si precipitavano all’imbarco e alla fuga i generali che si spintonavano per salire a bordo della corvetta “Baionetta” e che invece avrebbero dovuto manovrare la macchina militare italiana. Una miserevole scena che riassume tutta la viltà di quel tradimento che dai vertici si propagò alla periferia. Le Forze Armate italiane avevano comandanti che non meritavano. E fu il “tutti a casa” sbrindellato e atroce, con le deportazioni di migliaia di poveri soldati, molti dei quali non videro mai più l’Italia.

Quando l’americano Murphy e l’inglese Mac Millan chiesero al Re, a Brindisi, se potessero fare qualcosa per lui, la risposta fu:

«La Regina non è stata in grado di trovare delle uova fresche. È possibile acquistarne una dozzina?».

Il resto è Storia.

Come mai potremo dimenticare quel vergognoso 18 febbraio 1947, quando un treno carico di esuli italiani partito da Ancona che proveniva dal quarto convoglio marittimo di Pola, fece scalo alla stazione ferroviaria di Bologna. Per molti esuli l’impatto con la madre patria fu traumatico, dopo essersi visti costretti ad abbandonare le case e i propri averi, si videro spesso accolti con manifestazioni di aperta ostilità. Il “treno della vergogna” era chiamato.

Venne preso a sassate da infami che istigavano all’odio sventolando bandiere con la falce e martello. Le vivande destinate ai profughi vennero gettate nella spazzatura e ci fu perfino chi, per eccesso di zelo, versò sui binari il latte destinato ai bambini già in grave stato di disidratazione. Era l’Italia dove la violenza politica si era sostituita a quella autoritaria del regime abbattuto, alla guerra, ai lutti, alle sofferenze della popolazione civile.

Scriveva l’Unità: “Non riusciremo mai a considerare aventi diritto ad asilo coloro che si sono riversati nelle nostre grandi città. Non sotto la spinta del nemico incalzante, ma impauriti dall’alito di libertà che precedeva o coincideva con l’avanzata degli eserciti liberatori”. (L’esercito liberatore era quello di Tito e gli esuli erano gli italiani scacciati da Fiume, dall’Istria, dalla Dalmazia e dalla Venezia Giulia).

Ed ecco il pensiero di Palmiro Togliatti, segretario del Pci, sui miliziani comunisti di Tito che occupavano Trieste: “Lavoratori triestini, il vostro dovere è accogliere le truppe di Tito come liberatrici e di collaborare con esse nel modo più stretto“.

Ecco, infine, il suo pensiero sui “profughi”: “Questi relitti repubblichini, che ingorgano la vita delle città e le offendono con la loro presenza e con l’ostentata opulenza, che non vogliono tornare ai paesi d’origine perché temono d’incontrarsi con le loro vittime, siano affidati alla Polizia che ha il compito di difenderci dai criminali. Nel novero di questi indesiderabili, debbono essere collocati coloro che sfuggono al giusto castigo della giustizia popolare jugoslava e che si presentano qui da noi, in veste di vittime, essi che furono carnefici. Non possiamo coprire col manto della solidarietà coloro che hanno vessato e torturato, coloro che con l’assassinio hanno scavato un solco profondo fra due popoli. Aiutare e proteggere costoro non significa essere solidali, bensì farci complici” (lettera di Togliatti sui confini orientali)

La sinistra italiana, dopo aver celebrato e praticato l’unità antifascista, come scelta imposta dalle esigenze di politica internazionale dell’Unione Sovietica, ha poi dovuto partecipare a quarant’anni di guerra più o meno fredda fra i due protagonisti dell’alleanza e vincitori, che erano non solo due potenze in lotta per l’egemonia mondiale, ma due sistemi ideologici totalizzanti, in competizione per il dominio sulla sfera umana. Quando poi si è registrato il clamoroso crollo di uno dei contendenti, quello per cui parteggiavano, subito si gridò alla fine delle ideologie.

I vincitori nel 1989 hanno subito proclamato la fine della Storia, i vinti si sono affrettati a rimuovere il loro passato (Gianfranco Fini con le sue cravatte rosa), per arruolarsi velocemente sotto le nuove bandiere di un pensiero unico generalmente progressista e “democratico”. In fondo non è stato difficile per chi, da anni, era abituato a recitare la parte verbale del contestatore e fustigatore del sistema, mentre veniva ripagato dallo stesso con quote di partecipazione al potere, ruoli di discutibile egemonia culturale, prebende accademiche.

Ancora oggi in molte scuole non si dice niente agli studenti di cosa siano state le foibe e quanto siano menzognere quelle storie che parlano di resistenza e liberazione. Quante viltà ci sono state nel nascondere le ipocrisie di chi provava a costruire per l’Italia un altro regime con altri sanguinari protagonisti ed altre vittime. La storia fatta di silenzi, falsificazioni, mistificazioni, non è maestra di vita. Ma nascondere la storia delle viltà è come esser vili due volte!

Lo sa benissimo il capo dello Stato, Giorgio Napolitano, e lo sanno anche tutta quell’orda di ignoranti politici e zelatori al suo seguito paragonabile ai ritratti dei vili generali dell’epoca, dai petti carichi di nastrini, che sanno il più delle volte di posa e di falso: falsa la marzialità, falsa la voglia di combattere per difendere l’Italia. Tranne poche e molto onorevoli eccezioni.

Per tutti loro la mediocrità e la vergogna rimangono la regola.

Il regime di Tito viene ritenuto colpevole di crimini contro l’umanità come:

  • Massacro di Bleiburg e le stragi sommarie di circa 12.000 ex miliziani anticomunisti sloveni (domobranci) nel giugno 1945;
  • Persecuzioni anti-italiane e i massacri delle foibe come pulizia etnica nelle regioni a ridosso del confine italo-jugoslavo che causarono la tragedia dell’esodo dall’Istria, Fiume e Dalmazia. I massacri furono attuati contro tutti coloro che rappresentavano o potevano rappresentare, indipendentemente dalla loro fede politica, lo Stato italiano in quelle terre;
  • Pulizia etnica contro cittadini di etnìa tedesca;
  • Massacro di Bačka ossia pulizia etnica contro cittadini di etnia ungherese e tedesca nonché pulizia politica contro serbi anticomunisti;
  • Soprusi e le uccisioni perpetrati tra il 1945 e 1955 in vari campi di concentramento (quali Teharje in Slovenia e Goli Otok in Croazia) contro oppositori politici.

L’Italia, invece, ancora oggi conserva senza vergogna l’onorificenza più alta prevista dagli ordinamenti di benemerenza internazionale “Cavaliere di Gran Croce Ordine al Merito della Repubblica Italiana” (clicca qui) e conferita, con tanto di titolo “decorato di Gran Cordone“, all’assassino di oltre 20mila italiani. Il compagno che sbaglia, Josip Broz Tito.

Vergogna!
Vergogna!
Vergogna!

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