Censura all’italiana, i panni sporchi si lavano in Rete

A questo punto va riconosciuto che nella catastrofe d’Italia la più magra figura (per non dire di merda) l’ha fatta l’on. Giovanni Fava (Lega Nord, seggio n° 356), un ometto svelto che presume troppo dalla sua furberia. È saltata infatti la «Legge comunitaria 2011», ribattezzata «legge bavaglio al web», che prevedeva che «qualunque soggetto interessato» avrebbe potuto chiedere al provider la rimozione di informazioni presenti su internet considerate illecite e obbligava il fornitore del servizio a monitorare preventivamente qualsiasi attività dei propri utenti, pena il concorso di colpa. La norma, proposta dall’omino verde è stata soppressa durante la discussione alla Camera. Contro hanno votato Pdl (incredibile ma vero), Pd (radicali inclusi), Udc, Fli, Idv e Api, a favore solo lo stato maggiore della Lega, 57 generali con attendenti, familiari e bagagli. Gli emendamenti, che hanno cancellato l’intero articolo 18 del testo, sono invece passati con 365 voti a favore, e 14 astensioni. Indugiamo su questa miserevole pletora di ciarlatani leghisti e furbeschi cortigiani. È nel loro stile cogliere prontamente le occasioni che la fortuna gli offre, così come hanno sempre pronta la via della ritirata. Già nei mesi scorsi la misura era stata oggetto di numerose critiche da parte degli internauti poichè a sua introduzione avrebbe permesso a chiunque di poter provocare la censura di qualsiasi notizia o contenuto ritenuto scomodo. La terza sconfitta in pochi mesi, arrivata dopo lo stop al regolamento censura sul diritto d’autore di Agcom e l’abrogazione del comma ammazza-Blog e ammazza-Wikipedia, contenuto nella legge sulle intercettazioni. È stato il governo del puttaniere Berlusconi ad aver prodotto la più nutrita e pericolosa serie di tentativi di limitare la libertà di espressione in Rete. Nel partito dei pregiudicati (Pdl) si sono usati toni ben più allarmistici: «Internet è uno strumento micidiale», ha detto a Porta a Porta il presidente dei senatori del Pdl, Maurizio Gasparri, il 26 settembre. Proseguendo poi con il presidente del Senato, Renato Schifani, secondo cui i social network sarebbero «più pericolosi dei gruppi anni Settanta» e del ministro (inutile) degli Esteri, Franco Frattini che, irrimediabilmente indietro sulla stupidità, per rendere al meglio il suo servigio ai padroni di Washington, dichiarò: «Julian Assange vuole distruggere il mondo». Gabriella Carlucci, per esempio, di internet ha una concezione per così dire particolare: «I social network si sono trasformati in pericolose armi in mano a pochi delinquenti che, sfruttando l’anonimato incitano alla violenza, all’odio sociale e alla sovversione», affermò dopo l’aggressione di Massimo Tartaglia allo stallone di Arcore. L’aggressione scatenò anche le ire del senatore Raffaele Lauro che per l’occasione propose l’istituzione di un nuovo reato, quello di «istigazione e apologia dei delitti contro la vita e l’incolumità della persona, con l’aggravante per coloro che utilizzano telefono, internet e social network». La sanzione: dai 3 ai 12 anni di reclusione. E poi, lo disse lo zerbino del sistema Bruno Vespa, Tartaglia sarebbe stato «vicino ad ambienti del social network». Non stupisce, dunque, che Carlucci abbia vergato un ddl per eliminare radicalmente l’anonimato dalla Rete. Con buona pace di ciò che potrebbe significare per la libertà di espressione, per esempio in ambito politico. Attraverso il decreto dell’ex ministro prestanome Paolo Romani, poi, si è consumato il tentativo di equiparare le web-tv, i videoblog e perfino servizi come YouTube a reti come Rai o Mediaset. Assoggettando così tutte queste categorie alla disciplina sulla stampa e ai relativi obblighi. Prove tecniche di censura: si pensi al disegno di legge Levi-Prodi, che si proponeva di equiparare le responsabilità di un blog a quelle di un quotidiano, e dunque di assoggettare il primo agli obblighi formali e legali del secondo (registrazione, nomina di un direttore responsabile e quant’altro). O ancora, il famigerato emendamento proposto dal senatore Gianpiero D’Alia (Udc) che avrebbe potuto comportare la chiusura di Facebook o YouTube a causa di un semplice commento inserito da uno dei suoi utenti. Scampato pericolo, anche per questa volta. Ma fino a quando?

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