BRUNO VESPA MACHT FREI

Passata la festa gabbato lo santo. Nella giornata di ieri, 27 gennaio, la vulgata concentrazionaria dei rabbino-dipendenti, vomitando il suo odio, ha completato il servigio, facendo a gara per assicurarsi la massima libertà di coprire di fango chi non si inchina al sionismo, allo Stato sionista e alla loro mitologia, ora più che mai esposta al rischio di una demistificazione epocale nella sua componente olocaustica. Di fatto, là dove la repressione non dispone ancora dei mezzi per imbavagliare con tutti i crismi della legalità, è opportuno manipolare storici di corte e pennaioli servizievoli che si mettono a designare con il termine di “negazionismo” quell’ispirazione, cioè nazista o antisemita, che le predette categorie con una sicumera che discende dalla malafede, dal pressappochismo, dall’ignoranza o più probabilmente da tutte queste cose insieme, vorrebbero affibbiare secondo la formula inaudita: revisionismo uguale nazismo. Insomma, hanno dato abbondante prova di servigio per mettere alla prova la propria obbedienza. E lo si può capire. Per intenderci, l’unico evento preso in considerazione dalla filiera della più grande truffa politico-economica mai perpetrata che non è il genocidio in genere, bensì solo quel genocidio che viene simboleggiato nel nome di Auschwitz, è la pietra sulla quale Israele ha fondato le sue fortune materiali e morali. A pochi sarà sfuggito un particolare nel corso della puntata di Porta a PortaSopravvissuti allo sterminio – del 26 gennaio scorso, dedicata al giorno della memoria e nel corso della quale viene anche raccontata la storia della deportata ungherese Edith Bruck. L’argomento è il sapone, fatto con gli ebrei. In passato era stata la fervida immaginazione dell’ebreo Szymon Wiesenthal a fare circolare una delle più truculente storie olocaustiche: l’accusa ai tedeschi di aver fabbricato sapone con i corpi degli ebrei uccisi. Egli raccontò che la sigla riportata all’esterno dei pani di sapone “RIF”, stesse ad indicare “Rein Judisches Fett” (vero grasso ebraico). In realtà la sigla stava per: Reichsstelle fuer Industrielle Fettversorgung (Centro Nazionale Approvvigionamento Grassi Industriali). La storia del sapone, così come quella dei paralumi fatti con pelle di ebrei (in verità pelle di capra) e delle teste mummificate di ebrei (in verità provenienti da un museo antropologico tedesco in Sud America e che portavano ancora il numero di inventario), oggi non fanno più parte degli strumenti accusatori nei confronti del nazionalsocialismo. Gli storici ufficiali “di regime” e lo stesso mondo ebraico (le autorità del museo dello Yad Vashem) hanno da tempo smentito ogni accusa basata su queste “prove”, ritenendole a tutti gli effetti false. Tutto il video della puntata è consultabile cliccando qui, – avvisiamo i lettori del blog che però mancava il plastico di Auschwitz – in compenso al 01:11:59 del filmato Edith Bruck, la sopravvissuta alla shoah, ci racconta del sapone, e comincia a farla. Ma farla davvero come la polenta fuori dal paiolo. È un triofo di merda tiepida. E continua a farla ed è una produzione che non ci credi, mentre in studio Riccardo Pacifici guarda Vespa come a dire: “E questo è niente...”.

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2 commenti

  1. […] ampiamente previsto, da diversi giorni. Anche a Porta a Porta sapevano, tanto che si prevede un plastico di Bruno Vespa dall’inquietante titolo: ROMA, I GIORNI DELLA MERLA. Ospiti in studio: solo il […]

  2. […] oggi in molte scuole non si dice niente agli studenti di cosa siano state le foibe e quanto siano menzognere quelle storie che parlano di resistenza e liberazione. Quante viltà ci sono state nel nascondere […]


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