I professionisti della resistenza e della deportazione

C’è vita dopo Auschwitz. Nel 1945-46 i giudici di Norimberga non disponevano di statistiche serie sul numero degli ebrei sopravvissuti, e neanche avevano potuto consultare le tonnellate di carte d’archivio cadute nelle mani degli anglo-americani. Al processo si lanciò la cifra di 10 milioni, poi di 6 milioni, e su quest’ultima si basarono infine l’accusa e la sentenza. Poi, per legittimare scintificamente Norimberga, gli “esperti della memoria” si sono sempre accordati su 6 milioni come “media aritmetica” fra le loro diverse stime, senza necessariamente che fra loro vi sia stato accordo sui rispettivi effettivi di ciascun campo e sul numero di ebrei in ciascun paese prima e dopo la guerra. Bisogna trovare 6 milioni. E quando gli storici sono condotti dalle loro ricerche a dubitare della versione generalmente ammessa preferiscono, per simpatia verso i deportati o per paura delle reazioni, non pubblicare il risultato delle loro ricerche. Probabilmente non si saprà mai con precisione quanti furono i morti di Dresda, e moralismo aiutando, i bombardamenti intensivi e assassini di Amburgo, Tokyo, le due bombe atomiche su Hiroshima e Nagasaki, tutti quei morti vengono giustificati come un male necessario per evitare altri massacri il cui orrore sarebbe consistito nel fatto che, questi, sarebbero stati sistematici. Questa giustificazione sorregge l’antifascismo di oggi e di domani e dunque la sinistra che se ne alimenta, scusando così la propria partecipazione al sistema. In questo caso, si può parlare di milioni di morti (60 milioni nella II guerra mondiale) che non devono essere ricordati perchè, come tutti gli altri, non facciano ombra ai morti ebrei della shoah. È lecito sospettare che tutte le lacrime versate sugli ebrei perseguitati non siano del tutto sincere, che siano motivate da ben altri interessi come quelli che ha Israele, impiegato dal 1948 a massacrare i palestinesi ai quali ha strappato la terra e la vita. Oggi, invece, nel pollaio tecnocrate di Bruxelles si blatera di libertà, di democrazia, di uguaglianza e si confezionano leggi e leggine liberticide volte a ridurre al silenzio gli uomini liberi che avversano le menzogne del sistema. Le lobby ebraiche che pilotano il pollaio Ue hanno letteralmente il terrore che gli Europei possano ragionare con la loro testa, e di conseguenza, cominciare a scrollarsi di dosso il lacrimevole vittimismo ebraico che da anni incombe come un ricatto permanente, ne impedisce la ricerca, lo studio, e di esaminare liberamente la Storia.

La lobby ebraica infiltrata in Europa, dopo aver deciso ed imposto a tutti di celebrare il 27 gennaio come “giornata della memoria” della shoah ha già predisposto con lacrimevole vittimismo di imporre a tutti la “giornata del giusto“, che si celebrerà il 6 marzo, anniversario della morte nel 2007, guarda caso, di un ebreo Moshe Bejski, presidente della commissione dei giusti di Yad Vashem, la fiamma eterna che arde in quel ricettacolo di propaganda sionista.

La dichiarazione scritta (clicca qui per scaricare) è stata presentata al Parlamento europeo il 16 gennaio scorso. Gabriele Albertini, Lena Kolarska Bobińska, Ioan Mircea Paşcu, Niccolò Rinaldi e David-Maria Sassoli sono i primi cinque europarlamentari firmatari.

Come mai ogni commemorazione genocida che l’Unione europea sforna affonda le proprie radici nelle memorie olocaustiche e non in altri accadimenti storici?

Per quanto possa sembrare strano, in Europa è la sinistra parlamentare a trarre benefici dallo sfruttamento di Auschwitz. Fintantoché Auschwitz resterà profondamente radicato nel discorso politico quotidiano, la destra non potrà mai alzare la testa. La sinistra dominante europea dipende oggi totalmente dalla versione ufficiale dell’Olocausto e di Auschwitz. Per diventare membro dell’esclusivo club della società aperta, si deve semplicemente sostenere le guerre giuste.

Ricordate, invece, questa data: 20 luglio 2000?

Siamo in Italia…

L’onorevole Furio Colombo per il quale il “giorno della memoria” ha rappresentato il  principale impegno quando è stato eletto deputato dell’Ulivo nella XIII legislatura (Elezioni politiche del 25 aprile 1996, proclamato il 25 aprile 1996 ed elezione convalidata il 22 gennaio 1997 con la maggioranza di centrosinistra DS-L’Ulivo e governi Prodi, D’Alema e Amato), con la Legge n°211 del 20 luglio 2000 (iniz. parl. pres. 20/01/00: Atto parlamentare: C. 6698), ha istituito ed ufficializzato questo anniversario (unica legge nella storia della Repvbblica approvata all’unanimità dalla Camera dei giudei e dal Senato della kippah) che ha come punto di riferimento shoah.

La legge si compone di soli due articoli. All’articolo 1 c’è scritto:

«La Repubblica italiana riconosce il giorno 27 gennaio, data dell’abbattimento dei cancelli di Auschwitz, “Giorno della Memoria”, al fine di ricordare la Shoah (sterminio del popolo ebraico), le leggi razziali, la persecuzione italiana dei cittadini ebrei, gli italiani che hanno subìto la deportazione, la prigionia, la morte, nonchè coloro che, anche in campi e schieramenti diversi, si sono opposti al progetto di sterminio, ed a rischio della propria vita hanno salvato altre vite e protetto i perseguitati».

Quali cancelli furono “abbattuti” ad Auschwitz, il 27 gennaio 1945, on. Colombo?

Il 27 gennaio 1945, intorno alle ore 15, entrarono a Birkenau e Auschwitz i soldati sovietici della Prima Armata del Fronte Ucraino, comandata dal maresciallo Koniev. Il primo soldato sovietico a mettere piede ad Auschwitz è stato il diciannovenne Yakov Vincenko…bla…bla…bla…

Ad oggi i cancelli sono presenti, usurati dal tempo, ma non sono mai stati abbattuti (es: foto visita Benedetto XVI, Auschwitz 28 maggio 2006).

In cosa consiste legiferare la necessità di “abbattimento dei cancelli di Auschwitz” se i detenuti rimasti prigionieri erano già liberi dal 19 Gennaio 1945, giorno in cui le SS avevano già evacuato il campo, quindi dove nessun soldato tedesco poteva essere presente il 27 Gennaio a tenere prigionieri gli internati?

A tal proposito alcuni passaggi da un libro di Primo Levi deportato nel campo di Auschwitz “Se questo è un uomo. La Tregua”, ristampa identica alla precedente (Editore Einaudi, 01/09/84) che racconta le sue esperienze, è considerato un classico della letteratura mondiale.

Egli conferma l’abbandono del campo il 19 Gennaio, in cui riporta che i soldati tedeschi non c’erano più, le torrette erano vuote (pag.198). All’alba dello stesso giorno Levi e due suoi compagni, avvolti in coperte, escono per cercare viveri, trovano patate e una stufa; al rientro incontrano un soldato tedesco in motocicletta che li ignora (pag.198-201). Il 20 gennaio “il campo era silenzioso”.

Questa vergognosa prassi consente ai tanti sionisti di complemento sparsi per il mondo di zittire i critici agitando sulle loro teste lo spauracchio dell’antisemitismo e agli alti rappresentanti di Israele di non dover mai render conto delle proprie “imprese”. Alla nascita stessa dell’entità sionista, oltre a non secondari fattori geopolitici, ha effettivamente contribuito il senso di colpa dei paesi europei sentitisi pesantemente corresponsabili della catastrofe per non aver opposto le resistenze dovute ai disegni criminali nazisti. Certo, uccisioni e massacri ce ne sono in tutte le guerre, ma solo, i nazisti – a detta dei lacrimevoli insolenti – volevano uccidere.

Ciò ha caricato l’evento della shoah di più profondi significati mistici dai quali è scaturita una vera e propria religione olocaustica, che è cresciuta e si è espansa parallelamente al declino delle vecchie istituzioni teologiche organizzate come la Chiesa Romana, fino al punto di sostituirsi ad esse.

Tale religione si erge sul mito fondante della shoah e sul senso di colpa collettivizzato di cui il timore reverenziale degli europei nel muovere critiche ad Israele è una spia estremamente rivelatrice. In altre parole, la passività (o l’aver collaborato attivamente) con cui gli europei hanno colto la shoah ha macchiato indelebilmente le loro coscienze, che devono rimanere inchiodate al senso di colpa nei secoli.

Il senso di colpa collettivo si fa quindi inestinguibile, la shoah diventa “l’evento” che non conosce paragoni e gli ebrei tornano così a sentirsi il “popolo eletto” legittimato a non riconoscere giurisdizione alle regole e ai codici che valgono per tutti gli altri.

Si celebra quindi la “Giornata della memoria” invitando le folle pecoresche (invocando leggi sul negazionismo condite da censure planetarie) a “ricordare” perché “non accada più” e così facendo si sostituisce beatamente il passato al presente nella speranza di favorire la “comprensione”, laddove la sacralizzazione degli eventi rifugge ogni loro spiegazione logica e razionale. Non occorre infatti evitare che si riproponga la shoah, cosa palesemente inverosimile, ma fare in modo che certe situazioni non si verifichino più, prescindendo dalle vittime e dai carnefici. Questa dovrebbe essere la funzione della Storia.

Ma siccome i popoli europei divorati dal senso di colpa persistono nel seguire l’imperativo “ricordare” e la shoah è unanimemente considerata “l’evento” di fronte al quale tutto svilisce e perde di significato, allora per gli “eredi” (perché se il senso di colpa collettivo è ereditario, anche lo status di vittima deve esserlo) di coloro che la subirono sulla propria pelle deve vigere una sorta di “stato di eccezione”.

Da cappuccetto rosso ad Auschwitz, prosegue la lacrimevole sfilata di rabbino-dipendenti per rendere al meglio il servigio. Gianfranco Fini, il fascista che fu ex in anticipo (diventò fascista nel ’68 perché al Manzoni di Bologna gli avevano impedito di vedere “Berretti Verdi”, dove «John Wayne parte per il Vietnam a combattere eroicamente i musi gialli comunisti») ci ha impiegato una vita per scrollarsi dalle spalle il passato e conquistarsi il favore di una delle comunità più piccole, ma potenti del paese: quella ebraica.

Memorabile la dichiarazione del il fascista riabilitato Fini quando spinse il suo occhiuto servilismo fino a coniare la formula «dell’Europa delle cattedrali e delle sinagoghe», mirabile sintesi in chiave di fantastoria.

La nonna di Ferrara. Oppure quando l’anno scorso nel giorno della memoria al Museo ebraico di Roma rievocò qualche ricordo dell’album di famiglia: «Mia nonna era di Ferrara, si chiamava Navarra e ha trasmesso a mia madre un candelabro che somiglia tanto ai vostri».

E ancora: «Il ricordo del candelabro a otto bracci, ecco cos’era quello che nella mia infanzia credevo un giocattolo, pur prezioso. Era una fila di otto seggioline, di argento brunito, che potevano contenere candele, l’unico oggetto che mia madre conservava di mia nonna, che era di Ferrara».

Alessandro Ruben (l’autore del vergognoso finanziamento da 300.000 euro sottratto alle tasche degli italiani), deputato Fli e consulente per le questioni estere (o ebraiche) di Fini spiegò saggiamente: «Dovrebbe essere una channukkà. Gli ebrei a dicembre accendono ogni sera una candela per celebrare il miracolo dell’olio per i lumi del Tempio che nonostante fosse quasi esaurito durò per otto giorni».

Ci sono voluti anni di abiure e distacchi, pazienti lavori diplomatici degli amici Alessandro Ruben e Giancarlo Elia Valori che furono alla base del suo antico viaggio in Israele.

A Silvio Berlusconi invece è bastato un secondo e quattro righe di testo per conquistare da quella piccola, ma potente comunità non solo simpatia, ma gratitudine e riconoscenza proprio un uno dei momenti più difficili e delicati della vita del suo servile governo.

La filiera della più grande truffa politico-economica mai perpetrata continua…

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6 commenti

  1. grazie dell’informazione,
    bel pezzo, complimenti

  2. La vergogna dell’Italia in kippah. Servi per interessi personali.
    Questo siamo e resteremo.

  3. […] la festa gabbato lo santo. Nella giornata di ieri, 27 gennaio, la vulgata concentrazionaria dei rabbino-dipendenti, vomitando il suo odio, ha completato il […]

  4. ADOLF HITLER, FUHRER, PADRE… QUANTO CI MANCATE!!

    negroni-marletta.

  5. […] ogni santo giorno tedia gli uomini liberi con le menate sul Rigurgimento, sulla Resistenza, sull’industria della $hoah e sulla fasulla unità […]

  6. […] Fini con le sue cravatte rosa), per arruolarsi velocemente sotto le nuove bandiere di un pensiero unico generalmente progressista e “democratico”. In fondo non è stato difficile per chi, da […]


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