Pane e cannoli

Da una settimana e più migliaia di persone di varia estrazione sociale (autotrasportatori, agricoltori, pastori, studenti, braccianti, o anche solo cittadini esasperati) manifestano in tutto il BelPaese contro l’austerity, il disinteressamento delle istituzioni e i vessamenti imposti dalla opprimente dittatura fiscale dell’autocrate governo dei banchieri. Sono bastati pochi giorni di mobilitazione per mettere in ginocchio la Sicilia delle votazioni bulgare nel fragoroso 61 a 0 di qualche anno fa, che consegnò la Regione nelle mani dei mafiosi Totò Cuffaro e Marcello Dell’Utri. Ora la protesta si va diffondendo. E il contagio continua. Cannoli a parte, sono in molti a domandarsi come mai questo movimento detto dei forconi o dei nuovi Vespri anti-globalizzazione nasca solo ora contro un governo (seppur ultraliberista, antipopolare e antinazionale) in carica da pochi mesi, e non sia nato prima, quando era fin troppo chiaro che il governo guidato dallo stallone di Arcore con annesso corollario di olgettine, stava contribuendo alla rovina dell’Italia. La risposta è semplice: se non fossimo una nazione che chiama “escort” le troie patriottarde, il motivo è senz’altro che i forconi condannati alla miseria da salari irrisori, precarietà e disoccupazione, hanno un denominatore comune, il fatto di non essere figli di borghesi annoiati, di avere fame, e peggio, di averne le palle piene di intrallazzatori e politici con il loro culo ben piazzato su comode poltrone in Tv, colti in flagranza di falsificazione quando reciprocamente si accusano scandalizzati in chiave indignata per le assunzioni clientelari e sprechi vari.

L’argomento è arcinoto e non serve neppure ricordarlo: raccomandati e posti di lavoro ai protetti, in questi anni di pacchia dissennata, hanno dilatato a dismisura gli organici di enti e carrozzoni vari, spesso anche inutili. Il vizietto è di tutti e i saccheggiatori appartengono alle solite cricche.

Quelli dei forconi sono assolutamente determinati. Perché non hanno più nulla da perdere. Le loro aziende agricole sono in default. Quello che producono non genera più profitto, è solo un costo. La differenza la farà la tenuta sociale e da quello che si vede in Sicilia, e a macchia d’olio nel resto d’Italia, sembrano arrivare segnali molto preoccupanti.

Poi il decreto sulle liberalizzazioni, tanto elogiato dall’èlite massonica nel pollaio di Bruxelles, che prima ancora di essere emanato, ha suscitato proteste assumendo il carattere di rivolte, e al quale, l’esecutivo tecnico al servizio del club finanziario delle democrazie capitaliste che risponde al nome di Banca Centrale Europea, ha risposto che non intende trattare.

Ma non è stata la struttura dell’ortodossia liberalistica sottostante, oggi da lui diretta, a pilotare la maggior parte delle privatizzazioni italiane, lasciando ai ministri l’infame compito di apporre la loro firma sui singoli decreti di liberalizzazione?

Il livello del malcontento è tale che nessuno, al potere o all’opposizione, può più contare sulla fiducia della popolazione. I manifestanti non fanno distinzione tra politica e anti-politica, come molti parrucconi imbellettati vorrebbero invece far credere.

La rabbia dei cittadini contro questo sistema infame di ingiustizia sociale nasce dalle durissime misure di austerity approvate dal governo, mentre l’opposizione (quasi inesistente) non risponde più alle priorità della popolazione.

Questi onorevoli cialtroni, che angelicamente chiedo sacrifici a chi non ha più nulla da sacrificare, non hanno contribuito all’austerità nazionale. Non hanno sborsato neanche un centesimo dai loro dorati stipendi.

In Italia, ormai, tutti calvalcano la protesta, dimenticando che la maggioranza del BelPpaese è affetta da un sostanziale sottosviluppo culturale politico, e che destroidi e sinistroidi nominati da una legge vergogna hanno dato al governo dei banchieri la loro fiducia.

Molto probabilmente si tratta del movimento meno omogeneo che mi sia capitato di vedere in Italia, sia per la varietà dei partecipanti che per le loro rivendicazioni: salari, pensioni, indipendenza dalla finanza mondiale e dimissioni del boiardo Monti.

La diversità dei manifestanti implica al contempo una diversità comportamentale. A differenza da quanto avveniva in passato contro i governi in carica, nelle piazze, oggi per lo più non si trovano in maggioranza mercenari girotondini intellettuali con la loro pseudocoscienza civica e la loro arte del dialogo coltivata in dotte dissertazioni che con aria debitamente saputa, ad onta della loro attitudine a pigliare fischi per fiaschi, attiravano l’attenzione dei media.

Di questi tempi tra i manifestanti si trovano emarginati e persone insoddisfatte perché non trovano lavoro, perché si sono viste tagliare i servizi sociali, per l’aumento del costo della vita, per il fatto che il governo protegge gli strozzini mentre loro sono i discriminati. Che lo si voglia o meno, anche loro fanno parte della cosiddetta “società civile”.

Non sono solo queste però le ragioni che li hanno spinti a rivoltarsi: lo hanno fatto per urlare come vogliono tutta la loro esasperazione, perché sperano – come noi tutti – che qualcosa nella loro vita possa cambiare.

Più volte strumentalizzati dalle tenere menti al soldo di politicanti infami, la loro “violenza“, però, non consiste nello svellere le pietre del selciato e nello scagliarle in testa agli agenti: “violenza” è invece imporre una legge elettorale senza dibattito pubblico, “violenza” è l’organizzazione del consenso affidata alla grande stampa legata al sistema finanziario da cui nasce l’esecutivo in carica. Oppure “violenza” è tagliare i salari di coloro che lavorano onestamente e le pensioni di chi ha lavorato tutta una vita. Se ci si limita a cercare la violenza soltanto tra i teppisti, allora si perde il significato fondamentale della protesta che rischia il corto circuito e l’espansione (legittima) delle ribellioni. Lo Stato è violenza.

Quando la gente capirà che non è sufficiente manifestare in modo simbolico la propria esasperazione, forse non sarà ancora del tutto stanca. In compenso si sentirà emarginata, diverrà emarginata e la polizia del pensiero potrà identificare un numero maggiore di teppisti.

Quanto al cameriere del nuovo ordine mondiale, Giorgio Napolitano, l’elenco delle sue proclamazioni democratiche invoca rigore ed equità «Serve maggiore coesione sociale», ma non dovrebbe temere per la propria poltrona.

Salvo poi non indignarsi quando il governo della miseria (da lui nominato) vuole licenziamenti di massa, perché vuole superare la cassa integrazione (pagata con i contributi dei lavoratori e non dagli industriali), che salvaguarda il rapporto di lavoro, sostituendola con l’indennità di disoccupazione. Questa ipotesi produrrebbe centinaia di migliaia di disoccupati.

Nella Trinità della religione liberistica il feticcio delle “Liberalizzazioni”, occupa un ruolo comparabile soltanto a quello della “Flessibilità”. Criticarlo è tabù.

Ma i tabù, come è noto, nascondono sempre qualcosa di poco chiaro…

Il governo farebbe meglio a prenderli sul serio.

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