Come ammazzare il presidente, e vivere felici

Obama, dead or alive? Tre amici cospirano per uccidere i loro terribili capi quando si rendono conto che sono un ostacolo nella loro strada per raggiungere la felicità. Questa è, in sintesi, la trama dell’omonimo film “Horrible Bosses” (costato 35 milioni di dollari e incassandone 107 milioni) di Seth Gordon uscito nelle sale americane l’estate scorsa e poi sbarcato in tutto il mondo. Tra cinismo e cattiverie dei capi i loro dipendenti inizieranno a cercare vendetta. Quante persone hanno la fortuna di amare il proprio lavoro ma soprattutto quante amano i propri colleghi di lavoro? E qui il campo si restringe. Quante persone, invece, amano il proprio Capo? Quasi nessuno. Una possibilità non c’è, o uccidere il proprio capo o cambiare lavoro. La seconda ipotesi appare anche più difficile della prima. Ecco che “Come ammazzare il capo e vivere felici (Horrible Bosses)” è un film di forte immedesimazione e con battute molto forti, come poi si parla realmente nella vita. Ma a iniziare il lavoro sporco ci ha pensato un settimanale degli Stati Uniti al servizio della comunità ebraica di Atlanta in Georgia, il The Atlanta Jewish Time (l’articolo in basso), che per mano di Andrew B. Adler il 13 gennaio scorso ha dedicato un suo articolo sulla questione dell’Iran e relativo alla divergenza di opinioni e di vedute che gli Stati Uniti e Israele hanno nei confronti della Repubblica Islamica intesa come minaccia per lo stato ebraico. In sostanza Israele ha tre opzioni per tutelare la propria sicurezza: Attaccare Hezbollah e Hamas, colpire l’Iran e le sue postazioni nucleari, o “uccidere il presidente degli Stati Uniti”, che secondo il direttore del settimanale è un nemico giurato di Israele. In entrambi i casi, il problema sarebbe risolto!

L’indignazione, lacrimevolmente offerta dagli impiegati della memoria corta, non si è fatta attendere. Di fronte alle scuse che, oggi più di ieri, a dispetto del tempo trascorso, in una sorta di parossismo cronologicamente inversamente proporzionale, la comunità ebraica esige dai più svariati settori della società e che le vengono porte con estrema riverenza da chiunque rivesta un incarico appena superiore a quello di vigile urbano, Adler ha fatto poi parzialmente marcia indietro, ha detto di essere “dispiaciuto”, si è giustificato dicendo che voleva “sondare la reazione dei suoi lettori”, parlando del suo editoriale controverso in un’intervista alla Jewish Telegraphic Agency.

La Casa Bianca è un posto molto pericoloso. Nella storia degli Stati Uniti sono stati numerosi i tentativi di assassinare presidenti in carica o ex presidenti. Quattro attentati sono andati a buon fine (Abraham Lincoln, 15 aprile 1865; James Garfield, 2 luglio 1881; William McKinley, 6 settembre 1901; John F. Kennedy, 22 novembre 1963), mentre due hanno provocato il ferimento della vittima predestinata. Molti di più sono stati poi gli attentati o i complotti, veri o presunti, sventati molto prima che potessero essere messi in atto:

Abraham Lincoln fu ucciso il 14 aprile 1865 mentre si trovava al Ford’s Theatre di Washington per assistere allo spettacolo Our American Cousin. Gli sparò l’attore e simpatizzante dei Confederati John Wilkes Booth, morì il 15 aprile, alle 7:22 del mattino.

James Garfield fu ucciso il 2 luglio 1881 a Washington, la capitale degli Stati Uniti. Era in carica da 4 mesi. Gli sparò Charles Guiteau e morì undici settimane più tardi, il 19 settembre.

William McKinley fu ucciso il 6 settembre 1901 al Temple of Music di Buffalo, nello stato di New York. Gli sparò due volte l’anarchico Leon Czolgosz mentre visitava l’Esposizione Panamericana. Morì otto giorni più tardi, il 14 settembre.

Un passo indietro nel tempo rievoca una giornata di inizio novembre del 1963, negli Stati Uniti del Sud. Il presidente John Fitzgerald Kennedy annuncia una visita ufficiale nel Texas. Lyndon Johnson, vicepresidente e suo consigliere, lo ha indotto a programmare un viaggio nel West anche perchè in quella zona dello Stato JFK non gode di un ampio consenso, votato com’è ad una politica, quella della Nuova Frontiera, incline ad una redistribuzione della risorse economiche e perciò lontana dagli interessi dei grandi investitori e degli industriali del Texas. Giovedì, 21 novembre, JFK e la moglie arrivano a Fort Worth.

La mattina successiva, il presidente si sveglia di buon’ora, tiene un breve discorso alla folla che lo attende davanti all’albergo dopodichè, alle 9:30, parte in direzione dell’aereo che lo trasporterà sino a Dallas. L’Air Force One presidenziale atterra alle 11:40 all’areoporto di Love Field: nei pressi della pista si trova la limousine Lincoln che lo scorterà sino al Trade Mart, per un banchetto che non avverrà mai.

JFK sale sull’automobile, sul sedile posteriore, alla sua sinistra c’è la moglie, mentre davanti a lui siede John Connally, governatore del Texas, al cui fianco si trova la consorte. Il corteo imbocca l’angolo di Houston Street con Elm Street. Sono le 12:30. A questo punto, Abraham Zapruder, un cineamatore dilettante dotato di videocamera a braccio, accende la sua cinepresa non sapendo che si appresta a riprendere uno degli eventi più importanti del secolo.

La Lincoln di Kennedy rallenta in prossimità della curva, il Presidente ed il Governatore salutano la folla. Questo è quanto accadde secondo la versione ufficiale dei fatti, fornita dalla commissione Warren: la limousine rallenta e in quel momento parte un primo colpo di fucile, poi un altro. JFK smette di salutare. La limousine si dirige immediatamente verso il Parkland Memorial Hospital, dove i dottori non possono fare altro che constatare, dopo disperati tentativi di tenerlo in vita, la morte di John Fitzgerald Kennedy. Lee Harvey Oswald fu accusato dell’omicidio venendo a sua volta ucciso, due giorni dopo, da Jack Ruby, prima che potesse essere processato.

Molti di più furono i presidenti americani scampati a falliti attentati: Andrew Jackson scampò a un attentato il 30 gennaio 1835; Theodore Roosevelt, dopo aver lasciato la Casa Bianca, il 14 ottobre 1912, scampò a un attentato; il lontano cugino Franklin Delano Roosevelt, ebbe stessa sorte nel febbraio del 1933; il successore, Harry Truman rimase illeso l’1 novembre 1950.

Venendo a tempi più recenti il repubblicano Richard Nixon scampò a ben due distinti attentati mentre era in carica. Il primo il 14 aprile 1972 a Ottawa, in Canada e il secondo il 22 febbraio 1974. Il successore Gerald Ford fu in pericolo due volte: il 5 settembre 1975 a Sacramento, in California e pochi giorni dopo, il 22 settembre 1975, a San Francisco, in California. Per Jimmy Carter il giorno fortunato fu il 5 maggio 1979. Il 30 marzo 1981 Ronald Reagan fu feritoda un uomo che aprì il fuoco mentre stava entrando nella limousine blindata.

Il 13 aprile 1993, pochi mesi dopo la fine del suo mandato, George H.W. Bush scampò a un attentato alla Kuwait University in Kuwait. Secondo l’intelligence Usa dietro si celava Saddam Hussein che voleva vendicarsi della prima guerra del Golfo nel 1991. Questo episodio molti anni dopo, venne riportato dall’informazione embedded come uno degli elementi che spinse il futuro criminale di guerra e inquilino della Casa Bianca, George W. Bush, a invadere l’Iraq.

Avete capito? Non le leggendarie armi di distruzione di massa che non furono mai trovate.

Bill Clinton scampò a due attentati il 12 settembre 1994 quando Frank Eugene Corder atterrò con un Cessna nel giardino della Casa Bianca dopo aver cercato di schiantarsi nell’edificio. Il secondo episodio il 29 ottobre 1994, Francisco Martin Duran esplose 29 colpi di fucile semiautomatico contro la Casa Bianca.

Chiude il lungo elenco dei fortunati George W. Bush: la prima volta il 7 febbraio 2001 Robert Pickett esplose vari colpi verso la Casa Bianca; la seconda il 10 maggio 2005 a Tbilisi, in Georgia, quando tentò di lanciare una granata verso il podio da cui stava parlando.

Premesso che da quando il premio Nobel per la pace orwelliana Barack Obama ha vinto le presidenziali Usa è stato più volte bersaglio di tentati omicidi, soprattutto a sfondo razziale per le sue origini afro-kenyote, non possiamo non ricordare il polverone sollevato nel 2008 e che suscitò una serie di “indignazioni a cascata” (o triofi di merda tiepida) per un complotto (poi sventato dagli investigatori federali) mirato ad assassinare il candidato presidente “abbronzato” degli Stati Uniti, messo a punto – secondo la vulgata giudaica – da due presunti neo-nazisti «skinheads».

Allora il piano sarebbe stato scoperto grazie a un’inchiesta in Tennessee e Arkansas  della ATFR, l’agenzia federale americana del dipartimento di Giustizia che ha il compito di prevenire reati federali. Nel mirino dei presunti killer ci sarebbero stati studenti neri, ma il massacro doveva estendersi poi su scala nazionale e raggiungere, come soluzione finale, il candidato dei democratici alla Casa Bianca.

Si trattava di due ragazzi, Daniel Cowart di 20 anni del Tennessee e Paul Schlesselman di 18 di West Helena nell’Arkansas, arrestati con l’accusa di possesso illegale di fucili a canne mozze. Ma in mente avevano un reato ben più grave: volevano uccidere il candidato Barack Obama, sparandogli o decapitandolo nel corso di un comizio in una scuola nei pressi di Memphis. I due sospetti, entrambi skinhead e neonazisti (come piace sottolineare all’informazione embedded), avrebbero aperto il fuoco anche contro gli studenti della scuola, frequentata soprattutto da ragazzi afroamericani.

I due sospetti, secondo documenti processuali, avrebbero anche voluto uccidere 102 afroamericani, in una riedizione del massacro di Columbine, ma questa volta con marcato sfondo razzista. Poi, 88 afroamericani a colpi di arma da fuoco per decapitarne infine altri 14. I numeri 88 e 14 (sempre come piace sottileare all’informazione embedded) hanno una valenza simbolica per i fautori della supremazia della razza bianca. Gli agenti non indicarono però in quale scuola sarebbe dovuto avvenire il massacro, ma indicarono l’obiettivo finale che sarebbe stato Barack Obama.

Le accuse contro i due giovani arrestati furono di aver complottato per uccidere il candidato presidente degli Stati Uniti «sono serie e saranno trattate come tali» aveva affermato il procuratore distrettuale del Tennessee occidentale Lawrence Laurenzi.

La loro intenzione, secondo l’accusa, era di compiere una raffica di omicidi – dopo aver svaligiato un negozio d’armi – che doveva concludersi con l’uccisione di Obama, un gesto per cui «hanno dichiarato che erano pronti a morire».

L’udienza per la loro incriminazione formale venne programmata il 30 ottobre a Memphis, in Tennessee, la città dove 40 anni prima era stato assassinato il leader del movimento dei diritti civili degli “abbronzati” Martin Luther King.

Nel mese di novembre del 2010, un anziano veterano di guerra, ex poliziotto e vigile del fuoco in pensione, venne arrestato per aver confessato di voler uccidere il presidente degli Stati Uniti, Barack Obama. Michael Stephen Bowden, così si chiamava l’ex militare che vive a Spartanburg, in South Carolina. Secondo le prime indagini, Bowden disse che voleva far fuori il primo presidente di colore della storia americana perchè non ha fatto abbastanza per aiutare gli afro-americani.

Un altro incredibile caso, accaduto a novembre del 2010, riguarda Oscar Ramiro Ortega, accusato di tentato omicidio del presidente degli Stati Uniti Barack Obama o di una persona del suo staff. Il ragazzo, di 21 anni e originario dell’Idaho, venne arrestato per una pallottola da lui sparata che si conficcò nello stipite di una finestra della Casa Bianca. Ortega si è presentato davanti a un giudice a Pittsburgh, in Pennsylvania, ma il caso venne trasferito alla corte federale di Washington. Imputazione: carcere a vita.

E siamo al 13 gennaio 2012…

«Il premier israeliano ordini al Mossad di uccidere Barack Obama in modo che il suo successore possa difendere Israele dall’Iran». È quanto ha scritto il direttore dell’Atlanta Jewish Times, Andrew B. Adler, in un articolo pubblicato sul giornale della comunità ebraica della capitale della Georgia.

Nell’articolo (sopra), Adler ha esposto tre opzioni per difendere Israele dall’Iran:

  • Lanciare un attacco preventivo contro Hamas ed Hezbollah;
  • Attaccare i siti nucleari iraniani;
  • Dare il via libera agli agenti del Mossad presenti negli Stati Uniti per eliminare un presidente considerato poco amico di Israele in modo che l’attuale vicepresidente prenda il suo posto e ordini con forza che la politica degli Stati Uniti preveda l’aiuto allo stato israeliano nel distruggere i suoi nemici;

Adler (come da copione) si è scusato, dicendosi “molto dispiaciuto”, ma la comunità ebraica di Atlanta ha diffuso un comunicato in cui condanna le sue dichiarazioni come “scioccanti e incredibili”:

«Pur sapendo delle scuse di Adler, siamo sbalorditi che abbia potuto dire una cosa simile», ha detto il direttore della comunità ebraica, Dov Wilker, aggiungendo che «il direttore del giornale dovrebbe porgere le sue scuse al presidente Obama, così come allo Stato di Israele e ai suoi lettori, la comunità ebraica di Atlanta».

La condanna arriva anche dal direttore della Anti-Defamation League, Abraham Fox:

«Non ci sono scuse, giustificazioni, ragioni per questo tipo di discorsi».

Fox riconosce però che le idee espresse da Adler riflettono alcune posizioni estremistiche che esistono, anche nella comunità, secondo cui il presidente degli Stati Uniti, Barack Obama, è un «nemico del popolo ebraico».

Parola di ebreo. Shalom.

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