Europe is watching Hungary

Per addestrare le pecore ci vogliono anni, ed è un duro lavoro fatto da interminabili sedute di manipolazione, turni estenuanti di condizionamento di massa che obbligano a raccontare le gesta e il valore del manichino di turno, colui che si dedica alla cura della fattoria. Forse la cosa più logica sarebbe insegnare ai manichini come si cavalca una pecora (non nel senso sessuale). Ma i manichini non ne vogliono sapere, hanno la testa piena di spugna, non decidono niente. Sono incapaci di intendere e di volere. Alla fine, anche questo è parte dello spettacolo. Il disegno di rimbecillimento di massa è lo strumento ideale del manichino che ha il potere di ingannare le pecore e di costringerle a fare cose esilaranti, addestrandole affinché si rendano ridicole agli occhi di chi le guarda senza destare il minimo risentimento. Il Corriere di Sion, La Repubblica di Hasbara e la La Stampa di Tel Aviv, hanno già lanciano la crociata contro il governo di Budapest, genuflettendosi servilmente ai manichini di pezza di Bruxelles per la svolta nazionalista in Ungheria. Questi servi che continuiamo a fantasticare oltre che non riuscire a vedere oltre la punta del loro naso adunco, mirano a deviare l’attenzione manipolando le comunicazioni di massa per stravolgere la partecipazione e l’informazione politica dei cittadini, con l’obiettivo di rovesciare su altri argomenti tutta la rabbia e la disperazione accumulata dai popoli dominati dall’Alta finanza e dalla Grande usura. Cosa avrà mai fatto Viktor Orbán per meritarsi l’attenzione della cloaca di ruffiani incensatori?

magyar bank

Il premier magiaro (leader del partito Fidesz che ha conquistato i 2/3 del parlamento alle elezioni del 2010) dopo aver buttato fuori a calci in culo il FMI dal proprio paese, dopo aver tagliato gli emolumenti ai banchieri, dopo aver ridotto del 9% la tassazione per le aziende, dopo aver vietato i mutui in valuta straniera che facevano concorrenza a quelli in valuta nazionale, ha nazionalizzato la Banca Centrale Ungherese.

Un modello assai più noto si può trovarlo nella Germania uscita dalla I Guerra Mondiale quando Hitler e i Nazional-Socialisti, che arrivarono al potere nel 1933, si opposero al cartello delle banche internazionali iniziando a stampare la propria moneta.  Allora il cappio di Versailles aveva imposto al popolo tedesco risarcimenti che lo avevano completamente e disperatamente portato in rovina.

La Germania non poteva far altro che soccombere alla schiavitù del debito e agli strozzini internazionali. O almeno così sembrava.

Oggi, in pratica, Orbán ha imposto alle banche di ripagare, con proprio capitale, parte dei debiti contratti in valuta estera, a partire dai mutui. Tanto da far ingoiare un bolo da un chilo agli strozzini della Banca Centrale Europea.

Inutile dire che le agenzie di rating, élite strutturate dal dominio planetario che, pur senza aver nessuna autorità in merito o legittimità popolare, per mezzo di comunicati e previsioni emettono sentenze sul futuro economico degli stati nazionali, si sono affrettate ad abbassare il rating ungherese a livelli da quarto mondo, come sempre si fa con quanti si vuole ricondurre all’obbedienza.

Così mentre per l’Ungheria dorati pennivendoli montano la protesta per la svolta “autoritaria” del governo magiaro, Bruxelles ha ricordato che uno dei dogmi dell’Unione europea è proprio l’indipendenza delle banche centrali.

Nel frattempo, Budapest si può dimenticare che riprendano i negoziati con Ue e gli usurai del Fondo Monetario Internazionale per gli aiuti da 15-20 miliardi di euro chiesti per stabilizzare il fiorino in caduta libera sui mercati internazionali.

Nello specifico l’Europa vuole valutare ”le conseguenze giuridiche” sulle libertà di stampa e di religione, per i diritti delle donne e l’indipendenza dei giudici nonchè della Banca centrale.

Le leggi volute da Orbán – a detta delle tenere menti – sono ”potenzialmente in violazione” di una serie di principi fondanti dell’Ue, ma se è vero che il presidente della Commissione Josè Manule Barroso ed i vicepresidenti Viviane Reding (Giustizia) e Olli Rehn (affari economici) nelle ultime settimane hanno fatto pressing sul governo ungherese è anche vero che Orbán ha tirato dritto senza lasciarsi intimidire:

«È una moda europea quella di tenere le banche centrali in una posizione di sacra indipendenza», ha dichiarato alla stampa. «Nessuno può interferire con l’attività legislativa ungherese, nessuno al mondo può dire ai rappresentanti eletti dal popolo ungherese quali leggi approvare e quali no».

Nell’aprile scorso durante un discorso tenuto in Parlamento, Viktor Orbán, sottolineò:

«Noi non crediamo nell’Unione Europea, crediamo nell’Ungheria, e consideriamo l’Unione Europea da un punto di vista secondo cui, se facciamo bene il nostro lavoro, allora quel qualcosa in cui crediamo, che si chiama Ungheria, avrà il suo tornaconto».

Orbán, applaudito dagli esponenti del governo e da quelli di Jobbik, ha poi continuato affermando che il tipo di cooperazione che vorrebbe costruire con la maggioranza degli stati Ue prevede che sia l’Ungheria, sia ciascun altro Stato possa avere il suo rendiconto personale, e che la Ue non rappresenta una questione di fede ma di ragione, ed è inaccettabile che l’Ungheria debba sempre affermare di credere in qualcosa, così come storicamente dovette credere in Vienna, in Mosca, nel Comecon, ora la si forza a credere nell’Unione Europea e nella NATO.

Ciò indebolisce la politica e fa perdere fiducia alle persone nel dibattito politico: «Siamo guidati dal fare l’interesse del popolo ungherese, che va armonizzato con gli interessi e i punti di vista degli altri popoli».

Il più grande successo della presidenza europea, secondo Orbán, è che ora l’Ungheria sia più forte e più indipendente di come era vent’anni fa, e capace di farsi valere nell’arena internazionale.

Una ”posizione politica”, ha spiegato il portavoce della Commissione europea, Olivier Bailly, verrà presa quando gli esperti della Commissione avranno esaminato nel dettaglio i testi della trentina di leggi (da una decina di pagine ciascuna) approvate ed appena entrate in vigore.

L’arma di Bruxelles potrebbe essere proprio lo stop al piano di aiuti finanziari chiesto da Budapest, ma lo stesso Bailly ricorda che le nuove leggi di riforma costituzionale ”sono state approvate da un parlamento legittimo” e quindi solo dopo che sarà stata accertata una violazione del diritto europeo sarà possibile reagire concretamente.

Ed in ogni caso dovranno essere i governi ”a dover tirare le conclusioni”, come ha cominciato a fare oggi il ministro degli esteri francese Alain Juppè che ha appunto chiesto alla Commissione di fare l’analisi di quello che ha definito ”un problema”.

Negli ultimi anni, ai fenomeni del populismo, o dell’antipolitica, che convergono nel minare le strutture dei cosiddetti regimi democratici si sono aggiunti prezzolati pennivendoli alle loro dipendendenze. Così come accaduto al serbo Slobodan Milošević, all’austriaco Jörg Haider, all’olandese Geert Wilders, le potenti divisioni della (dis)informazione di massa si sono schierate compatte contro l’ungherese Viktor Orbán.

Ecco che impulsivamente animati dalla loro irrefrenabile tendenza servile, fanno a gara per favorire al meglio il servigio, ergendosi inquisitori sulla base dell’antica dottrina della «superiorità morale» e dimostrando la volontà di stare a rimorchio di quell’Europa delle anime morte più vigile nel misurare al centimetro la zucchina che a contrastare l’usura, la speculazione, il mondialismo e la globalizzazione che svuotano le vecchie sovranità nazionali e rendono difficile il controllo delle lussuriose élite (di merda).

Il segreto sta nella capacità di sapersi svendere. La politica però è una cosa seria, e loro che di interessi se ne intendono, non la guardano mica passare come la mucca quando passa il treno…

Viktor Orbán, per la seconda volta (la prima durante il discorso del 15 marzo, in occasione della festa nazionale) ha paragonato Bruxelles alla Mosca sovietica. Ma il passato conta e non può essere cancellato. Specie se uno non si ritira in pensione, ma diventa presidente della Repubblica. E specie se pretende di dare lezioni di libertà.

Il cameriere del nuovo ordine mondiale Giorgio Napolitano, nel 1956, quando i carri armati sovietici schiacciarono nel sangue il popolo ungherese che chiedeva libertà, si pronunciò così:

«L’intervento sovietico ha non solo contribuito a impedire che l’Ungheria cadesse nel caos e nella controrivoluzione ma alla pace nel mondo».

Lorsignori dov’erano?

Quell’invasione (“per la pace”) massacrò 3.000 ungheresi.

(…)

Sei giorni, sei notti di gloria durò questa nostra vittoria;
al settimo sono arrivati i russi con i carri armati.

I carri ci schiaccian le ossa, nessuno ci viene in aiuto.
Sull’orlo della nostra fossa il mondo è rimasto seduto.

(…)

Volete che 55 anni dopo, a comunismo crollato, il compagno presidente Giorgio, invelenito dalle emorroidi, esalti ancora l’invasione sovietica?

E in Italia, sulla spinta del fenomeno Orbán, hanno iniziato a occuparsi del “problema” i soliti schiavi con la palla al piede, mentre sono in pochi ad evidenziarne lo slancio di libertà per un popolo usurato e sottomesso dalle oligarchie finanziarie mondialiste.

Comunque la sensibilità verso il tema sembra aver trovato il suo terreno più fertile nell’ambito del contesto estremista e xenofobo, a cominciare da quelli nostrani, che non si scandalizzano alla globalizzazione neoliberista e ai suoi crimini sia in campo politico-sociale che nell’ambito delle relazioni internazionali. No. Basta considerare il trattamento speciale che ottengono dalla politica e i gruppi di interesse in cambio di “pezzi d’autore” per imboccare l’opinione pubblica in un più minuzioso disegno di rimbecillimento popolare,

L’Europa, colonia di Washington e Tel Aviv, si è incamminata verso il sentiero del pensiero unico, con l’Italietta a fare da battistrada. Può darsi che alla fine si prenda un’altra strada. Siamo certi però che l’informazione embedded propagandata da taluni trinariciuti non possa certo permettersi il lusso di dare lezioni all’Ungheria. Questa volta gli italiani non hanno applaudito tantomeno abboccato al loro amo; è strano perché loro, quando c’è da applaudire, si catapultano. Come le pecore.

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