Gli ineffabili trinariciuti e la socializzazione del potere italiota

Il trinariciuto è simbolo di imbecillimento e di rinuncia al ragionamento individuale. La figura del grande chef del nuovo ordine mondiale Giorgio Napolitano, con in mano il sacchetto delle proclamazioni democratiche, ha difeso il suo operato e la legittimità del governo dei banchieri (da lui nominato) del boia bocconiano e docente trinariciuto Mario Monti: «È una grave leggerezza dire che la democrazia è stata sospesa. Il mio dovere era evitare lo scioglimento delle Camere». Anche perché, aggiunge, «sono sempre stato imparziale». Queste sono state le parole del presidente della Repubblica durante lo scambio di auguri tra le più alte cariche dello Stato al Quirinale. Cantavano quasi con grazia, pur con le bocche sdentate, le stornellate di tempi passati ed erano sicuri e sorridenti nei loro eleganti vestiti, all’improvviso chiamati alla ribalta del teatrino nazionale colmo di strozzini, papponi e taglieggiatori di ogni risma che, nel trattare le loro questioni sociali, si concedevano una giornata fatta quasi a immagine e somiglianza dei tempi in cui si erano ingrassati. A completare la compagine c’era, alla ribalta, anche il “mandolino d’oro”, Gianfranco Fini, fascista riformato e servo dei giudei, uno che per tutta la vita aveva suonato e cantato per vicoli e negozi e sagre cittadine. Con un merito in più: andava in giro con lettere di uomini potenti del tempo, tutte attestanti che lui era buon suonatore e aveva avuto l’onore di esibirsi alla loro presenza. Prima di dar vita alle sue esibizioni, annunciava stentoreo: “E questa serenata l’ho cantata alla presenza dell’on. Giorgio Almirante”, e così dicendo esibiva la missiva con la quale l’onorevole garantiva quel che il mandolinista aveva detto. Ad ogni esecuzione, una lettera: “E questo pezzo l’ho cantato e suonato presente il deputato Pino Rauti”, e fuori la lettera dell’on. Rauti. «La nomina di Monti – spiega Napolitano – non è stato uno strappo istituzionale e non mi risulta il tradimento della volontà popolare». Le ombre del passato però ingombrano la scena. I protagonisti non possono farci dimenticare il loro coinvolgimento e l’inadeguato comportamento dell’inglorioso passato e dell’opinabile presente. Non si tratta infatti di episodi senza storia, ma di tutto un ragionamento politico sulla “democrazia” che fu travolta dai protocomunisti, dal “migliore” Palmiro Togliatti al “peggiore” Giorgio Napolitano, adoratore del regime stalinista e fedele galoppino, regicoda e portaborse di Togliatti. Con buona pace per il comunismo classico nato dalle teorie di Marx e Engels. I gradi delle loro responsabilità sono differenti, ma continuano a macchiare la loro biografia con insufficiente ed artificioso riconoscimento. La tragedia quindi è di casa.

La democrazia occidentale deve un grande tributo alla rivolta d’Ungheria del 1956 e non si possono ammettere eccezioni o dimenticanze di sorta. Dal 23 ottobre sino all’8 novembre, bisognerebbe divulgare tutto ciò che gli archivi ci hanno disvelato sull’invasione sovietica dell’Ungheria. Pensiamo invece, anzi ne siamo convinti, che l’archivista sia morto di raffreddore. Del resto la ex Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche non si è mai fatta scrupoli in materia di eliminazione di persone scomode. Anzi, per anni non c’è stato alcun mistero attorno alla triste sorte di scrittori, filosofi e pensatori, o più semplicemente di dissidenti, che un tempo venivano messi al confino in Siberia senza tanti complimenti. Poi, vuoi per evitare problemi con pacifisti e affini, vuoi perché dai gulag qualcuno riusciva a tornare e, pur minato nel fisico e nell’animo, magari riusciva anche a raccontare la tragica esperienza, come ha fatto nei suoi libri Aleksandr Solzenicyn, in Urss a qualcuno deve essere venuto il sospetto che il mondo intero non vedesse di buon occhio i campi di concentramento, oramai passati di moda, e si è optato per soluzioni finali meno appariscenti e chiassose.

Per qualche tempo è andata quindi di moda la morte per raffreddore. Ma è durata poco, dato che nessuno era più disposto a credere alla stampa sovietica (ammesso che qualcuno, tranne Napolitano, ci avesse mai creduto). E allora? Come eliminare i fastidiosi oppositori del potere? Nell’ex Urss hanno optato per l’avvelenamento. Non che questo non lasci tracce o passi inosservato, ma alla fine sembra essere il metodo che sia andato per la maggiore senza per altro aver del tutto soppiantato il piombo caldo.

Da qualche anno russi e ucraini scomodi cadono come mosche eliminati con fantasiosi quanto letali preparati. Non stiamo parlando dell’arsenico che, se nominato insieme ai vecchi merletti, ha anche un suo fascino romantico, ma più che altro di diossina e polonio: Iulia Timoshenko aveva fatto sapere ai giudici di temere per la sua vita, che aveva paura di essere uccisa in carcere e, per confermare le sue preoccupazioni di fronte alla corte, i suoi avvocati richiesto una visita medica poiché sul corpo della leader della rivoluzione arancione spuntavano lividi ovunque e nessuno seppe spiegare come. Viktor Iushenko che è stato visto sui banchi del tribunale di Kiev in veste di testimone contro la sua ex alleata Timoshenko, ha subìto nel 2004 un avvelenamento da diossina. La conseguenza è stata piuttosto evidente. Il suo viso portava ancora i segni della deturpazione da cloracne.

Agenti segreti che non sono stati esenti da avvelenamenti a loro volta, soprattutto se diventati dissidenti, come Aleksandr Litvinenko morto a Londra nel 2006. In un libro pubblicato nel 2002 aveva accusato gli agenti del Fsb (il novello Kgb) di essere i responsabili degli attentati avvenuti in Russia tra l’agosto e il settembre del 1999 che provocarono più di 300 morti. Attentati che erano invece stati attribuiti ai separatisti ceceni per avere, così, una scusa plausibile per attaccarli. Fatto sta che qualche tempo dopo essere stato in un sushi bar a Londra, Litvinenko iniziò ad accusare alcuni gravi disturbi. Risultò dalle analisi un avvelenamento irreversibile. Inizialmente i medici pensarono si trattasse di tallio.

Ma poi convennero che era stato esposto alle radiazioni di polonio 210 e ne era rimasto contaminato. All’epoca dei fatti Litvinenko stava indagando sull’omicidio della giornalista Anna Politkovstakaja, uccisa con un colpo di pistola alla testa nel palazzo in cui viveva a Mosca, nel giorno del compleanno del presidente Vladimir Putin. Il suo carnefice.

Successivamente alla morte di Litvinenko furono trovati positivi al polonio altri due agenti segreti che avevano avuto incontri con lui: Andrei Logovoi e Dmitri Kovtun. Nel 2007 Kostantin Drusenko e Serghei Lomako, funzionari antinarcotici dei servizi segreti, sono stati trovati morti avvelenati in una stanza d’albergo a San Pietroburgo, ma non è stata fatta luce su quale sostanza sia stata usata per ucciderli.

Siccome tutto si paga, Krusciov, che era stato fortemente delegittimato dai veleni di Togliatti, forse, invelenito dalle emorroidi si vendicò in quel di Yalta, dove nell’agosto del 1964 Togliatti perse la vita per cause mai veramente chiarite. Comunque sia, l’indimenticabile 1956 insegna, anche al presidente Napolitano, che è ora di affrancarsi dalla triste etichetta di togliattiano:

(…)

Come si può, ad esempio, non polemizzare aspramente col compagno Giolitti quando egli afferma che oltre che in Polonia anche in Ungheria hanno difeso il partito non quelli che hanno taciuto ma quelli che hanno criticato? È assurdo oggi continuare a negare che all’interno del partito ungherese- in contrapposto agli errori gravi del gruppo dirigente, errori che noi abbiamo denunciato come causa prima dei drammatici avvenimenti verificatisi in quel paese – non ci si è limitati a sviluppare la critica, ma si è scatenata una lotta disgregatrice, di fazioni, giungendo a fare appello alle masse contro il partito. È assurdo oggi continuare a negare che questa azione disgregatrice sia stata, in uno con gli errori del gruppo dirigente, la causa della tragedia ungherese.

Il compagno Giolitti ha detto di essersi convinto che il processo di distensione non è irreversibile, pur continuando a ritenere, come riteniamo tutti noi, che la distensione e la coesistenza debbano rimanere il nostro obiettivo, l’obiettivo della nostra lotta. Ma poi ci ha detto che l’intervento sovietico poteva giustificarsi solo in funzione della politica dei blocchi contrapposti, quasi lasciandoci intendere – e qui sarebbe stato meglio che, senza cadere lui nella doppiezza che ha di continuo rimproverato agli altri, si fosse più chiaramente pronunciato – che l’intervento sovietico si giustifica solo dal punto di vista delle esigenze militari e strategiche dell’Unione Sovietica; senza vedere come nel quadro della aggravata situazione internazionale, del pericolo del ritorno alla guerra fredda non solo ma dello scatenamento di una guerra calda, l’intervento sovietico in Ungheria, evitando che nel cuore d’Europa si creasse un focolaio di provocazioni e permettendo all’Urss di intervenire con decisione e con forza per fermare la aggressione imperialista nel Medio Oriente abbia contribuito, oltre che ad impedire che l’Ungheria cadesse nel caos e nella controrivoluzione, abbia contribuito in misura decisiva, non già a difendere solo gli interessi militari e strategici dell’Urss ma a salvare la pace nel mondo.

(…)

Novembre del 1956 come il Novembre del 2011. Il tempo passa per tutti ma non per i nostri (si fa per dire) eroi di carta. Il compagno presidente Giorgio Napolitano insiste su quel passaggio cruciale a fine novembre ripetendo il concetto che ricorrendo a un governo tecnico invece di andare al voto l’Italia ha evitato una “catastrofe”: «Il tentativo di evitare un immediato scioglimento delle Camere e ricorso alle urne, viste le ricadute dirompenti che ciò avrebbe potuto avere per il nostro paese nel burrascoso contesto dell’eurozona, visto cioè l’incombere sull’Italia di un catastrofico aggravarsi della crisi finanziaria, era un mio preciso dovere istituzionale».

Il presidente ripercorre la fine del governo Berlusconi, risolta quando «con senso di responsabilità» (Come no! Basta crederci, Silvio si è dimesso per il senso dello Stato e non perchè Mediaset è crollata in borsa del 12% in un giorno) l’ex premier si è deciso «a rassegnare le dimissioni». Dopo di che «aver dato fiducia a questo governo è stato segno di consapevolezza dell’estrema difficoltà del momento: è, per i partiti che lo hanno deciso, titolo di merito, non motivo di imbarazzo. L’ampiezza e la continuità del sostegno allo sforzo appena avviato, in quanto prova di un condiviso senso di responsabilità e impegno costruttivo delle forze politiche, è ciò che più rafforza e può rafforzare la credibilità dell’Italia».

E chi dice che la democrazia è sospesa commette una “leggerezza”.

L’ennesimo trionfo di merda tiepida…

Poi con un gran colpo tonante di culo, (leggasi Colpo di Stato), il cameriere del nuovo ordine mondiale Giorgio Napolitano genuflesso alle oligarchie plutocratiche che vollero commissariare l’Italia, nominò premier il boiardo della Trilateral Commission, Mario Monti, per abbassare lo spread!

Ecco quindi che la via per la transizione alla democrazia “fai da te” perseguita a tappe forzate negli ultimi anni non passa attraverso la immediata socializzazione della proprietà dei mezzi di produzione, ma punta, in modo prioritario, alla sempre più ampia democratizzazione del potere.

Nel rapporto con l’economia questa scelta strategica di imbellettati parrucconi democratici si traduce nell’obiettivo, già delineato nel 1945 al banchetto di Yalta, del «controllo democratico della produzione».

Un obiettivo che si esprime poi nella più dispiegata formula del «governo democratico dell’economia» tanto caro ai residuati Bersani, Berlusconi, Casini, Fini, Di Pietro, e allo scalatore bancario Bossi. È grazie a loro (sic), figli degeneri della Prima Repvbblica, che in questa prospettiva svolgono un ruolo che intende essenzialmente proporre riforme democratiche delle istituzioni dell’economia e, in particolare (sic, sic) il piano culturale entro il quale una avanzata politica che contempli tali riforme deve essere collocata.

E sotto questo aspetto, a stabilire precisi nessi fra socializzazione del potere e trasformazione del modo di produzione, fra democratizzazione dell’economia e costruzione della democrazia in cui, al di là delle singole tappe raggiunte o da raggiungere nell’immediato perche genuflessi ai padroni dell’Alta finanza e della Grande Usura, il senso complessivo della transizione.

Il compromesso catto-comunista, volgarmente definito costituzione, enuncia ma, a differenza delle costituzioni dell’Europa occidentale, non definisce la sovranità popolare, accogliendo altresì il concetto di «popolo sovrano» ma non, come le altre costituzioni, gli specifici e limitati contenuti che a questo concetto attribuisce la filosofia politica borghese.

Infatti, per il secondo comma dell’art. 1:

«La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione»

Che cosa debba intendersi per «popolo» sovrano, e quali siano le forme» e quali i «limiti» all’esercizio della sua sovranità l’art.1 non lo dice. Infatti, nel BelPaese, la sovranità popolare è una clausola generale di emancipazione politica, i cui contenuti l’intero sistema della costituzione è chiamato a determinare.

E da questo siffatto sistema  emerge un complesso e articolato disegno di democrazia politica, che in parte riproduce, ma in larga parte supera, gli schemi classici della democrazia rappresentativa borghese: il «popolo» sovrano è anche, ma non è solo, il corpo elettorale; «le forme» di espressione della sovranità popolare sono anche, ma non sono solo, quelle della elezione dei membri del parlamento.

Ecco quindi che l’interpretazione dominante del secondo comma dell’art. 1 è utilizzata a proprio uso e consumo, per fare e disfare, a proprio piacimento o magari quando fa comodo, governi legittimamente eletti dal Popolo. Il tutto non secondo una logica intrinseca alla costituzione, ma secondo schemi concettuali della teoria politica liberale.

Costoro vivono in un mondo di falsificazioni democratiche con una percezione contraddittoria e confusa della realtà che li circonda. L’unica cosa che non sorprende più è la perseveranza dell’opinione pubblica a continuare a ritenere “reale” la partita politica in atto senza vedere oltre il sottilissimo velo di menzogna che copre questo teatrino messo in scena all’unico scopo di intrattenere il pubblico.

Un teatrino di dubbio gusto in cui le grandi manovre sono imposte dal mondo dei banksters e degli oligarchi mondialisti attraverso proposte operative che i governi, tramite istituzioni parimenti occulte, si badano bene dal respingere con l’obiettivo strategico di giungere alla realizzazione di un progetto che prevede la instaurazione di un unico governo depositario del potere economico, politico e culturale che ci hanno portato al disastro attuale.

I mandanti all’interno dei governi senza più sovranità nazionale sono uomini già appartenuti all’establishment bancario e finanziario del quale recepiscono genuflessi gli ordini. Non sorprende invece il teatrino che ha portato sul palco Mario Monti. Giornalisti e opinionisti lo definiscono un genio, un professore ultrareferenziato e capace con la sua sola presenza di dare ai mercati quella sicurezza che gli apparati di potere plutocratico installati nei CdA delle banche e delle multinazionali, incondizionatamente esigono.

Invece Mario Monti non è un genio, non è l’uomo della Provvidenza, non è un tecnico indicato a salvare il BelPaese e il pubblico non dovrebbe per nulla applaudire il suo ingresso in scena. In linea con l’ortodossia dei sistemi di salvataggio bancari e crescite economiche drogate da politiche di sostenibilità a vantaggio del sistema usuraio, il preside Monti è l’ennesimo prodotto dei poteri forti sovranazionali, e che si avvalgono dell’Alta finanza come strumento di controllo sulla politica, arrivato al momento “opportuno” per mettere in atto quei cambiamenti strutturali antidemocratici, antinazionali e antipopolari che il sistema pretende.

“La democrazia non è sospesa”, avverte a gargarozzo vibrante Giorgio Napolitano.

E la costituzione gli dà ragione. Grazie al cazzo, dissero i parrucconi costituzionalisti invitati, per l’evento, all’ossario: nulla impedisce che i parlamentari consegnino il governo del Paese a un gruppo di tecnocrati non eletti dai cittadini e guidati da un professore scelto dal capo dello Stato.

  • Il testo integrale del discorso

Saluto cordialmente voi tutti, rappresentanti di un ricco tessuto di istituzioni e di società civile, ringraziandovi per la partecipazione a questo tradizionale incontro, e ringraziando innanzitutto il Presidente del Senato per il suo indirizzo augurale, rivolto anche a quanti sono lontani, militari e civili impegnati all’estero in missioni internazionali di pace. Nell’ispirazione e negli accenti del suo intervento, Presidente Schifani, si è rispecchiato quel comune sentire nella guida delle nostre istituzioni che è particolarmente importante, oggi più che mai, nell’interesse generale del paese.

Quello che sta per concludersi è l’anno in cui è stato scosso e messo alla prova come non mai, a sessant’anni dal suo avvio, il progetto europeo e si sono concretizzati per il nostro paese rischi assai gravi, dinanzi ai quali non hanno retto i preesistenti equilibri politici e si sono fatte sempre più stringenti nostre antiche e recenti contraddizioni e insufficienze. Senza indulgere troppo a ricostruzioni e considerazioni retrospettive, conviene associare agli auguri che ricambio amichevolmente a voi tutti, qualche riflessione sulle condizioni in cui sta per aprirsi il nuovo anno, alla luce delle più recenti evoluzioni del contesto europeo e nazionale.

Rispetto alla crisi dell’Eurozona, alla sua persistente acutezza e alle sue ancora preoccupanti incognite, abbiamo da ultimo per riferimento anche le posizioni e decisioni del Consiglio svoltosi a Bruxelles l’8 e il 9 dicembre. Senza volerne dare qui una valutazione analitica, mi limiterò a rilevare l’impegno e la complessità di quel confronto, l’indubbio rilievo e tuttavia i limiti di alcune novità che sono emerse. Con esse – in continuità col pacchetto di regole già approvate dal Parlamento Europeo – si è teso a rafforzare la governabilità e controllabilità delle politiche di bilancio degli Stati membri, a prevenire il riprodursi di deficit eccessivi, a procedere verso una vera e propria “fiscal Union”.

Resto convinto che non si debba distogliere l’attenzione da quel che può essere fatto senza indugio entro il quadro giuridico attuale. E non poco resta da fare. Nemmeno con l’ultimo Consiglio è stata ancora eretta una barriera di corresponsabilità e solidarietà sufficiente per bloccare attacchi pesanti, sui mercati finanziari, ai debiti sovrani di Stati come il nostro. Sono certo che il governo italiano continuerà a sollecitare in tal senso scelte più coraggiose e coerenti, entro il prossimo marzo, da parte delle istituzioni europee.

Nell’immediato, vanno segnalate come importanti, e seguite nella loro attuazione, le misure adottate l’8 dicembre dalla Banca Centrale Europea per rafforzare “il necessario impulso della politica monetaria all’economia reale”, imprese e famiglie.

In quanto alla decisione dei Capi di Stato e di governo dell’area Euro di predisporre un “accordo internazionale” – vista la contrarietà del Regno Unito a procedere a una revisione del Trattato di Lisbona – due mi sembrano le preoccupazioni ovvero le esigenze da esprimere.

La prima: non scavare solchi incolmabili tra paesi che si sono tutti riconosciuti nei fondamenti essenziali del processo di integrazione europea. L’Europa non può in un modo o nell’altro dividersi e frammentarsi, secondo linee geografiche o sulla base di opposte intransigenze e di tendenziali esclusivismi. Comunque, la scelta del far ricorso a un “accordo internazionale” andrà ben chiarita nei suoi rapporti con il contesto comunitario, in particolare con il ruolo della Commissione europea e con quello del Parlamento.

La seconda esigenza è quella di cogliere fino in fondo la lezione della crisi dell’Eurozona in quanto conseguenza dell’incompiutezza e contraddittorietà del cammino seguito dall’Unione dopo Maastricht. E la lezione dovrebbe esser chiara : occorre non solo una politica monetaria, ma una politica fiscale, di bilancio e macroeconomica effettivamente europea, come oggetto di sovranità condivisa sotto la responsabilità politica dell’Unione, di sue credibili autorità di governo.

Insomma, piaccia il termine oppure no, è verso un’Europa più federale, di certo più integrata e più forte nella sua capacità di parlare e agire all’unisono, che è giocoforza muoversi. E’ di qui che passa l’affermazione non solo di una cultura della stabilità e di una prassi condivisa di stabilizzazione finanziaria, ma insieme di una cultura dello sviluppo e di una nuova strategia di crescita per l’Europa : quella che oggi latita, nonostante l’incombere della recessione. Quanto ho detto finora può essere apparso una lunga digressione, ma in effetti è premessa e parte integrante di un’agenda per l’Italia nel tempo che viviamo, nell’anno che ci attende. D’altronde i problemi e le decisioni su cui ci stiamo oggi concentrando non hanno come quadro di riferimento precisamente quel che accade in Europa e nelle istituzioni dell’Unione, ovvero lo sforzo per fronteggiare e superare una crisi che è – in un complesso e incerto quadro globale – inscindibilmente italiana ed europea? E che cos’è il provvedimento in via di definizione in Parlamento se non il contributo che offriamo alla causa della salvezza dell’Euro, attraverso uno sforzo ulteriore che dobbiamo insieme e innanzitutto all’Italia per salvarla da rischi estremi ancora evidenti?

A ben vedere, questo è anche il senso del passaggio politico compiutosi nel nostro paese nel corso dell’ultimo mese. Passaggio da un’ordinaria, benché distorta, dialettica tra maggioranza e opposizione parlamentare in una logica di competizione bipolare, a un tentativo di mobilitazione straordinaria, la più vasta e consapevole, anche sul piano politico, in funzione di decisioni di emergenza a cui non ci si poteva più sottrarre. La soluzione di governo cui si è giunti un mese fa ha costituito lo sbocco di un lungo travaglio politico e infine di una serena, obbiettiva riflessione.

La maggioranza di governo scaturita dal voto del 2008 e dal meccanismo elettorale maggioritario, era stata già da tempo segnata da una rottura pubblica e aveva visto via via ridursi la sua coesione e stabilità e quindi accrescersi le sue difficoltà di decisione e di iniziativa. E quanto più appariva necessaria un’ampia convergenza attorno a scelte difficili e impegnative, tanto più risultava penalizzante il clima aspramente divisivo radicatosi nei rapporti politici. La sostenibilità anche internazionale di tale stato di cose era giunta a un punto limite. A me toccava solo registrare e seguire imparzialmente le reazioni delle forze in campo. Fino a quando il Presidente del Consiglio on. Berlusconi, prendendo atto di una situazione così critica, dopo l’esito negativo di una votazione significativa in Parlamento, si è risolto, con senso di responsabilità, a rassegnare le dimissioni.

Il tentativo di evitare un immediato scioglimento delle Camere e ricorso alle urne, viste le ricadute dirompenti che ciò avrebbe potuto avere per il nostro paese nel burrascoso contesto dell’Eurozona, visto cioè l’incombere sull’Italia di un catastrofico aggravarsi della crisi finanziaria, era un mio preciso dovere istituzionale. E la via obbligata da percorrere era quella di affidare la formazione di un nuovo governo a una personalità rimasta sempre estranea alla mischia politica, già sperimentata in funzioni di governo esercitate correttamente, per riconoscimento bipartisan, nell’arco di dieci anni al livello europeo, e dotata di indubbia autorevolezza internazionale. Di qui l’incarico al senatore professor Mario Monti.

Peraltro, la lunga irriducibile contrapposizione, al limite della incomunicabilità, determinatasi tra gli schieramenti di maggioranza e di opposizione, ha reso impraticabile ogni ipotesi di larga coalizione di governo, come il Presidente incaricato ha potuto ben presto constatare. Tale impraticabilità si è tradotta nell’opzione delle stesse forze politiche a favore della non partecipazione di personalità di partito al nuovo esecutivo. Quello che è stato chiamato un “governo tecnico” o “di tecnici” non è stato che la conseguenza dell’opzione che ho ricordato. La fiducia che un larghissimo arco di forze ha accordato in Parlamento al governo Monti è stata al tempo stesso chiara espressione della convinzione largamente condivisa che occorresse scongiurare, in una fase così critica, una paralisi dell’attività di governo e parlamentare e uno scontro elettorale devastante.

E’ del tutto evidente che la soluzione della crisi apertasi con le dimissioni dell’on. Berlusconi non si è collocata entro i binari di un ordinario succedersi alla guida del paese di schieramenti che abbiano ottenuto la maggioranza nelle elezioni. Ma nessuna forzatura, né tantomeno alcuno strappo si è compiuto rispetto al nostro ordinamento costituzionale. Solo con grave leggerezza si può parlare di sospensione della democrazia, in un paese in cui nulla è stato scalfito : né delle libere scelte delle forze politiche, né delle autonome determinazioni del Parlamento e delle altre assemblee rappresentative, né delle prerogative degli organi di garanzia, né delle possibilità di espressione delle proprie istanze, e di manifestazione del proprio dissenso, anche da parte delle forze sociali.

E non mi risulta che si sia gridato allo scandalo per una presunta sospensione della democrazia in un altro grande paese europeo governato di norma secondo la prassi dell’alternanza tra diverse coalizioni politiche, la Germania, quando ancora in anni recenti essa è stata guidata per un’intera legislatura da una “grande coalizione”. Né mi risulta che si sia gridato al tradimento della volontà popolare in un egualmente grande paese, la Gran Bretagna, considerata un modello di rigido bi-partitismo, quando il partito che ha ottenuto alle elezioni la maggioranza relativa in Parlamento ma non, sia pure per poco, quella assoluta, si è impegnato – per evitare un improvvido ritorno alle urne – in un’inedita e non preannunciata alleanza con un altro partito già suo concorrente.

La verità è che si vive nei paesi della nostra Europa una fase storica di drammatiche sfide esterne, di mutamento e di disagio sociale e politico, e può imporsi la necessità anche di soluzioni di governo fuori degli schemi tradizionali. E governi di grande coalizione, di unità nazionale, o di tregua e di transizione, sono risorse, sono riserve su cui i sistemi politici democratici debbono poter contare, e hanno contato, in momenti particolari, in situazioni bloccate o senza facili vie d’uscita.

In Italia, nel momento in cui la parola tornerà ai cittadini per l’elezione del Parlamento – e la data-limite è già segnata dal termine naturale della legislatura – ciascuna forza politica avrà modo di prospettare l’alleanza tra partiti e la formula di governo che considera più appropriate nell’interesse del paese e in funzione delle quali chiede il consenso ai cittadini. Ho già detto come la formazione del governo Monti abbia corrisposto a uno stato di necessità e alla scelta dei partiti di non parteciparvi con propri esponenti. I ministri sono stati liberamente scelti dal Presidente del Consiglio e da lui proposti, come vuole l’art. 92 della Costituzione, al Presidente della Repubblica, che ha proceduto a nominarli nello stesso spirito di cooperazione istituzionale in cui aveva recepito le proposte sottopostegli a suo tempo dal precedente Presidente del Consiglio. La Costituzione non prescrive che i membri del governo, a cominciare dai ministri, debbano essere parlamentari e rappresentanti ufficiali dei partiti, debbano essere – come si usa dire – dei politici e non dei tecnici. Ma non persuade l’uso di quest’ultimo termine. Più semplicemente, sono state chiamate da qualche settimana a far parte del governo persone politicamente indipendenti, che hanno accettato di porre al servizio del paese le competenze ed esperienze di cui sono portatrici. Il governo così composto può adottare e proporre decisioni necessarie benché talora controverse, ostiche, persino impopolari, senza essere condizionato da vincoli di convenienza partitica ed elettorale. Aver dato fiducia a questo governo è stato segno di consapevolezza dell’estrema difficoltà del momento : è, per i partiti che lo hanno deciso, titolo di merito, non motivo di imbarazzo. L’ampiezza e la continuità del sostegno allo sforzo appena avviato – in quanto prova di un condiviso senso di responsabilità e impegno costruttivo delle forze politiche – è ciò che più rafforza e può rafforzare la credibilità dell’Italia.

Il ruolo della politica resta insopprimibile, non è neppure temporaneamente oscurabile. La formula del governo dei tecnici non è, dunque, da idoleggiarsi. Ma è necessario che i partiti facciano la loro parte, nella fase di transizione che si è avviata ; la facciano rinnovandosi, aprendosi nuovamente alla società, acquisendo e valorizzando più fresche, giovani energie, ridefinendo e arricchendo le loro piattaforme ideali e programmatiche. Le loro diversità non sono state cancellate, le loro identità non sono state confuse da una convergenza straordinaria e temporanea nel pressante interesse del paese. E facciano la loro parte nell’ampio spazio che hanno da occupare in questa fase, non solo nel rapporto col governo – un rapporto di distinzione e di corresponsabilità – ma più in generale nell’arena parlamentare, e sempre nell’ascolto del paese. C’è un programma del governo che non è onnicomprensivo, che non abbraccia temi rispetto ai quali è al Parlamento, e dunque ai partiti, ai gruppi politici in Parlamento, che spetta proporre soluzioni, concertarle a conclusione di un costruttivo confronto e approvarle. Mi riferisco a temi di riforma istituzionale e anche costituzionale : mi si consenta di non tornare a indicare revisioni ordinamentali, modifiche della seconda parte della Carta, nonché modifiche dei regolamenti parlamentari, su cui già all’inizio della legislatura avevo creduto di poter registrare una tendenziale larga intesa. Purtroppo in questi anni non si è giunti alle decisioni che si attendevano e che oggi appaiono auspicabili, anche a proposito di legge elettorale. Ebbene, si recuperi il tempo perduto in un sussulto conclusivo di operosità riformatrice e di fecondità del Parlamento, della legislatura, dei partiti.

Ritengo che ciò non sia impossibile, anche grazie al clima più disteso che si intravede nei rapporti politici, messi per così dire al riparo da un’esasperazione patologica del conflitto tra governo, maggioranza e opposizione. Consolidare questo clima è una delle grandi opportunità che si presentano nella fase attuale, anche per creare condizioni più serene in vista della competizione elettorale e del successivo, normale svolgimento della dialettica democratica. Condizioni più serene, più promettenti in termini di stabilità istituzionale, di soluzione dei problemi di fondo del paese, di gestione delle emergenze che ancora avremo da fronteggiare.

Guardiamo così al domani, nel fare i conti con le urgenze di oggi. In molti casi, queste si proiettano infatti in un orizzonte più lungo : l’emergenza giustizia, a cominciare dalle carceri, o l’emergenza economica e sociale Mezzogiorno, cui il governo sta mettendo mano, ripropongono l’esigenza di politiche non di breve termine. Così come l’urgenza che più ci incalza, quella del consolidamento dei conti pubblici, e la preoccupazione già oggi centrale e ineludibile di un rilancio della crescita e dell’occupazione, possono e debbono trovare risposte immediate ma resteranno di certo all’ordine del giorno anche nei prossimi anni, nella prossima legislatura. Abbiamo perciò bisogno della straordinaria convergenza parlamentare appena avviatasi ma anche, successivamente, di un più sereno confronto tra forze protagoniste di una rinnovata democrazia dell’alternanza.

Alla fiducia nel confermarsi, ora, di un clima più disteso nei rapporti politici, unisco l’augurio che anche nel dibattito pubblico e nel confronto sociale su questioni e scelte di grande complessità prevalgano obbiettività e senso della misura. La triade del perseguire il rigore cui non ci possiamo sottrarre nella politica di bilancio, dell’intervenire con equità, e del puntare su una nuova prospettiva di crescita e sviluppo, non solo costituisce un esercizio assai arduo nell’immediato ma richiederà grande accortezza ed equilibrio anche nel futuro. Ad esempio, per quel che riguarda l’equità, sappiamo che nella gestione della cosa pubblica e nella società italiana sono penetrati e si sono cristallizzati molti e diversi fattori di stridente disuguaglianza e iniquità : su cui lo Stato dovrà via via attrezzarsi per incidere sempre più efficacemente.

E allora – non lo dico soltanto in rapporto all’attualità, ma anche agli interventi e alle scelte su cui ci sarà da confrontarsi nel futuro – credo non giovino, qualunque posizione di principio o gruppo sociale si rappresenti, i giudizi perentori, le battute sprezzanti, le contrapposizioni semplicistiche. Si discuta liberamente e con spirito critico, ma senza rigide pregiudiziali e non rifuggendo da spinose assunzioni di responsabilità. Intanto, in tempi così difficili per il paese, si blocchi sul nascere ogni esasperazione polemica. Aggiungo che qualsiasi tema ci sia da discutere, oggi o domani, e a qualsiasi tavolo, è necessario dare seriamente la priorità alle condizioni dei “non rappresentati”, dei giovani senza lavoro o con deboli prospettive di occupazione e di pensione. Il dovere di rispondere alle attese dei giovani, la necessità di valorizzare le risorse che essi e le donne oggi fuori del mercato del lavoro rappresentano, insieme con l’obbligo morale di non scaricare sulle spalle delle nuove e delle future generazioni il fardello di un proibitivo debito pubblico, sono le ragioni fondamentali dei sacrifici che si stanno chiedendo agli italiani di ogni ceto sociale. Nel proporli e deciderli, non ci si piega ad alcun diktat esterno, né ad alcun precetto di ortodossia monetarista, e non si dimentica l’imperativo della crescita.

Ci son cose che avrebbero dovuto apparire chiare da lungo tempo, e ben prima che la situazione minacciasse di precipitare, e che a taluno apparvero chiare già più di 20 anni fa. Mi riferisco a una delle maggiori figure di parlamentare e di uomo di governo dell’Italia repubblicana, l’on. Nino Andreatta, onorato alla Camera nei giorni scorsi. Nell’intervenire sul bilancio e sulla legge finanziaria per il 1990 egli rilevò come al già allora indispensabile risanamento dei conti dello Stato si opponesse – nella cultura politica corrente – la tendenza “a sopravvalutare l’effetto della spesa pubblica sullo sviluppo del paese” e a non tenere conto invece “degli effetti profondamente distorcenti che l’accumulo del debito pubblico e l’alto deficit hanno sull’attività produttiva”. E ammoniva su “quel che potrebbe accadere qualora ci si avvolgesse in un indebitamento non controllabile”, e sull’effetto che comunque ha “il pericolo di una crisi finanziaria” nel senso di “rattrappire, chiudere l’orizzonte” delle scelte per lo sviluppo dell’economia italiana. Quella lezione purtroppo inascoltata per troppi anni resta più che mai valida oggi : in particolare, dinanzi all’impennarsi del costo degli interessi sui titoli del debito pubblico, che riduce ancor più le disponibilità di risorse nel bilancio per investimenti funzionali alla crescita. Non si può più esitare sulla via del risanamento e della stabilizzazione della finanza pubblica, perseguendo innanzitutto il pareggio di bilancio.

E’ giusto chiedere che si assumano concretamente e senza indugio le loro responsabilità anche le forze politiche e il Parlamento per quel che riguarda i necessari sacrifici finanziari e un non meno importante rigore nella riforma degli apparati istituzionali e dei loro costi. Ma c’è una tendenza, che sta diventando assordante, a svalutare ogni passo si compia in queste direzioni e ad alimentare reazioni di rigetto verso i politici, la politica, le istituzioni rappresentative. Invito a una seria riflessione sulla crescente pericolosità di questa tendenza.

Concentriamoci dunque sulle maggiori sfide che il paese ha davanti a sé, sui rischi cui è esposto, innanzitutto sul piano finanziario, nel turbine della crisi dell’Eurozona. Col decreto in via di approvazione in Parlamento si pongono difese e premesse : ma la strada è lunga, e in salita. Possiamo farcela solo – non mi stanco di ripeterlo – attraverso un grande sforzo collettivo, una grande mobilitazione morale, civile, sociale. Ho fiducia che ci stia aiutando in tal senso e ci aiuterà l’esperienza della partecipazione straordinariamente diffusa e significativa alle celebrazioni del 150° anniversario dell’Unità d’Italia. Il paese ne è uscito più sicuro della sua identità, riconciliato con la propria storia ben più di quanto potesse prevedersi. Abbiamo legato l’idea-forza dell’unità a istanze essenziali di diversità, pluralità, solidarietà, sussidiarietà, e al concreto impegno del superamento del centralismo statale. Si è in pari tempo confermata l’artificiosità e vanità della predicazione secessionista.

Riscoprendo, con il percorso del Risorgimento e dello Stato unitario, il senso e il valore di quel che ci unisce, il paese si è meglio predisposto a quel grande sforzo collettivo che, come ho appena detto, ormai si impone. Sono convinto che tra i cittadini di ogni ceto sociale e di ogni opinione politica siano maturate una seria consapevolezza delle difficoltà cui far fronte e insieme della nostra capacità di superare queste nuove prove, come le precedenti generazioni ne seppero superare altre non meno dure, compresa quella stessa del pareggio di bilancio, affrontata, con la guida di Quintino Sella, nella prima fase della costruzione e della vita dello Stato unitario. Prove superabili, nel passato e ora, con l’arma vincente della coesione sociale e nazionale.

Non lasceremo turbare questa coesione, che non significa peraltro appiattimento o compressione delle diversità, dal virus della violenza, in qualsiasi sua manifestazione, da quella dell’ignobile intolleranza razziale a quella dell’infiltrazione con intenti eversivi e distruttivi nella pacifica protesta politica e sociale, fino all’estremo di nuovi rigurgiti terroristici. La vigilanza e la fermezza, non solo dei vertici dello Stato, dovranno essere risolute e costanti.

Ho concluso. Ringrazio voi tutti per il paziente ascolto. Ringrazio ancora il Presidente Schifani per gli apprezzamenti che ha voluto rivolgermi, non solo a titolo personale, per il mio operato. Cercherò di corrispondervi con sincera costante attenzione a ogni opinione e giudizio, e con rinnovato impegno.

Buon Natale e Buon Anno.

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6 commenti

  1. […] d’affari che specula sui debiti pubblici degli Stati nazionali a Palazzo Chigi con il viatico del presidente liberal-comunista Napolitano. D’altra parte Mr. Monti sa bene, da buon professore, che le parole restano parole e i […]

  2. […] Street Journal, la culona inchiavabile Angela Merkel chiamò il cameriere del nuovo ordine mondiale Giorgio Napolitano lo scorso ottobre, dicendosi ”preoccupata” del fatto che Silvio Berlusconi non […]

  3. […] Il cameriere del nuovo ordine mondiale Giorgio Napolitano, nel 1956, quando i carri armati sovietici schiacciarono nel sangue il popolo ungherese che chiedeva libertà, si pronunciò così: […]

  4. […] al cameriere del nuovo ordine mondiale, Giorgio Napolitano, l’elenco delle sue proclamazioni democratiche invoca rigore ed equità «Serve maggiore coesione sociale», […]

  5. […] […]

  6. […] […]


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