Il sistema contrattacca

La globalizzazione prevede che i detentori del potere economico accrescano le proprie ricchezze in misura proporzionale all’immiserimento di quantità umane sempre più grandi. L’indebolimento progressivo degli Stati-nazione sta omogeneizzando – verso l’infimo – la qualità della vita umana di ogni latitudine. “Nord” e “sud” del mondo (sostituitisi alla postbellica “contrapposizione est-ovest”) tendono a divenire la medesima cosa: la miseria spirituale e materiale, infatti, attanaglia i sobborghi di Nairobi come quelli di Detroit! Ciò accade a causa dell’affermazione di una prassi sfruttatrice tendente a “normalizzare” l’usura e gli stilemi schiavistici dell’industrialismo ottocentesco. Il miraggio della superproduttività, continuamente propagandato in Italia, non potrà non partorire altri “marchionne”, né potrà arrestare la distruzione delle conquiste sociali fasciste sopravvissute a quasi un settantennio di antifascismo liberal-comunista. Managers spregiudicati e arroganti, sostenuti da servili politicanti preposti all’uopo, dettano ritmi sempre più forsennati nelle fabbriche, adeguando – per esempio – la vita di un operaio del “Lingotto” ai tempi imposti agli schiavi dell’ipercapitalismo di Hong Kong. In uno scenario siffatto, appare superfluo aggiungere che una sana autarchia socialista e nazionale, preceduta dalla dichiarazione di completa insolvenza nei confronti della Grande Usura (cioè: FMI, Banca Mondiale, Banca Centrale Europea, etc…) rappresenterebbe il solo antidoto capace di neutralizzare questo mortale veleno.

Oggi, il sistema mostra – chiari – i sintomi della crisi. Come accade in Africa e in Medio Oriente, i plutocrati fautori della globalizzazione (un nome su tutti: George Soros, “demiurgo” del sì detto “popolo viola”) tentano di strumentalizzare le manifestazioni di piazza, ovunque si estenda il loro artiglio. Per esempio: insospettisce l’apparizione pressoché simultanea – su scala globale – dei sì detti “indignados”, un fenomeno troppo somigliante alle recenti “twitter” o “color revolutions” per apparire davvero spontaneo. Esiste una corrente di pensiero che definisce il movimento Occupy Wall Street alla stregua di un depistaggio: scaricare le malefatte del mondialismo sui maneggioni della Borsa (evitando attentamente che simili proteste arrivino fino alla Casa Bianca o alla Federal Reserve) ha tanto il sapore della ennesima diversione strategica. “Una parte dei guadagni fraudolenti di Wall Street, negli ultimi anni, sono stati riciclati nelle fondazioni esenti da tasse e nella beneficenza delle élites. L’obiettivo è fabbricare il dissenso e stabilire i confini di una opposizione politicamente corretta. I programmi di molte organizzazioni non governative (comprese quelle coinvolte nel movimento «Occupare Wall Street» si basano sui finanziamenti di fondazioni private, tra le quali spiccano la Tides, la Ford, la Rockefeller, la MacArthur”.

Insomma, il sistema ricicla se stesso manipolando il dissenso, convogliando la protesta entro alvei politicamente controllabili ed economicamente remunerativi; le stesse “crisi economiche” rappresentano momenti di un percorso a tappe elaborato nelle stanze del potere economico: “la crisi in corso non è il prodotto di forme parassitarie dentro un corpo sano dell’economia, e neanche il risultato di forme deviate della politica o delle logge massoniche. E’ invece il punto di maturazione di un processo di trasformazione delle società occidentali iniziato negli anni Settanta, con la Globalizzazione. Si è avviata una nuova fase nel modo di funzionare delle nostre società che ridisegna i rapporti tra politica ed economia, tra economia, politica e criminalità organizzata”. Invero, quel che più terrorizza i teorici del mercato globale è la fine degli “steccati”, l’agonia della contrapposizione di piazza funzionale al nuovo ordine mondiale (ad esempio: quello “rosso-nero” eretto in Europa, dopo Yalta).

Nel medesimo modo in cui si tenta di fomentare l’odio interislamico, per la plutocrazia mondialista diviene obbligatorio mantenere divise le sradicate masse del Vecchio Continente. Ancora oggi, in Italia, elementi iperatlantici – come Maroni e La Russa – si contorcono tra gli spasmi tentando di resuscitare il cadavere della vecchia “strategia della tensione”. In questo scorcio d’autunno, infatti, abbiamo osservato i “tg” di regime soffermarsi – fino alla nausea – su qualche camionetta in fiamme, ma poco interessati delle ragioni di centinaia di migliaia di manifestanti stanchi d’esser salassati dai “tremonti” di turno; abbiamo assistito a tribune televisive rigurgitanti scandalizzati “soloni” pronti a invocare pene draconiane contro i “terroristi” di Piazza san Giovanni, quasi nessun cenno sul diktat che Trichet e Draghi hanno imposto a questo governo-burla!

Con la recente “manovra finanziaria”, Tremonti è riuscito nell’“impresa” di saccheggiare gli ultimi fondi destinati al Servizio Sanitario Nazionale, il sì detto “pacchetto salute”, cioè: “i 584 milioni di euro stanziati per il 2010, i 419 milioni per l’anno in corso e i 300 milioni destinati al fondo pluriennale per l’edilizia sanitaria”. Dopo i tagli imposti al settore, per un importo pari a 10 miliardi di euro, questo ulteriore salasso è stato entusiasticamente salutato da Napolitano come “una straordinaria prova di coesione nazionale”. Dando per scontato che le malattie proliferano laddove maggiore è la disuguaglianza sociale, laddove si tenta fraudolentemente di confondere etica ed economia, ci si chiede a quale “nazione” abbia voluto riferirsi il portavoce degli incappucciati del “Grande Oriente” annidatosi al Quirinale. In verità, un regime che giunge a infischiarsene del futuro delle giovani generazioni, degli anziani, dei malati, degli storpi, sbandierando la “inderogabile necessità di abbattere il debito pubblico”, dà solo la misura della propria iniquità.

Le crisi finanziarie, economiche e sociali sono state possibili perché la finanza internazionale ha ormai preso in mano il governo dell’Europa, servendosi sul piano politico e militare internazionale del governo degli Stati Uniti e sul piano economico europeo della Germania. I nuovi poteri della finanza internazionale – cioè un pugno di società che gestiscono l’intera rete della speculazione internazionale, tra le quali spicca la Goldmann Sachs – hanno preso il controllo delle istituzioni bancarie e monetarie dei vari Paesi, ponendo al comando propri rappresentanti e assumendone così direttamente le funzioni di controllo. E ora puntano al controllo diretto delle politiche economiche degli Stati e dell’Unione Europea”. Questa politica di saccheggio delle risorse nazionali risulta possibile, cioè tristemente reale, poiché quella operante in Italia è una coalizione-mandataria guidata da un demagogo psicopatico, che vivacchia comperando il voto di prostitute parlamentari disponibilissime; che si regge appena in piedi grazie all’appoggio dei grandi evasori (i furbastri “monegaschi”, “sammarinesi”, “padano-ticinesi”); che applica il “tremontiano” terrorismo contabile contro i poveri cristi (tagli ai salari, alle borse di studio e alle pensioni), mentre tutela i “capitalisti senza capitali”; che lecca gli sputi dei faccendieri-NATO aggredendo Stati sovrani coi quali – solo poco tempo prima – aveva stipulato “indissolubili trattati di amicizia” (dopo gli “umanitari” massacri effettuati in Libia, l’ebreo Panetta non poteva non lisciare il pelo al fido La Russa).

Questo pervertimento pilotato ha permesso che l’Italia divenisse il paradiso del lobbismo-contro, dei supermanager che delocalizzano stritolando la vita di migliaia di lavoratori autoctoni; il luogo in cui si coniugano, paradossalmente, disoccupazione e sempre nuovi corsi di laurea; il sistema in cui si sperperano decine di miliardi per mantenere contingenti militari all’estero, mentre si tagliano posti letto e personale ospedalieri; la colonia asservita al più feroce sionismo, all’interno della quale deputati e senatori sgomitano per farsi belli agli occhi del padrone (a che milioni di esuli Palestinesi non abbiano mai una patria!).

Sopravvivere all’interno di questo perverso circuito impolitico, malavitoso chiamato “repubblica italiana” – conservando la propria integrità -, è divenuto impresa assai ardua, se non impossibile. Un filologo, un semiologo, in Italia, non posseggono molte chanches di giungere a una serena vecchiaia. Si straparla di “fuga dei cervelli” e si fa di tutto per frustrare il genio, per deprimere il talento.

Un grecista, un latinista, un epigrafista valgono, in questo disgraziato paese, assai meno di una disinibita valletta televisiva. Si permette che una studentessa iscritta a un corso di medicina giunga alla laurea, esame dopo esame, prostituendosi, tranne poi scandalizzarsi (col compiacente ausilio di psicologi, psicanalisti puntualmente invitati nel televisivo “salotto buono” di turno) per quel che accade nelle sale operatorie.

Contano solo: produttività, management, marketing. Ma tutto ciò non rappresenta altro che l’estrema propaggine temporale del sistema di liquidazione fallimentare delle tradizionali “Corporazioni delle Arti e dei Mestieri”; progetto finalizzato alla instaurazione della società di massa, il guenoniano “regno della quantità” oggi portato a compimento con la definitiva “dollarizzazione” dell’esistenza umana su scala globale!

In questo desolante panorama, un solo evento sembra oramai quasi certo: la prossima eclissi della “tele-puttano-crazia” berlusconiana, il più perfetto paradigma dei governi-fantoccio mai apparsi nella storia. Da quasi un ventennio, infatti, all’oscurarsi (momentaneo) del “cavaliere”, il sistema tira fuori dal congelatore Prodi, sì come Berlusconi viene puntualmente riproposto al successivo tramonto del “professore”, in un disgustoso, circolare giuoco delle parti. Recentemente, dopo la solita pausa (il tempo necessario a imbellettare il cadavere iperliberista in avanzato stato di putrefazione, a togliergli qualche verme dalle orbite vuote, renderlo meno orripilante alla porcilaia votante), Prodi sta lentamente riguadagnando il proscenio televisivo. Ciò può avere un solo significato: chi ha orecchi per intendere, intenda!

da Mario Marletta e Adriana Negroni, AVANGUARDIA

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2 commenti

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