Anatomia di una truffa di Stato

Animo italiani, novità, ci vogliono novità nel BelPaese della truffa. Bando alla tristezza, il boom economico ci scoppierà sotto il culo. Si sta per aprire un ciclo (13 mesi, fatto salvo il voto anticipato) che rimarrà impresso nella storia del secolo ma anche nella storia della truffa partorita dalla Casta dirigente in quel buco odoroso di cesso che è diventato il Parlamento o, a dirla in democrazia, nel Palazzo dell’Inganno. Il bankster Goldman&Sachs e della Trilateral Commission Mario Monti, dopo l’esordio in Senato, è salito al Quirinale per una decina di minuti. L’atrio del palazzo era antico, severo e pieno di merde di cani. Era un palazzo decorato al Valore giuridico. Ci abitavano in due, il cameriere del Nuovo Ordine Mondiale Giorgio Napolitano (86 anni) e sua moglie imbottita di sedativi che aveva appena nascosto l’argenteria, entrambi con due cani con due culi ognuno. Si è intrattenuto per il ritiro della documentazione relativa alla nomina di senatore a vita comunicatagli giovedì scorso. E a complicare le ipotesi, un corazziere trovò le maniglie delle porte smontate pezzo per pezzo, senza foglio delle istruzioni per rimetterle insieme. Grazie al cazzo, dissero i vicini. Il suo esordio nell’aula del Senato è stato accolto con un servile applauso. Il presidente dell’assemblea Renato Schifani, aprendo la seduta, con un colpo tonante di culo ha affermato: «Siamo onorati della sua presenza. Un benvenuto di cuore mio e a nome dell’Assemblea», ricordando che Monti è stato nominato senatore a vita dal capo dello Stato «per aver illustrato la patria con altissimi meriti scientifici e morali». Un trionfo di merda tiepida. Poi Schifani ha spiegato che il neo senatore avrebbe dovuto «seguire le procedure burocratiche del suo insediamento». E per questo non sarebbe stato presente in Aula per i lavori sul ddl stabilità. In serata, invece, il ddl stabilità è stato approvato in Senato con 156 voti favorevoli, 12 voti contrari e 1 astenuto. Il testo passa ora all’esame della Camera. Seguì un breve silenzio, ma fu uno dei giorni più belli della democrazia. Una montatura spettacolosa.

Con la nomina di Mario Monti (68 anni) a senatore a vita, ora salgono a sette i pannoloni «illustri» del Parlamento. Due sono gli ex presidenti della Repubblica: Oscar Luigi Scalfaro (93 anni) e Carlo Azeglio Ciampi (91 anni) che per la carica che hanno coperto, sono nominati di diritto mentre i senatori di nomina presidenziale scelti finora, in base all’articolo 59 della Costituzione per i loro «altissimi meriti» in vari campi sono Giulio Andreotti (92 anni) nominato l’1 giugno 1991, Rita Levi Montalcini (102 anni) nominata l’1 agosto 2001, Emilio Colombo (91 anni) nominato il 14 gennaio 2003 e Sergio Pininfarina (85 anni) nominato il 23 settembre 2005.

Costoro vivono in un mondo di falsificazioni democratiche con una percezione contraddittoria e confusa della realtà che li circonda. Per comprendere il senso del nostro discorso, e fare sintesi, invitiamo i lettori del blog a porre l’attenzione su altrettanti tre interessanti articoli pubblicati in Rete:

  • UN MALEDETTO IMBROGIO
    da Giuseppe Spezzaferro, RINASCITA

La tesi più diffusa è che nessuna forza politica potrebbe fare le riforme (chiamano così lo smantellamento sociale) in quanto perderebbe un sacco di voti più una sporta. Un Pd che promuovesse una legge che cancelli, o quasi, i diritti dei lavoratori regalerebbe milioni di voti ai veterocomunisti e compagni vari. Un Pdl che rimettesse l’Ici avrebbe un vero collasso elettorale. Insomma, nessun partito, né tampoco una coalizione, avrebbe il “coraggio” di spararsi sui piedi, come dicono elegantemente i britannici per indicare un noto gesto di forte autolesionismo. Giacché quelle “riforme” bisogna farle per forza sennò i mercati (leggasi: speculazione finanziaria) mandano l’Italia a picco, è necessario mollare la patata bollente ad un inesorabile governo tecnico, il quale possa fare di tutto e di più, non essendo soggetto all’inevitabile punizione elettorale.

Addirittura il presidente Napolitano ha nominato senatore a vita il “tecnico” maggiormente quotato a fare dopo Berlusconi il presidente del Consiglio e, cioè, Mario Monti. Un governo a guida “tecnica” in quattro e quattr’otto soddisferebbe i calcoli bancari. Perché le virgolette? Perché è dalla prima repubblica che in Italia non ci sono più veri tecnici. Un primario ospedaliero, un professore di filosofia (che poi si contrabbanda per filosofo), un docente di finanza pubblica, un capo ingegnere nominato da un sindaco… insomma chiunque indossi un abito da specialista arriva dove arriva spinto da una forza politica oltre che dalla sua preparazione (a volte, purtroppo, anche senza preparazione). O in Italia c’è un solo Mario Monti, allora siamo proprio inguaiati (nella fattispecie dovremmo dire fortunati, ma è un’altra faccenda), oppure ce ne sono tanti, che però restano anonimi non avendo trovato i canali giusti per fare carriera.

Per carità, l’Italia ha partorito geni in quantità industriali e perciò, se di genio si tratta, ci tacciamo. Un governo “tecnico” farebbe comodo, inoltre, ai 350 parlamentari (103 senatori e 247 deputati) che, in caso di elezioni anzitempo, non avrebbero né il vitalizio (la pensione, cioè) e, in maggioranza, nemmeno una ricandidatura. Non facciamoci imbrogliare da chi dice “salviamo l’Italia con un governo tecnico” mentre pensa “così mi assicuro la pensione”. Comunque sia, il passaggio parlamentare resta cruciale: il governo “tecnico” vara le misure di lacrime e sangue, poi il via dovrà arrivare da Camera e Senato. E torniamo daccapo a dodici: le forze politiche dovrebbero approvare provvedimenti che farebbero loro perdere voti. L’ingenuo fanciullino chiede: se comunque dovranno “spararsi sul piede”, a che serve questa ipocrisia del governo tecnico?

Le elezioni, invece, traccerebbero le linee di divisioni che i giochetti parlamentari hanno infranto a dispetto del voto. Oggi esistono gruppi e gruppetti parlamentari che non hanno partecipato alle ultime elezioni, ma che hanno, per esempio, succhiato sangue alla maggioranza fino a renderla anemica. Il governo “tecnico” sarebbe l’ennesimo stupro del voto popolare. In aggiunta e per completare il quadro, non tutti sono d’accordo sul governo Monti. La Lega dice no. L’Idv dice no. I due partiti si ritrovano sullo stesso fronte e questo è un ulteriore elemento di confusione per un elettorato già bastantemente confuso. E Antonio Di Pietro aggiunge altra confusione. “Non sosterrò – ha detto – un governo tecnico, perché sarebbe un governo sostenuto anche dalla maggioranza berlusconiana. Poi, nel caso questo nuovo governo dovesse fare un provvedimento che può servire agli interessi del Paese, potrò anche votarlo. Ma alla fiducia voterò no e staremo fuori dal governo”.

Della serie: agli altri le spine (elettorali) io mi piglio la rosa (più voti). Le due anime leghiste vanno di pari passo. La bossiana, espressa da Calderoli, dice: “Se danno l’incarico per un governo tecnico, stiamo all’opposizione”; e la maroniana per bocca di Maroni medesimo ribadisce: “Se il presidente della Repubblica darà l’incarico di formare il governo a qualcuno che non fa parte della maggioranza che ha vinto le elezioni del 2008, la Lega non lo sosterrà e starà all’opposizione”. Va da sé che la spaccatura tra la Lega e il Pdl sarebbe di gran lunga peggiore della divaricazione tra l’Idv e il Pd. Perciò questo governo “tecnico”, che tutti danno per scontato, non ha la corsia preferenziale che s’immaginava Napolitano “promuovendo” il professor Monti. E’ tutto un maledetto imbroglio.

No, Signor Napolitano, non sopporteremo una simile nauseante “furbata”. Creare all’improvviso un senatore a vita per far credere che si tratti di un politico e fingere così che l’Italia non si sia consegnata nelle mani dei banchieri, è un sotterfugio intollerabile. Quale disprezzo per i poveri Italiani! Quale disprezzo per la Repubblica e per la politica! Abbiamo, dunque, così la misura della spaventosa miseria civile e morale dei nostri “rappresentanti”. La Bibbia afferma che “Dio vomita gli ipocriti”. Sono certa che non ha mai vomitato tanto.

Senatore a vita il signor Mario Monti? Un cittadino benemerito della Repubblica e di specchiati costumi? Forse non tutti i cittadini lo sanno o se lo ricordano (e su questa ignoranza ha contato, oltre che sul complice silenzio dei politici e dei giornalisti, Giorgio Napolitano nel nominarlo) che Mario Monti è stato costretto, nella sua qualità di Commissario europeo sotto la presidenza Santer, a dare le dimissioni “per l’accertata responsabilità collegiale dei Commissari nei casi di frode, cattiva gestione e nepotismo” messi in luce dal Collegio di periti nominato appositamente dal Parlamento Europeo.

La Relazione fatta da questi Saggi al Parlamento, nonostante la prudenza del linguaggio ufficiale, fa paura. Si parla infatti dell’assoluta mancanza di controllo nella “rete di favoritismi nell’amministrazione”, di “ausiliari esterni” e di “agenti temporanei”, di “minibilanci espressamente vietati dalle procedure amministrative”, di “numerosissimi esterni fuori bilancio, ben noti all’interno della Commissione con il soprannome di sottomarini”, che operano con “contratti fittizi”, dietro “raccomandazioni e favoritismi”; di abusi che hanno comportato, con il sistema dei “sottomarini” l’erogazione non controllata di oltre 7.000 miliardi nell’ambito dell’Ufficio Europeo per gli Aiuti umanitari d’Emergenza (miliardi usciti dalle nostre tasche, naturalmente, e che dovevano andare, ma non ci sono arrivati se non in minima parte, ai bambini della Bosnia, del Ruanda morenti di fame).

Evidentemente Mario Monti è inamovibile, o meglio può perdere un posto soltanto per guadagnarne uno migliore. Nel 1999, al momento di una caduta così ignominiosa, ha provveduto la successiva Commissione, con presidente Romano Prodi, a riconsegnargli il posto di Commissario. Cose che succedono soltanto nell’onestissimo ambito delle nostre istituzioni politiche. I semplici cittadini vanno sotto processo per gli ammanchi, o come minimo perdono l’incarico.

Perché mai, dunque, dunque, dovremmo affidare a questo signore i nostri ultimi beni? In omaggio, forse, al truffaldino sotterfugio inaugurato dalla Presidenza della Repubblica? I politici che lo voteranno come capo del governo sappiano che, visto che non possediamo nessun altro potere,
annoteremo ogni loro “Sì” per cancellare per sempre il loro nome da qualsiasi futura elezione.

Nel terzo articolo che vi segnaliamo, ci sarebbero i banksters della banca d’affari americana Goldman&Sachs dietro l’ondata di speculazioni che in così poco tempo ha innalzato artificialmente lo spread tra i buoni del tesoro poliennali italiani e quelli tedeschi.

  • TUTTO TRANNE DEMOCRAZIA
    da BYOBLU

Sta succedendo qualcosa. Qualcosa che va oltre la crisi economica: sembra più che altro una crisi di sovranità. E non è la questione di lana caprina che tanto sembra preoccupare i nostri editorialisti di punta, ovvero se sia giusto o meno farsi commissariare dalla UE e dall’FMI rinunciando così – formalmente e pro-tempore – al possesso delle nostre stesse chiavi di casa. E’ qualcosa di più profondo, una trama nella trama che si può provare a spiegare in molti modi diversi, ma che non è prudente lasciare che si dipani mentre l’attenzione generale si concentra su alcuni personaggi e non su altri.

 L’interesse che i mercati finanziari e le istituzioni globali dimostrano da qualche tempo nei nostri confronti è sotto gli occhi di tutti, certo, ma non è che la parte superiore dell’iceberg, quella sberluccicante sotto ai raggi del sole. I giornali e le televisioni (chi più, chi meno) ci spiegano che siamo commissariati da una terna di ferro, composta dal Fondo Monetario Internazionale, dall’Unione Europea e dalla Banca Centrale Europea (BCE). Un accerchiamento totale al quale il gioco della speculazione internazionale ci consegna senza possibilità di fuga. Per il nostro stesso interesse – si dice – e per quello dei sottoscrittori del nostro debito dobbiamo realizzare una serie di riforme. E poiché non siamo più credibili, forti pressioni costringono il Governo in carica a rassegnare le sue dimissioni, nonché tutto un popolo a rinunciare alla propria autodeterminazione. Mutatis mutandis è più o meno quanto è accaduto in Grecia.

Il principio più incredibile che viene sostenuto senza il benché minimo stupore sarebbe quello secondo cui la politica da sola non può realizzare misure impopolari, perché avrebbe il timore di giocarsi il consenso elettorale, per cui sarebbe imperativo affidare le riforme necessarie a un governo di larghe intese, oppure al cosiddetto governo tecnico, magari sotto la direzione di un podestà forestiero. Cosa significa?

Se i rappresentanti del popolo, democraticamente eletti, non sono in grado di introdurre una o più misure ritenute necessarie, perché i cittadini non le vogliono, allora va da sé che quelle misure non rappresentano l’espressione della volontà popolare. Dunque, in una democrazia, non dovrebbero essere adottate, o dovrebbero essere posticipate magari dopo l’approvazione di un qualche emendamento condiviso. Il concetto che si sta facendo passare, invece, è che esistono riforme che devono essere realizzate a tutti i costi, al di là della volontà popolare. In altre parole, si sostiene che se la classe politica non è in grado di farsene carico, perché i cittadini non le vogliono, allora deve farlo qualcun’altro. Si materializza cioè per brevi istanti, come in un episodio di Star Trek, una volontà terza e invisibile che prende le decisioni passando sopra ad ogni definizione di democrazia comunemente intesa. Una oligarchia nascosta. O, meglio, una sinarchia.

Quando la Grecia, non molti giorni fa, ha provato a forzare la mano sulla propria sovranità popolare, annunciando un referendum sulle misure della cosiddetta austerity, il sistema bancario internazionale ha reagito minacciando di non tagliare più il debito pubblico del 50%. George Papandreou è stato quindi convocato a una riunione preliminare del G20 ed è stato costretto a ritirare la proposta referendaria.

Ma a quella stessa riunione precongressuale, un altro coinvitato eccellente era sotto torchio insieme al primo ministro greco: il presidente del Consiglio italiano, Silvio Berlusconi. Date queste premesse, è davvero singolare che il governo greco sia caduto un paio di giorni fa, subito dopo la convocazione al G20, e che quello italiano stia per rassegnare le dimissione pressocché simultaneamente. Ancor più singolare se si prendono in considerazione i punti in comune tra le alternative avanzate in entrambi i casi per rimpiazzare gli esecutivi: due governi tecnici guidati da uomini esterni al meccanismo del consenso popolare, cioè due podestà forestieri: Mario Monti e Lucas Demetrios Papademos.

Entrambi hanno una formazione consolidata da una lunga permanenza all’estero, negli Stati Uniti. Mario Monti si laurea alla Bocconi ma si specializza all’Università di Yale, mentre Papademos si laurea in fisica e in ingegneria presso il Messachussetts Institute of Technology, dove consegue anche un master in economia. Insegna poi alla Columbia University dal 1975 al 1984 dove, in quegli stessi anni, sta concludendo il suo ciclo di insegnamento anche un signore di nome Zbigniew Brzezinski.

Di origini polacche, politologo e geostratega, Brzezinski di lì a poco andrà ad occupare un posto estremamente importante per il governo di Jimmy Carter: dal 1977 al 1981 sarà nel Consiglio di Sicurezza Nazionale americano (NSA), influendo con la sua analisi strategica sul rapporto che gli USA avranno in tutti i processi di trasformazione politica più delicati della nostra storia, dall’invasione sovietica dell’Afghanistan alla guerra fredda fino alla conversione dell’Iran da alleato degli States a nemico giurato. Segnatevi dunque questo nome: Brzezinski, perché fra poco ne riparleremo.

Le carriere di Monti e di Papademos proseguono di buona lena. Il primo diviene dapprima rettore e poi, alla morte di Spadolini, presidente della Bocconi di Milano. E’ International Advisor per Goldman Sachs dal 2005, nonché presidente del think-thank Bruegel, finanziato da 16 Stati e 28 multinazionali con lo scopo di influire privatamente sulle politiche economiche comunitarie.

Nel 2010 Barroso gli commissiona un libro bianco sul futuro del mercato unico. Il secondo, il greco, nel 1980 diviene un economista senior della Federal Reserve Bank di Boston e poi della Banca di Grecia, di cui assume la carica di Governatore. Poi addirittura vice Presidente della BCE. E’ proprio Papademos a traghettare Atene dalla drachma all’euro. Curioso che adesso sia indicato come la personalità più adatta a rimediare ai danni che, in qualche modo, ha contribuito a produrre.

E’ qui che entra in gioco Zbigniew Brzezinski perché è lui che, nel 1973, viene incaricato da David Rockfeller di avviare un nuovo gruppo di lavoro: la Commissione Trilaterale (The Trilateral Commission). Nata con l’intento dichiarato di sviluppare i rapporti tra gli Stati Uniti, l’Europa e il Giappone, la Commissione Trilaterale è un’organizzazione non governativa e apartitica dove sostanzialmente si discutono le politiche migliori per agevolare le relazioni di interdipendenza reciproca, culturali e – perché no – d’affari.

Un luogo di incontro dove i potenti, insomma, possono discutere di ciò che è bene per il mondo senza perdersi nelle lungaggini imposte dai parlamenti e dalle burocrazie diplomatiche. Un club. Un club con tre cariche fondamentali in rappresentanza del Nord America, Giappone ed Europa, quest’ultima ricoperta proprio dal nostro Mario Monti. Che soddisfazione! Ed è certamente significativo che tra i membri della Commissione Trilaterale, dal 1998 figuri anche Lucas Papademos, in virtù dei rapporti che è ragionevole supporre abbia sviluppato negli anni in cui insegnava alla Columbia University insieme a Zbigniew Brzezinski.

A onor del vero, se l’idea che la Commissione Trilaterale ha della democrazia deriva da quella dei suoi fondatori, non c’è da stare eccessivamente rilassati. Sul St. Petersburg Times, il 2 agosto 1974, Brzezinski pubblica le conclusioni di un rapporto dal titolo molto esplicativo di “The Crisis of Democracy“: la crisi della democrazia.

Il rapporto evidenzia come negli Stati Uniti l’efficienza della Casa Bianca fosse inficiata da un eccesso di democrazia e come, fin dagli anni ’60, i governi dell’Europa dell’est fossero letteralmente sopraffatti dall’eccessiva partecipazione e dalle richieste che le burocrazia farraginose non erano in grado di smaltire, rendendo di fatto i sistemi politici ingovernabili.

Il rapporto rimanda a una decisione politica adottata dalla Francia in semisegretezza, senza nessun dibattito pubblico aperto e altamente lobbizzata e conflittuale. Sembra che molti tra i membri della Commissione Trilaterale avessero un ruolo di rilievo nell’amministrazione Carter e fossero molto influenzati dal rapporto di Brzezinski.

Dunque abbiamo due governi che stanno cedendo simultaneamente il passo alle pressioni internazionali. E abbiamo due podestà forestieri, strettamente legati al mondo della finanza, dei mercati, delle banche ed entrambi membri della Commissione Trilaterale dei Rockfeller.

Tutti e due sono in prima linea nella corsa a sostituirsi a due governi democraticamente eletti per prendere decisioni dichiaratamente impopolari. Ovvero, per definizione, contrarie alla volontà popolare.

Come se questa emorragia di rappresentanza democratica non bastasse, un altro gruppo di lavoro sovranazionale fondato sulla segretezza delle proprie risoluzioni, il gruppo Bilderberg, nell’ultima esclusiva riunione tenutasi nel giugno di quest’anno a St. Moritz ha accolto tra i propri ospiti proprio Mario Monti e, tra gli altri, Giulio Tremonti, forse la più acuminata spina nel fianco della maggioranza, artefice della paralisi che si è infine consumata nella dèbacle parlamentare di oggi.

Non c’è democrazia senza trasparenza, né può esservi in mancanza di un mandato popolare forte ed esplicito. Tutto può essere, tranne democrazia, la requisizione del nostro diritto di rappresentanza in nome di logiche che vengono assunte a porte chiuse, nelle sedi elettive dove si tutelano interessi privati, dove una ristretta èlite decide le sorti di interi popoli senza che a questi venga garantita una chiara percezione delle cose.

Per questo dico che la sovranità popolare, in questo momento, è un concetto chimerico che sta cedendo il passo a una sinarchia di fatto, ovvero un governo ombra che in termini di real politik è sempre esistito, ma che sta diventando dominante, al punto che i suoi effetti iniziano a diventare palesi.

tricolore-carta-igienicaTorniamo a noi. Una delle opinioni più comuni e più errate alle origini e alle ragioni della cosiddetta “democrazia” è quella che dipinge quest’ultima come il paladino cdell’ordine e della legge ma che può trovare ed ha trovato la sua espressione in diverse espressioni ed applicazioni, tutte caratterizzate per altro dalla ricerca di una modalità capace di dare al popolo la potestà effettiva di governare.

Tant’è che all’articolo 1 del compromesso catto-comunista, imposto dall’1 gennaio 1948, la filastrocca recita:

  • L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro. La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione.

Tralasciando la teoria per la quale l’Italia possa essere fondata sul lavoro, sicuramente la sovranità non appartiene al popolo. Altresì, se così fosse, andrebbero processati per alto tradimento tutti gli ipocriti fiancheggiatori che osano ripetere fino all’estenuazione “la necessità di consolidare la democrazia” che appartiene già al popolo (per Costituzione ovvio) e che però, nei fatti, sovrano non lo è.

Non lo è, nel caso specifico, per un semplicissimo motivo. Parlare di voto, soprattutto in un momento come questo, di crisi della democrazia rappresentativa, per questi papponi di Stato è un abuso. Spesso tale interesse ha preso le forme del ridicolo a vantaggio di una Casta dirigente non idonea a guidare il BelPaese, affacciato sul baratro di una crisi più rischiosa di quanto appare.

I parrucconi democratici, capitanati dall’ottantaseienne cameriere del Nuovo Ordine Mondiale Giorgio Napolitano, fatto salvo il suo diritto a predicare bene e poi razzolare male, lo vediamo spesso in Tv con in mano il sacchetto delle proclamazioni democratiche che distribuisce lezioni di democrazia a ciechi, sordi e muti…

“La democrazia rappresentativa è il diritto di voto nel quadro della parità dei diritti, dice lui. La democrazia è la forma di governo caratterizzata da una partecipazione attiva del popolo alla vita politica del paese. Quella italiana è una democrazia rappresentativa, in cui il popolo, al quale appartiene la sovranità, dà mandato al Parlamento di rappresentarlo secondo le regole della maggioranza. Il Parlamento viene eletto da tutti i cittadini che hanno diritto di voto. Una delle maggiori conquiste delle moderne democrazie è il suffragio universale cioè, l’estensione del diritto di voto a “tutti i cittadini, uomini e donne che hanno raggiunto la maggiore età”. Come prevede anche l’articolo 48 della Costituzione l’ammissione al voto non è legata a motivi economici, culturali, di religione o di sesso. Questa uguaglianza rispetto al diritto di voto è una delle più concrete manifestazioni della parità dei diritti di cui godono i cittadini come tutelata dall’art. 3 della Costituzione”.

Il voto, secondo quanto previsto dallo stesso articolo 48, ha le seguenti caratteristiche:

è personale: l’unico modo per votare è quello di recarsi personalmente al seggio e di segnare sul la scheda la propria scelta;
il voto è eguale: non ci sono voti che valgano più di altri, ogni voto ha lo stesso valore e concorre nello stesso modo alla formazione della volontà popolare, da chiunque sia espresso;
il voto è libero: ad ogni elettore deve essere concessa la facoltà di attribuire il proprio voto a chi ritenga più meritevole della sua fiducia, senza alcuna imposizione da parte di altri;
il voto è segreto: proprio per tutelare la libertà del voto e per proteggere l’elettore da possibili pressioni esterne.

La Costituzione italiana, ancora all’articolo 48, stabilisce che l’esercizio del diritto di voto costituisce l’adempimento di un “dovere civico” che favorisce lo sviluppo della comunità, ma non è anche un obbligo: ciò vuol dire che nessuno può essere costretto a recarsi alle urne per votare. L’esercizio del diritto di voto – si dice – è strumento prezioso nelle mani dei cittadini per orientare le attività e le scelte politiche, in altri termini per partecipare alla vita del BelPaese.

Il voto viene in genere attribuito dagli elettori ai partiti politici, che sono associazioni di persone espressamente riconosciute dall’articolo 49 della Costituzione. I partiti contribuiscono a determinare la politica nazionale. I partiti devono farsi carico dei problemi e degli interessi della collettività nel suo complesso, proponendo alle istituzioni le relative soluzioni. Ogni partito ha idee diverse dagli altri; le soluzioni proposte potranno essere quindi diverse tra loro: il confronto tra i partiti è tipico della cosiddetta “democrazia”. La nostra (si fa per dire) Costituzione prevede anche alcuni istituti di democrazia diretta, attraverso i quali il popolo può far sentire la propria voce senza nessuna mediazione.

Il diritto di essere eletti è l’altro aspetto del diritto di voto ed esprime nello stesso tempo la condizione di parità dei diritti di cui godono i cittadini. Infatti, come previsto dall’articolo 51 della Costituzione, tutti i cittadini hanno il diritto di eleggere attraverso il voto i propri rappresentanti e contemporaneamente il diritto di avere cariche pubbliche e uffici pubblici in condizioni di eguaglianza secondo i requisiti previsti dalla legge.

Del resto lo Stato Italiota non è nuovo a questi avvelenamenti. Mario Monti non è stato eletto da nessuno ma nominato da Giorgio Napolitano. Così come sono stati nominati tutti i rappresentanti del popolo nel palazzo dell’inganno. De resto, qualsiasi funzionario in Italia non è mai stato educato alla fede nei principi che formano lo Stato. Essi sono stati e continuano ad esserlo tuttavia delle marionette nelle mani dell’Alta finanza e della Grande Usura. Come poteva Silvio Berlusconi, il vecchio corruttore, resistere alla tentazione di utilizzare la D-E-M-O-C-R-A-Z-I-A, quando aveva utilizzato per diciassette anni tutti i veleni della Nazione? Nessuno meglio del ministro della malavita (che non esiste) poteva fare ciò e lo ha fatto cinicamente. Egli ha stuprato l’Italia con l’aiuto di quella suddetta burocrazia costituzionale che tanto bene predica il cameriere Napolitano. Tutta la debolezza della struttura statale sta nel fatto che non essendoci principii ha solamente servi devoti.

La Repubblica Italiana nata a seguito dei risultati del referendum istituzionale indetto per determinare la forma dello Stato dopo il termine della seconda guerra mondiale, è dal 18 giugno 1946 nelle mani di un’organizzazione a delinquere in grande, protetta e favorita dallo Stato senza neppure quei riguardi di forma che qualche volta servono a mascherare certi cinismi o cretinismi della politica. Lo Stato, il vecchio Stato, con tutte le sue leggi ed i suoi principii non esiste più. È tutto una truffa. Intanto la banda Napolitano opera in grande stile.

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9 commenti

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  3. […] e che, però, sono mossi dalla convinzione che un esecutivo cosiddetto “tecnico” da confezionare all’Italia, per di più guidato da un uomo che lavora per quei banchieri e quei mercanti che oggi guidano la […]

  4. […] avrà modo di scoprire chi governi davvero questo sciagurato Paese. Chi osserva che i “nostri” rappresentanti politici mostrino arrendevolezza nei confronti della sì detta “commissione europea”, mente sapendo di […]

  5. […] repubblica democratica fondata sul lavoro”. “E la sovranità appartiene al popolo”. Parole sempre meno convincenti in tempo di carovane di padroni, inquilini di Palazzo e sindacati collaborazionisti […]

  6. […] non è mai stato assunto, ha un contratto capestro di collaborazione servilmente offerto con un colpo di Stato dal cameriere del nuovo ordine mondiale Giorgio Napolitano. Poi non disse più niente. Certo è che […]

  7. […] e non perchè le sue imprese (Mediaset) sono crollate in borsa del 12% in un giorno. Poi con un colpo di Stato, il cameriere del nuovo ordine mondiale Giorgio Napolitano genuflesso alle oligarchie […]

  8. […] Il piano di questi politicanti straccioni e languidi gazzettieri, è chiaro: lasciar a questo governo non eletto e protetto i provvedimenti antisociali e poi affidare alla spugna del tempo le loro […]

  9. […] a nessuno, mentre l’Italia commissariata da un non eletto gangster della Trilateral con un colpo di Stato finanziario, paga il dazio di aver avuto politici incapaci di rimettere in sesto la macchina amministrativa, le […]


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