Recessione: liberalizzare o nazionalizzare?

Benché l’attuale doppia recessione abbia portato, a detta di alcuni, la necessità di fare in Italia nuove e urgenti privatizzazioni (motivando il bisogno impellente di far cassa per ridurre il debito) prima di prendere questa strada sarebbe necessario perlomeno fare una accurata analisi dei pro e contro. I media italiani non lo fanno e si lasciano invece trasportare dalle interessate chiacchiere di chi propone questa soluzione come “indispensabile”. (Purtroppo tra questi c’è anche lo schieramento politico del “centro” e della “sinistra” in Parlamento). Allora vediamo meglio, prima di decidere, quali sono i pro e i contro delle privatizzazioni e delle nazionalizzazioni. La privatizzazione (dicono) aumenta la competizione, ovvero la concorrenza tra i soggetti che operano nel settore, e la concorrenza deprime i prezzi, quindi agisce in favore dei consumatori. È vero? Si. È sempre vero? No. Perché? Perchè quando la competizione è spinta all’estremo, non deprime solo il prezzo ma deprime anche la qualità del servizio o della merce. E, specialmente, quando la merce è un genere alimentare, non ne consegue solo uno scadimento della qualità ma anche un ingente costo, nel tempo, a carico del sistema sanitario, specialmente se questo costo è sostenuto dal sistema pubblico. Un facile esempio è quello degli Stati Uniti, dove il sistema sanitario è solo parzialmente pubblico e dove milioni di persone riescono a mangiare con pochi dollari, ma poi in gran parte diventano obesi o diabetici. E dato che normalmente questi soggetti non hanno la polizza sanitaria e arrivano ad essere curati solo quando il loro stato di salute è grave e cronico, il costo di queste malattie diventa altissimo e si scarica sul Social Security (l’inadeguato sistema pubblico USA di assistenza ai malati e agli indigenti). Questa situazione potrebbe essere in qualche misura evitata se il sistema delle regole e dei controlli fosse molto severo, ma noi sappiamo che gli stessi che spingono sulle liberalizzazioni vogliono sempre anche pochi o nulli controlli (salvo quelli a protezione dei loro marchi), in quanto i controlli e i limiti sono sempre visti come un freno alla libera impresa.

Quindi in tutti questi settori, chiamiamoli così “sensibili”, per i riflessi che hanno sulla sanità pubblica, le liberalizzazioni e le privatizzazioni potrebbero eventualmente essere prese solo in cambio dell’adozione di più severe regole. Altrimenti si ottiene (forse) un effetto economico favorevole, di cui però ne beneficiano solo pochi soggetti privati (i soci), a scapito di uno scadimento generale della salute dei cittadini e, a cascata, delle casse dello Stato sulle quali si scarica il costo delle malattie attivate da questo sistema. Pertanto, quelli che accusano di sperperi lo Stato centrale su sanità e pensioni, dovrebbero sempre fare come si fa in contabilità nella partita doppia, vedere sempre dall’altra parte chi c’è e cosa ci ha guadagnato. Pertanto, è già possibile sostenere che per questi settori, cosiddetti “sensibili” (compreso quindi le acque) le privatizzazioni è molto meglio evitarle. Negli altri settori merceologici invece (p. es. il tecnologico), (meno il settore degli armamenti per ovvie ragioni) il via alle liberalizzazioni potrebbe avere effetti positivi sul mercato e quindi sull’occupazione.

Ma ci sono anche i casi dove invece sarebbero consigliabili le nazionalizzazioni, soprattutto in una fase di crisi acuta come questa. Il riferimento è ovviamente al settore finanziario e a quello delle banche. Che senso ha fare tutto questo parapiglia per sostenere le grandi banche (le piccole le lasciano sempre fallire senza problemi) e non prenderne invece direttamente il controllo? Dicono che gli amministratori privati sono più bravi di quelli pubblici. Questo è vero solo quando i politici mettono ad amministrare nelle aziende pubbliche i portaborse invece che persone capaci, altrimenti è perfettamente uguale il valore degli amministratori pubblici e di quelli privati.

Negli USA, infatti, paragonano l’ingresso della Casa Bianca, ovvero il governo della nazione, a quello delle porte girevoli degli alberghi. Gli amministratori delle grandi banche o finanziarie o delle grandi imprese, entrano ed escono con grande facilità. Lasciano la loro ben retribuita posizione per qualche anno (o qualche mese) e poi ritornano a fare gli amministratori nelle stesse o in altre organizzazioni senza problemi. È inutile far nomi poiché la casistica è vastissima.

Inoltre persino negli USA, tempio sacro del capitalismo mondiale, la nazionalizzazione delle grandi banche è già un fatto compiuto dal 2008 con Fanny Mae e Freddy Mac, le due megabanche USA dei mutui che, in procinto di fallire, sono state salvate con l’intervento diretto dello Stato che ha garantito le obbligazioni dei due Istituti e ha acquistato circa l’80% delle azioni, togliendo poi addirittura i titoli stessi (nel 2010) dal listino NYSE di borsa dove erano quotate. Ma anche nei casi delle altre grandi banche USA, nessuna esclusa, è un fatto che, pur essendo tutte, da sempre, rigorosamente private, sono state tutte salvate solo dai soldi dello Stato (o come meglio si dice da noi, coi soldi dei contribuenti!), altrimenti sarebbero tutte saltate in pochi giorni una dietro l’altra come i birilli del bowling. Quindi non è vero che l’amministratore privato è migliore di quello pubblico, la bravura dipende dalle persone non dalla differenza pubblico/privato.

Ammesso che una grande banca sia tanto grande da non poterla lasciar fallire (come è successo nel 2008 alle grandi banche USA) allora la nazionalizzazione è certamente meglio di tutti gli arzigogoli che inventano per evitarlo. Con la nazionalizzazione viene evitato il fallimento, quindi viene evitata la ricaduta sul piano sociale ed economico di questo brutto evento, ma diventa molto positivo ed educativo il fatto che i soci della banca perderebbero in gran parte o in tutto il loro capitale investito, e questo è proprio ciò che serve al libero mercato per stare accorto. Altrimenti si scade nel facile espediente di tenere gli utili nel privato e le perdite rinviate a carico del pubblico.

CINA BANK

Se poi i nostri liberalizzatori insistono a dire che tutto ciò che è nazionalizzato è pesante e incapace di competere, mandiamoli per un pò in Cina ad imparare. In Cina la sfera privata è limitatissima, tutto è sotto stretto controllo pubblico, eppure negli ultimi dieci anni hanno avuto una crescita economica da fare invidia a tutti i Paesi dell’occidente privatizzato. Forse la vera differenza sta nel fatto che là quelli che cercano di fregare il sistema li fucilano senza tanti complimenti. Noi siamo contrari alla pena di morte, ma siamo altrettanto contrari all’impunità per tutti quelli che rubano protetti da regole che servono solo a loro per rubare di più.

da Roberto Marchesi (Dallas, Texas) – RINASCITA

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1 commento

  1. […] fonte:  Recessione: liberalizzare o nazionalizzare? Aggregato il   7 novembre, 2011 nella categoria Banche, Mutui, Statistiche     […]


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