I Magnifici Tre della Goldman&Sachs

È un fatto noto e risaputo che alle oligarchie finanziarie piacciono molto più i governi tecnici dei governi più propriamente politici. In particolare per i Paesi, vedi l’Italia, nei quali non si è ancora imposto e affermato il sistema del bipartitismo perfetto. In Italia, dove il sistema del bipartitismo perfetto era stato per decenni bloccato dalla presenza di un partito legato all’Urss, si dovette attendere il riciclaggio del Pci di Achille Occhetto, al congresso della Bolognina, nel Pds (Partito democratico della Sinistra). Il Pds accettò l’economia di mercato in tutte le sue implicazioni di principio e fattuali. Opposto e collegato al precedente fu l’approccio usato nei riguardi della Dc e del Psi. Ai quali si doveva far pagare la politica filo-araba che aveva caratterizzato la nostra politica estera e che si era accentuata durante il triennio di governo di Bettino Craxi. In particolare con l’episodio di Sigonella con il quale il leader del Psi aveva orgogliosamente difeso la sovranità nazionale dell’Italia. La storia successiva è nota. Partendo agli inizi del 1992 dall’arresto del socialista milanese Mario Chiesa, grazie ad un effetto domino e passando dai quadri intermedi dei due partiti, si arrivò a espellerne i vertici con i segretari amministrativi prima e politici poi. Tali processi azzerarono la classe politica al potere e spianarono la strada alla annunciata vittoria del Pds alle elezioni politiche del 1994, grazie anche alla riforma del sistema politico in senso anglosassone (!) ossia maggioritario per un 75% dei segni da aggiudicare. L’entrata in politica di Berlusconi e la sua vittoria alle elezioni, non furono apprezzate, per nulla dal sistema finanziario internazionale e anche dagli ambienti finanziari e industriali italiani “storici”, raccolti nei “salotti buoni”.

Attraverso alterne fortune e disavventure politiche e giudiziarie, Berlusconi ha poi rivinto le elezioni nel 2001 e nel 2008, dopo che i suoi avversari arrivati al governo, i vari Prodi, D’Alema e Amato, avevano impostato il processo di privatizzazione e svendita delle industrie strategiche nazionali. Partito nel 1994 con l’idea di dare vita “una rivoluzione liberale”, il Cavaliere ha comunque dovuto fare i conti con una realtà complessa ed è stato condizionato indubbiamente dai suoi numerosi problemi giudiziari, il più delle volte risolti con leggi ad hoc. Il problema chiave è stato rappresentato da un debito pubblico che è continuato a salire ed è ormai a quota 120% rispetto al pil. Un invito a nozze per la speculazione internazionale che ha spinto al ribasso il valore di mercato dei nostri Btp decennali e al contempo al rialzo il loro rendimento, ampliando il differenziale (spread) con i Bund tedeschi che da tempo i mercati hanno assunto come punto di riferimento per la loro affermata stabilità. Un rialzo che comporterà la necessità di rivedere al rialzo gli impegni finanziari futuri dell’Italia, costretta ad emettere nuove obbligazioni, in sostituzione delle scadute, con interessi maggiorati.

L’Italia è vicina al collasso, è il leit motiv che viene dagli ambienti finanziari, dai governi europei e dalla Commissione di Bruxelles, tutti uniti nell’affermare che questo governo può mettere in crisi la stabilità la stessa esistenza dell’euro. Così, anche per le sue esuberanze casalinghe e telefoniche e per lo stile pacchiano tenuto ai vertici internazionali che lo hanno trasformato in una sorta di macchietta sui giornali di mezzo mondo, Berlusconi si trova sotto tiro. Ormai non sono soltanto gli ambienti angloamericani a volerlo disarcionare ma sono le stesse Nazioni guida dell’Ue, la Germania e la Francia.

Ma chi potrebbe andare a Palazzo Chigi a guidare un governo alternativo all’annuale? Sul nome di Mario Monti, professore di Economia alla Bocconi, ex commissario europeo al Mercato, convergono gli appetiti non solo degli ambienti anglofoni (che sperano con lui a Palazzo Chigi nella svendita del residuo 30%  dell’Eni in mano al Tesoro attraverso la Cassa Depositi e Prestiti) ma anche quelli della Francia, dove Alan Minc, consigliere economico di Sarkozy, ha fatto proprio il nome dell’ex consulente della Goldman Sachs.

Una banca dove Mario Draghi, da ieri a capo della BCE, è stato vice presidente per l’Europa. Una banca alla quale, oltre a Monti, hanno rilasciato consulenze Romano Prodi, Gianni Letta e il non compianto Tommaso Padoa Schioppa. Una banca, la Goldman Sachs, che con altri ha gestito diverse delle privatizzazioni nostrane, come Telecom ed appunto Eni. Una banca, la Goldman Sachs, salvata da Obama con un prestito di 9,5 miliardi di dollari e che negli Usa è percepita dai cittadini come l’emblema stessa della speculazione. E’ sconfortante quindi che a un suo consulente, anche con l’appoggio entusiasta dei soliti idioti nostrani, si voglia affidare la guida di un governo, per varare le misure (tipo la svendita del patrimonio pubblico, il lavoro reso più precario e la libertà di licenziare) che un governo politico, per un minimo di decenza, sarebbe restio a fare.

da Filippo Ghira, RINASCITA

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1 commento

  1. […] poi i nostri liberalizzatori insistono a dire che tutto ciò che è nazionalizzato è pesante e incapace di competere, […]


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