Processo-farsa, le assicurazioni U$A fanno causa al terrorismo

Le compagnie assicurative che nel 2001 si trovarono a pagare i danni per l’attentato terroristico alle Torri gemelle potrebbero virtualmente incassare un risarcimento di 9,4 miliardi di dollari. Una cifra astronomica, e molto teorica, perchè il soggetto che dovrebbe aprire il portafoglio è nientemeno che al-Qaida, l’organizzazione terroristica che è diventata famosa proprio a seguito dell’attentato alle due Torri. La cifra è stata resa nota dal magistrato americano Frank Maas, secondo cui il maxi-risarcimento è gonfiato dalle garanzie della legge Anti-terrorismo americana, che può triplicare il valore dei danni richiesti dalle compagnie assicurative. Il verdetto, ha aggiunto Maas, dovrebbe arrivare tra una decina di giorni.

Di fatto, è dal 2003 che le compagnie assicurative – il colosso Chubb in testa – sono a caccia di un possibile risarcimento per le spese sostenute a seguito del crollo delle due Torri, avvenuto l’11 settembre 2001 per opera dei terroristi di al-Qaida, che dirottarono due aerei contro gli edifici, facendoli implodere su se stessi e provocando quasi 3.000 morti.

In particolare, Chubb e gli altri vorrebbero rifarsi dei premi pagati per coprire le perdite economiche dei loro assicurati su attività produttive e proprietà. Nel 2003 le compagnie hanno citato in giudizio vari soggetti, tra i quali anche al-Qaida. Comprensibilmente, nessun rappresentante legale dell’organizzazione terroristica si è mai presentato in tribunale nel corso di tutti questi anni, e già nel 2006 il gruppo estremista venne dichiarato insolvente, almeno secondo la legislazione americana.

Ora il processo è arrivato alla stretta finale, e sul capo dei terroristi c’è il peso insostenibile di quasi 10 miliardi di dollari, anche se difficilmente le compagnie assicurative potranno passare all’incasso. Secondo gli esperti del settore, il budget annuale di al-Qaida si aggira su cifre nettamente inferiori rispetto a quelle richieste nel maxi-risarcimento. L’attività svolta essenzialmente in Pakistan, Afghanistan e Yemen – i Paesi su cui fa perno la logistica dell’organizzazione – richiede una spesa annuale compresa tra i 20 e i 30 milioni di dollari, derivati essenzialmente dal controllo del mercato della droga e da donazioni dirette.

Controversa, tra le fonti di finanziamento, una questione che riguarda molto da vicino l’economia italiana, e purtroppo diversi suoi lavoratori, tuttora ostaggi in Africa: i riscatti richiesti dai pirati agli armatori sulle navi sequestrate in Somalia. Un business che lo scorso anno è fruttato alle banche armate 238 milioni di dollari. I collegamenti tra i pirati e il terrorismo internazionale sono poco nitidi. Ma proprio le assicurazioni quest’estate hanno ammonito: ogni anno la pirateria costa al sistema 12 miliardi di dollari.

da Alberto Quarati, IL SECOLO XIX

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