Le riforme strutturali di Draghi: lavoro flessibile e precario

Riforme strutturali ora e sempre. Questo ha chiesto Mario Draghi al governo italiano. Dove riforme strutturali significa in primis riforma del mondo del lavoro che, per affrontare la concorrenza internazionale, dovrà essere sempre più precario e flessibile. Il governatore della Banca d’Italia non ha messo la questione in questi termini, ma dietro le sue parole emerge il vero problema sul quale cianciano anche i capi di Confindustria, ossia ridurre in maniera indiscriminata i diritti di chi lavora. L’intervento di Draghi ha assunto un significato quanto mai spassoso se solo si pensa che esso, intitolato “Giovani e crescita” (scaricabile in basso, ndr) si è avuto al Seminario dell’Intergruppo Parlamentare per la Sussidiarietà. Un tema che da anni si trova al centro del dibattito politico e che implica una guerra di sopravvivenza tra chi già lavora (gli anziani) e i giovani che si affacciano sul mercato in cerca di occupazione e non ne trovano perché l’economia nazionale è ferma e perché le imprese non investono. I contributi dei giovani che incominciano a lavorare oggi garantiranno le pensioni di chi sta per smettere, è la solfa che viene ripetuta. Il fatto che i primi dovranno accettare condizioni di lavoro capestro e i secondi dovranno accontentarsi di pensioni di fame permetterà ai capitalisti di accumulare sempre maggiori risorse sottraendole al fattore lavoro. Sembra essere tornati alla seconda metà dell’Ottocento quando Marx prevedeva che lo scontro tra capitale e lavoro avrebbe creato due fronti contrapposti che inevitabilmente sarebbero venuti a confliggere, con la vittoria del secondo.

Uno scenario simile si sta ripetendo adesso anche in conseguenza dell’assenza dei governi che hanno ridotto massicciamente la presenza di uno Stato sociale che quantomeno operava una sorte di ridistribuzione della ricchezza. E serve a ben poco che Draghi (nella foto) abbia sottolineato nel suo intervento l’incerto futuro dei giovani privi di prospettive, quando sono proprio i banchieri come lui ad essere nei fatti il puntello di un sistema che sta rapinando i poveri dei Paesi del Terzo Mondo e dei Paesi emergenti e che al tempo stesso sta operando un progressivo impoverimento dei cittadini nei Paesi a cosiddetta “economia avanzata”, dall’Unione europea agli Stati Uniti.

Per Draghi, la priorità assoluta della politica economica italiana è quella di uscire dalla stagnazione riavviando lo sviluppo con misure strutturali. Occorre, ha continuato, rimuovere una serie di vincoli e restrizioni alla concorrenza e all’attività economica, definire un più favorevole contesto istituzionale per l’attività delle imprese, promuovere una maggiore accumulazione di capitale fisico e di capitale umano. In particolare il lavoro. Si devono favorire, ha insistito, i processi di riallocazione dei lavoratori tra imprese e settori per cogliere più prontamente le opportunità di crescita sui mercati globali; occorre ridurre il grado di segmentazione del mercato del lavoro, oggi diviso in settori protetti e non protetti, intervenendo sulla regolamentazione delle diverse tipologie contrattuali ed estendendo la copertura degli   istituti assicurativi. Affermazioni che vanno a braccetto con la nuova linea di Confindustria, mutuata dalla Fiat, in virtù della quale vanno cancellati i contratti collettivi nazionali, va cancellato lo Statuto dei lavoratori, vanno resi superflui i sindacati e le buste paghe devono essere costituite in prevalenza di straordinari e premi di produzione.

Il prossimo presidente della Banca centrale europea (dal 1 novembre) reputa indispensabile una riforma del settore dell’istruzione per incrementare “lo stock” (sic) di capitale umano, oggi inferiore in quantità e qualità rispetto ai Paesi con cui competiamo sui mercati. Questo, ha affermato, si rifletterebbero in un miglioramento anche delle opportunità economiche e professionali dei giovani. Si devono poi rimuovere gli ostacoli burocratici e strutturali che strozzano l’attività economica riducendo i costi di apertura e di gestione delle nuove imprese, in maniera tale da promuovere anzitutto la partecipazione economica dei giovani. Si stanno infatti sprecando risorse preziose. A repentaglio non è solo il loro futuro ma quello dell’intero Paese. La crescita economica non può fare a meno dei giovani né i giovani della crescita. L’Italia insomma cresce poco anche perché non punta sui giovani e gli offre scarse opportunità di contribuire allo sviluppo con la loro capacità di innovazione, la loro conoscenza e il loro entusiasmo. Largo ai giovani, diceva settanta anni fa il Povero Defunto.

L’ex vice presidente per l’Europa della Goldman Sachs ha mostrato però di preoccuparsi della povertà che sta crescendo tra le famiglie italiane con figli che tra il 2007 e il 2010 hanno visto calare in maniera sensibile il proprio reddito. Ma a Draghi non è mai venuto in mente che questo sia l’effetto delle misure liberiste che i governi si sono impegnati ad adottare e che hanno comportato un trasferimento di risorse dai cittadini agli ambienti della speculazione finanziaria? Quella di cui fa parte pure la sua (ex) Goldman Sachs? Tanto per rimanere in tema dopo Moody’s e Standard&Poor’s, pure Fitch ha declassato il nostro debito pubblico, portandolo da AA- ad A+. A dimostrare che gli speculatori sono sempre in agguato e che l’Italia è sempre sotto tiro.

da Filippo Ghira, RINASCITA


Seminario dell’Intergruppo Parlamentare per la Sussidiarietà
“Giovani e crescita”
Intervento del governatore della Banca d’Italia, Mario Draghi
Abbazia di Spineto, Sarteano, 6 ottobre

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1 commento

  1. […] lasciano invece trasportare dalle interessate chiacchiere di chi propone questa soluzione come “indispensabile”. (Purtroppo tra questi c’è anche lo schieramento politico del “centro” e della […]


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