Barletta: sangue e vergogna

Non occorrono troppi giri di parole, bastano i numeri per fotografare nefandezze di quest’ostello di profittatori e furboni chiamato Italia. Quello della strage di Barletta è un film già visto troppe volte. Fioccano le dichiarazioni d’ordinanza e i lacrimoni a comando solcano i volti inebetiti di chi arriva sempre sul posto quando già la tragedia si è consumata, ma pochi si fermano a riflettere su quelle cifre che puzzano di vergogna e d’usura: 4 euro all’ora e 8-14 ore di lavoro al giorno. Anche questa è morte, non solo quella causata dal crollo del laboratorio di confezioni. Cinque vite spezzate dall’omertà e dalla negligenza. Quattro donne (Matilde Doronzo, di 32 anni, Giovanna Sardaro, di 30 anni, Antonella Zaza, di 36 anni, Tina Ceci, di 37 anni) e una ragazzina di 14 anni, Maria Cinquepalmi, figlia dei titolari del laboratorio tessile. Un impasto di lacrime e sangue in cui si perdono vite e storie quotidiane, speranze e dignità. Quel lavoro che dovrebbe essere affrancamento e realizzazione, diventa sempre più spesso un viatico per l’obitorio.

C’è rabbia e sgomento tra la gente del posto, e non manca, purtroppo, chi aggiunge vergogna a vergogna, come il sindaco Nicola Maffei, del Pd, sordo di fronte ai tanti allarmi sulle pessime condizioni della palazzina, ma lesto a dire: “Non mi sento di criminalizzare chi, in un momento di crisi come questo viola la legge assicurando, però, lavoro, a patto che non si speculi sulla vita delle persone. Sarebbe un paradosso se i titolari della maglieria che si trovava nel palazzo crollato, dopo avere perso una figlia e il lavoro, venissero anche denunciati”. Una brodaglia di qualunquismo e idiozia, incautamente vomitata fuori tempo e fuori luogo, che umilia non solo chi è vivo, ma anche chi è morto.

Le regole vanno rispettate e prima ancora i diritti di chi ogni giorno si alza all’alba per mettere un piatto a tavola. Ci piacerebbe sapere da questo sofista da marciapiede cosa significa per lui la parola lavoro, se è importante o meno che quel laboratorio fosse clandestino e in base a quale criterio logico e tecnico i Vigili Urbani e i tecnici comunali, poco prima, avevano dichiarato che non vi fosse imminente pericolo di crollo. “Non sappiamo in quante lavorassero lì, né cosa facessero. Noi sospettiamo che fosse una delle tante aziende sommerse che pullulano in questo territorio”, spiega Franco Corcella, segretario della Camera del lavoro della Cgil di Barletta.

La conferma dell’irregolarità della ditta arriva da Luigi Antonucci, segretario generale della Cgil-Bat: “Dalle nostre ricerche risulta che le donne lavorassero in nero e l’azienda fosse completamente sconosciuta all’Inps. Purtroppo sono molte le lavoratrici che accettano situazioni analoghe perché anche pochi euro al giorno servono per mandare avanti la famiglia e i figli”. Sono centinaia le aziende nella zona che lottano aspramente tra loro per accaparrarsi piccole commesse da imprese tessili più grandi. Quattrocento, seicento euro al mese al massimo, dieci ore di lavoro in media e zero diritti. Ingranaggi di un sistema perverso che ruba vite e sogni.

Non era un maglificio vero e proprio. Confezionavano magliette, tute da ginnastica, cose così. A seconda delle commesse che il proprietario riusciva ad ottenere lavoravano. Una volta erano quattro, una volta cinque. Una volta stavano lì dalla mattina alla sera, altre volte di meno”, raccontano i parenti delle vittime. Erano donne normali, sono morte di lavoro.

da Ernesto Ferrante, RINASCITA

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