ORGOGLIO OPERAIO, ETICA OPERAIA

Viviamo in tempi in cui la parola ‘orgoglio’ viene sempre più spesso associata a comportamenti e stili di vita che in passato avrebbero comportato (talvolta a torto, spesso a ragione) le bastonate o la prigione. Questo non ci stupisce, o meglio non stupisce coloro i quali sono ormai attrezzati nel ricercare e vedere nei segni dei tempi i frutti di progetti e disegni che talvolta provengono da molto lontano nel tempo. Altri parlerebbero di ‘dietrologia’, altri più saggiamente di semplice analisi delle informazioni; tant’è che, appunto, può succedere che una parola che esprimeva un significato retto, positivo, superiore, nobile, venga a connotare qualcosa che con tali concetti ha poco o nulla a che fare. Vi è anche da dire che nel nostro mondo modellato a suo tempo dal cristianesimo la parola ‘orgoglio’ è stata spesso impiegata con una valenza negativa, in quanto sinonimo di ‘superbia’; ma questo non toglie che nella percezione comune la parola ‘orgoglio’ continui a possedere una indiscussa positività. Questa precisazione si rende necessaria per introdurre l’argomento di queste righe: la lenta e progressiva scomparsa di un mondo, una cultura, una civiltà, anche, che è stata meglio conosciuta come la ‘classe operaia’. Una aggregazione sociale che, prodotto essa stessa del capitalismo, ha segnato la storia sociale di quelle aree geografiche che il capitalismo lo videro sorgere e svilupparsi impetuosamente con la fine dell’’ancien regime’ in Europa e poi, successivamente, negli Stati Uniti.

Oggi il capitalismo è sempre vivo e vegeto ma la sua ‘creatura’, il già a suo tempo definito come proletariato, è stata divorata. La classe operaia, la ‘working class’, ha subìto e subisce un processo di polverizzazione che l’ha ormai ridotta ad essere una minoranza nello spettro delle classi sociali del primo mondo, superata di gran lunga dalla sconfinata pletora di addetti ai servizi, professionisti, commercianti, dipendenti pubblici, e soprattutto produttori dell’immateriale, una contraddizione in termini che però ben qualifica quale è lo stato attuale della forza lavoro in Italia e in Europa: giovani ridotti ad occuparsi di nulla e del nulla, tra call center telefonici, indagini di mercato (quello rionale ?), distribuzione di volantini pubblicitari, vendite porta a porta ai limiti (e spesso oltre) della truffa, venditori di polizze assicurative, addetti alle ‘public relations’ (?) o alla sicurezza (?) nelle discoteche o nei parchi divertimento, piazzisti di cure dimagranti e lozioni per la ricrescita dei capelli…

Sono lontani i tempi in cui la ‘professionalità’ operaia si tramandava di padre in figlio, nei quali l’orgoglio del saper fare e, anche, di essere parte determinante nel progresso nazionale (o perlomeno di quello che allora veniva inteso come ‘progresso’), e questo nonostante la pesante condizione di sfruttamento e di subalternità; lo spirito di aggregazione e di solidarietà che legava comunque tra di loro i lavoratori industriali; tutto questo, in Occidente, non esiste più, travolto dalle delocalizzazioni in terre dove la sindacalizzazione operaia è di là da venire e dalla naturale evoluzione delle tecnologie che riducono progressivamente i tempi di lavoro ed il numero dei lavoratori ma che, anziché liberare sia pure parzialmente l’umanità dal lavoro costringe milioni di giovani del primo mondo a ‘inventarsi’ qualcosa da fare…

Qui Berlusconi non sbaglia quando invita appunto i giovani ad inventarsi il lavoro. O quando invita le giovani particolarmente avvenenti a sfruttare il proprio corpo ed il proprio aspetto per fare denaro, ergo quando le invita esplicitamente ad intraprendere l’’antico mestiere’ (salvo guardarsi bene, nel tipico sfoggio di ipocrisia italica, dal legalizzare completamente e definitivamente – e aggiungo: finalmente – la prostituzione stessa). In realtà il primo ministro non ha fatto altro che codificare una tendenza mondiale e la cui stazione di partenza sono i soliti Stati Uniti.

Il lavoro non vale più né in sé stesso, né per se stesso; ma soltanto – volendo e potendo ancora chiamarlo ‘lavoro’ – per quello che riesce a monetizzare. L’etica del lavoro ben fatto, seppure pallido riflesso dello spirito creativo tradizionale, ha continuato ad informare di sé generazioni di operai, artigiani, tecnici, ingegneri…

Ha rappresentato la forza della creazione, in tempi nei quali si creavano merci ed oggetti che avevano un senso, in opposizione alle professioni dell’indefinitezza e del vacuo, tra le quali spiccano – ma non sono ovviamente le sole – le professioni cosiddette forensi. Oggi questa indefinitezza e questa mancanza assoluta di senso informa le società intere, la gente, i giovani come i vecchi…

Il lavoro è diventato il ‘posto di lavoro’, e non è una differenza da poco. Perché il ‘posto di lavoro’ non rappresenta il posto o il ruolo che il membro della comunità ricopre ed occupa – dal primo ministro al manovale agricolo – con diversa importanza e rango ma con pari dignità e considerazione nell’ambito del corpo sociale che per vivere e svilupparsi necessita del cervello, del cuore, dei muscoli, dello stomaco e dell’intestino. Rappresenta un mero approvvigionamento di denaro, e quindi una possibilità di sopravvivenza, che non gratifica né realizza in nessun modo le aspirazioni profonde di chi presta la sua opera in cambio di quel denaro. È la atomizzazione e la parcellizzazione sociale al suo ultimo stadio che è appunto quello del capitalismo avanzato, apparentemente vincitore nel suo obbiettivo di creare benessere almeno materiale ma di fatto prodromico al suicidio della civilizzazione occidentale. La mancanza di senso delle cose è intimamente rapportata alla mancanza di una collocazione dell’uomo nel suo mondo quotidiano.

Quindi non è solo o tanto la mancanza di un posto di lavoro a creare devastazione sociale; certo, come abbiamo detto la mancanza di denaro implica la morte sociale (e probabilmente anche biologica) dell’uomo, e il denaro viene elargito in cambio di una qualsiasi prestazione di opera o di servizi. Ma la mancanza di un significato reale in quello che si fa quotidianamente implica la morte spirituale o, come preferirebbe dire qualcun altro, psichica. Per questo la scomparsa dell’orgoglio e dell’etica connaturati alla antica classe operaia trascina con sé nell’abisso la società intera, una società fatta soltanto più da imbonitori, truffatori, buffoni o mercenari nel senso più deteriore della parola (e non ci riferiamo certo ai vecchi soldati di ventura…).

da Graziano Dalla Torre, AVANGUARDIA

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2 commenti

  1. Ciao mi chiamo Giacomo, e avevo un posto fisso, sono single. e un mese fà mi sono licenziato…perchè? mi sembrava di essere in un lagher dalle 8 alle 10 ore al giorno senza pausa, senza nessun diritto se non quello di essere preso in giro dal capò, con dispetti vari. I sindacati non ci sono sia fisicamente che psicologicamente. E sono nel ricco nord est. Dove andremo a finire?

  2. Aggiungo… se uno fà diligentemente il suo lavoro…cosa vogliono in più i padroni? Lecca, lecca? No mi spiace, ho già fatto indigestione da piccolo.


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