I SINDACATI RIFORMISTI E IL “MITO DI PANDORA”

Premesso che gli scioperi contro il padronato, le richieste di aumenti salariali, il problema della povertà in Italia o nel mondo, le richieste di investimenti per la sanità o per le famiglie sono tutti problemi a valle del grande problema: il signoraggio della moneta. Le astronomiche cifre sottratte sono rapinate dal potere bancario, esercitato da personaggi che nessuno elegge o controlla. La Costituzione della Repubblica Italiana [Il corporativismo/1, Ritilio Sermonti, introduzione di Nicola Cospito] recita al primo articolo “L’Italia è una repubblica democratica fondata sul lavoro”. Parole sempre meno convincenti in tempo di delocalizzazioni selvagge e traguardi epocali in fatto di disoccupazione. Nella italietta berlusconiana, ormai in disfacimento, a fronte di un aumento vertiginoso della disoccupazione, quella giovanile ha conquistato la vetta e i giovani che si vedono rubare il futuro, a meno che non abbiano santi in Paradiso come qualche leghista d’acqua dolce, quando possono, preferiscono, fuggire all’Estero, in cerca di un avvenire dignitoso. A pochi, anche a causa di un massiccio bombardamento massmediatico, viene in mente che se crisi c’è, è imputabile a precise responsabilità attribuibili senza ombra di dubbio a classi dirigenti sempre più indegne di questo nome. Come si comporta l’ordinamento per tutelare i diritti dei Lavoratori che vengono definiti, con un pietoso eufemismo, “atipici”? Con le consuete modalità che la democrazia capitalista impone: equità nell’enunciazione dei principi e rapina nella sostanza. Le ammucchiate bastarde con il governo neoliberista, antipopolare e antinazionale del tycoon televisivo Silvio Berlusconi, tra carovane di padroni, inquilini di Palazzo e sindacati collaborazionisti (“parti sociali”), disponibili al compromesso riformista della contrattazione, porteranno i Lavoratori a un massacro sociale inevitabile e di tali dimensioni che affosserà definitivamente l’attuale finta opposizione di centrosinistra (“governo ombra”), necessaria per tenere a freno lo scontro sociale, che altrimenti si scatenerebbe in forme imprevedibili. D’altronde Berlusconi non è l’unico parassita a voltare gabbana col girare del vento. In parlamento siedono vagonate di sindacalisti che cursus honorum hanno scoperto una nuova giovinezza. Il segreto sta nella capacità di sapersi svendere. Il problema si pone, dal momento che i licenziamenti più facili, cioè partoriti dalla peggiore specie di statisti e giuristi asserviti al liberalismo economico, diventano incondizionatamente anticamera allo smantellamento dello stato sociale. La concezione del Lavoro, piaccia o non piaccia ai parrucconi imbellettati, deve essere intesa non solo come mezzo per procurarsi da vivere, ma come dovere sociale di contribuire alla prosperità e potenza della Nazione. Rimane solo la speranza. Tant’è!

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1 commento

  1. […] del lavoro “il governo la farà con o senza accordo” ha chiarito il ministro alle parti sociali, nel corso del tavolo a Palazzo Chigi. Con le parti sociali c’é “un dialogo” in […]


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