GHEDDAFI. È CACCIA ALL’UOMO

Da Malta, Abdul Karim Bazama, il capo della sicurezza del Consiglio transitorio nazionale libico, ha fatto sapere che i ribelli danno la caccia ad una carovana di una decina di blindati con i quali Muammar Gheddafi tenta la fuga. Poche ore prima, l’intelligence era sicura che il Colonnello stesse fuggendo in un convoglio di sei Mercedes blindate verso l’Algeria. Poi era arrivata la smentita dal governo algerino. Per il giornale inglese “Daily Mail”, Gheddafi si è rifugiato ad Harare, dov’è arrivato con un jet della Zimbabwe Air Force mandatogli dal presidente Robert Mugabe. Fino a questo momento, Gheddafi è riparato in Venezuela, in Sudafrica, in Algeria e nello Zimbabwe. È anche rifugiato in un bunker segreto di Tripoli o di Sirte e sta girando in tondo con un corteo di veicoli blindati. I cacciabombardieri Nato hanno preso di mira la base militare di Salah Dein (si credeva ospitasse Khamis Gheddafi, il figlio che comanda la 32esima brigata delle forze speciali), bombardano Sirte e Tripoli (per colpire il Colonnello) ed altre aree “strategiche” per impianti militari o petroliferi come Ras Lanuf, El Assah, Okba e Al Aziziyah. Per gli agenti francesi era sicuro che Gheddafi fosse a Sirte, scatenando un intenso bombardamento. Dopodichè il ministro britannico della Difesa, Liam Fox, aveva giustificato i missili sparati su edifici “sospetti” e le bombe lanciate in un’area dove non c’era nemmeno l’ombra del Raìs, dichiarando alla Bbc: “Non è questione di trovare Gheddafi, ma di assicurare che il regime non abbia la capacità di continuare la guerra contro il popolo libico”.

Data la figura carismatica del Colonnello è difficile ipotizzare un regime senza di lui e perciò il ministro Fox avrebbe dovuto dire la verità e cioè che avevano avuto un’informazione sbagliata. Non si deve dimenticare che c’è una taglia di due milioni di dinari (1 milione e 200mila euro) sul Gheddafi vivo o morto. E’ una gigantesca caccia all’uomo.

Mussa Ibrahim, portavoce del Raìs, ha fatto sapere tramite l’agenzia di stampa Ap a New York che Gheddafi è in Libia e vuole che il figlio Saadi tratti per la formazione di un governo di transizione. Un ultimo disperato tentativo? La cattura è oramai questione di ore? Quale sarà la sorte di chi ha combattuto per Gheddafi? La Libia si frantumerà in regni, emirati e repubbliche islamiche? Avremo un’altra Somalia davanti alla porta di casa? Come saranno ridistribuiti i “diritti” petroliferi? Nessuno ha le risposte. Saranno i fatti a darcele.

Come per tracciare una mappa del territorio occorrono coordinate, precisi strumenti di misurazione, dati e cifre, così per azzardare previsioni politiche serve conoscere i protagonisti in campo, le loro idee e i loro programmi. Il verbo “azzardare” è d’obbligo quando si guarda all’agone politico. Conoscere tutti gli elementi non basta a tracciare un’esatta equazione e perciò nessuna previsione può essere certa al cento per cento. La Libia è una realtà sconosciuta, checché se ne dica e se ne legga. Non è dato sapere il numero esatto delle tribù. Di più: usiamo parole come tribù, qabila, clan, famiglia inserendole in uno schema parente prossimo della “lezione” imparata guardando film sugli Indiani d’America o sulle famiglie mafiose oppure sul clan dei marsigliesi.

I confini, le rivalità, gli accordi tra i sei milioni e mezzo di abitanti della “Grande Jamāhīriyya Araba Libica Popolare Socialista” sono una matassa assai difficile, se non impossibile, da sgrovigliare. La popolazione che politicamente definiamo libica è composta da Arabi, Berberi e Tuareg. Al Sud del Paese ci sono anche piccoli gruppi tribali di Hausa e Tebu. Le differenze tra le etnie sono in gran parte compensate dalla comune fede islamica e dagli insediamenti distinti e separati, ma non sempre ciò è sufficiente ad evitare scontri.

Le tre regioni libiche (Tripolitania, Cirenaica, Fezzan) furono unite a viva forza, il regime del Colonnello le ha tenute insieme, ma non è certo che sarà così anche domani. I “comitati popolari” sorti per gestire i territori occupati nel corso della ribellione devono fare i conti con gruppi islamici fondamentalisti e con bande armate più o meno numerose. Il Consiglio nazionale transitorio (Cnt) nato dalla ribellione avrà la forza di far deporre le armi? È quasi inevitabile che un qualche capo militare con ambizioni politiche tenterà di prendere il potere nel caos del dopo Gheddafi.

Forse i neonati emirati islamici di Al Bayda e Derna sono un’invenzione propagandistica e forse non lo sono; anche questo si vedrà, ma dopo. L’erede di Idris al-Senussi, il monarca spodestato dal Colonnello 42 anni fa, si è fatto avanti sperando se non proprio in una restaurazione almeno in una parziale rivincita. Il principe Idris sa che tra i ribelli c’è chi vorrebbe l’emirato di Senussia e chi la repubblica di Cirenaica e perciò s’è messo in movimento.

Nella Jamāhīriyya non ci sono partiti, né sindacati, né istituzioni statali così come le concepiamo noi e neppure c’è un esercito strutturato come i nostri. A scatenare la rivolta è stato un urlo tribale e alle tribù appartiene tutto il potere, sì, ma parcellizzato.

Nessuno ne è detentore in esclusiva. Da qui a poco la Libia potrebbe diventare una sorta di “federazione” di potentati, con l’ovvia conseguenza di una stabile (si fa per dire) militarizzazione generale.

C’è un personaggio che anni fa fu il numero due di Gheddafi e che, nonostante la defenestrazione subita, ha conservato un certo potere. Si chiama Abdelsalam Jallud, è dei Maghariba, affiliati alla potente tribù dei Farfalla (un milione di persone circa), guidata dallo sceicco Akran al-Warfalla.

Staremo a vedere.

da RINASCITA

PRESIDIO A ROMA

DAVANTI AL MINISTERO DEGLI AFFARI ESTERI
DELLA REPUBBLICA ITALIANA
(FARNESINA)

MARTEDÌ 30 AGOSTO 2011

DALLE 16.00 ALLE 18.00
CONCENTRAMENTO ALLE  ORE 17.00

PER CHIEDERE:

1) L’immediato ritiro delle truppe italiane dalla missione criminale in Libia e da tutte le missioni per conto della Nato e degli Stati Uniti d’America;

2) Le dimissioni del Presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, del Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, del Ministro della Difesa, Ignazio La Russa, e del Ministro degli Esteri, Franco Frattini, in seguito alla gravissima violazione dell’art. 11 della Costituzione e degli accordi bilaterali tra Italia e Libia, stabiliti nel 2008 all’interno del Trattato di Amicizia di Bengasi;

PER MANIFESTARE:

1) Il nostro appoggio alla resistenza del legittimo governo di Muammar Gheddafi;

2) Al mondo, ma soprattutto al popolo libico, che c’è un’Italia che non dorme e non subisce passivamente i diktat della NATO e che si ribella alle sue logiche criminali, che disprezza i propri politici servi e traditori e che vuole al più presto ristabilire i rapporti di amicizia e cooperazione con la Grande Giamahiria Araba Libica Popolare Socialista;

PER ADERIRE SCRIVERE A : 30agosto2011@libero.it

La sottoscrizione e l’adesione è aperta a tutti, singoli e gruppi, nessuno escluso.

 Modalità di svolgimento, luogo e regole del presidio

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1 commento

  1. […] trincerandosi dietro il paravento della Carta (igienica) dell’Onu. Poi si diede inizio alla caccia all’uomo. Muammar Gheddafi è morto. Il raìs, dato in un primo tempo per ferito dopo la sua cattura a […]


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