ITALIA, IN PIEDI!

Il mondo è cambiato e con esso il suo linguaggio. Cos’è la lingua? L’idea di lingua, tuttavia, è ovvia solo all’apparenza. È ovvia in quanto tutti sanno che cos’è una lingua: uno strumento che ci permette di comunicare. È un mezzo usato in modo naturale per raggiungere un determinato scopo. Tutti sanno che ogni lingua è diversa da un’altra. Ognuno di noi, quando parla, utilizza la lingua in modo diverso, ossia in modo del tutto personale e originale. Ma al di là di questa semplicità fittizia, dietro al concetto di lingua si nasconde una realtà ben più complessa. Strettamente legato a quest’ultima considerazione, sulle differenze a livello del singolo individuo, è il problema del rapporto fra lingua e linguaggio.

Romano Prodi durante la campagna elettorale del 2006, nel secondo faccia a faccia televisivo, per la carrellata di numeri enunciati da Silvio Berlusconi, parafrasando una celebre battuta del premio Nobel irlandese George Bernard Shaw, commentò: «Berlusconi si attacca alle cifre come gli ubriachi si attaccano ai lampioni».

Nell’attuale XVI legislatura, fondata sul voto dell’alfiere della medicina olistica e luminare dell’agopuntura, Domenico Scilipoti, l’insulto, ovvero la pratica di attaccare gli avversari politici, è stata riscoperta recentemente: il martire è il ministro tascabile Renato Brunetta, definito “cretino” in un fuorionda dal ministro Giulio Tremonti. Anche Umberto Bossi durante un comizio a Ponte di Legno gli si rivolse dicendogli: «Nano di Venezia, non romperci i coglioni».

E dulcis in fundo, il botta e risposta tra il senatùr «È uno stronzo», e il suocero dell’imprenditore romano Francesco Gaetano Caltagirone, Pier Ferdinando Casini, leader UdC (Unione dei Caltagirone, appunto) che gli aveva dato del «Trafficante di banche e quote latte». Tant’è!

Insultare il prossimo è reato? A quest’altra domanda, ha risposto la Cassazione con una sentenza (V^ Sezione penale n°9084/2008), che ha stilato una sorta di elenco di epiteti che in certi casi è possibile rivolgere agli uomini di governo. Secondo la Suprema Corte dare del “giuda” è legittimo se un politico si macchia di “alto tradimento”. Anche definirlo “buffone” può rappresentare una legittima critica. Quando poi chi governa solleva una vera e propria indignazione popolare ci si potrebbe spingere persino a dargli dell’idiota.

Insomma, tra opposte fazioni è possibile darsi del “rimbambito”, per esempio, ma anche del “protettore dell’illegalità”. Se rivolgiamo del “mafioso” a Salvatore (Totò per gli amici di governo) Riina, è forse un insulto? Se diamo del “pidduista” a Silvio Berlusconi (tessera n.1816, data di iniziazione 26 gennaio 1978, codice E 19.78, gruppo 17, fascicolo 0625) o Fabrizio Cicchitto (tessera n.2232, data di iniziazione 12 dicembre 1980, fascicolo 945), è forse un insulto?

Ci sono però situazioni in cui i politici gli insulti li meriterebbero davvero. Licenza d’insulto dunque? In parte forse sì ma il motivo di questa “licenza”, va ricercato nelle motivazioni della Corte: «Il diritto di critica riveste necessariamente connotazioni soggettive ed opinabili quando si svolge in ambito politico, in cui risulta preminente l’interesse generale del libero svolgimento della vita democratica». I giudici della Cassazione (a detta di qualcuno cui ci sfugge il nome) sono magistrati e, quindi, “tutti comunisti”. Ergo, è evidente il complotto teso a legittimare l’irriverenza verso il Capobanda.

Nel BelPaese delle leggine vergogna, invece, alla propria compagna si può dire “che ti prenda un colpo”, ma non si può darle della “Lewinski”. Non si possono tirare le orecchie, ma nemmeno dare del selvaggio a un marocchino. Ma è reato dare del “leccaculo” o “leccapiedi” al proprio interlocutore, perchè questi termini “trascendono nell’offensivo”. E diventano un attacco personale gratuito.

Se una parte degli elettori italioti si ritengono insultati personalmente quando si definisce Silvio Berlusconi, l’ometto che grazie al duro lavoro e al brillante talento imprenditoriale ha creato dal nulla un impero finanziario e che poi sacrifica la cura dei propri interessi per consacrarsi al servizio del BelPaese, un palazzinaro, faccendiere, corruttore, bugiardo, puttàniere, pedofilo, ometto ridicolo o altri “epiteti” che il collezionista di prescizioni si è (in)gloriosamente guadagnato sul campo, alcuni indiscutibili, altri più che verosimili, dimostrano di avere un concetto di insulto tutto loro: se chiamiamo invece “evasore” un evasore, è un insulto?

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1 commento

  1. […] Italia, la manovra-bis, nonostante gli ipocriti discorsi di questo o quel ministro, si affiancherà a […]


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