90 ANNI, ONORE E GLORIA A RUTILIO SERMONTI

Lo staff del blog è onorato di augurare buon compleanno a Rutilio Sermonti (Roma, 18/08/1921), ex combattente RSI, un italiano che ha sempre amato la sua Patria. A 90 anni, esempio di coerenza e di umiltà per tutti coloro i quali hanno avuto il privilegio di conoscerlo. In alto i cuori!

Lettere al blog. Giriamo ai lettori del blog la mail di A.P. del Centro Studi Socialismo Nazionale, che scrive: Oggi è stata una giornata particolare, emozionante come ogni altro incontro con Rutilio, un’occasione per festeggiare i 90 anni di un uomo che considera il suo compleanno, come un semplice giorno in più della sua vita normale, come la definisce lui. Sappiamo bene che così non è, sappiamo che gli uomini di quella forgia non sono normali, quantomeno per lo standard di oggi, forse normali lo erano al tempo del “male assoluto”, oggi nella loro semplicità, nel piattume che avvolge noi, loro diventano eroi. Rappresentano la proiezione di un mondo a noi sconosciuto, che per quanto studiato e raccontatoci, noi non abbiamo vissuto; loro sì, e la differenza salta agli occhi. Il loro essere normali è per noi straordinarietà perché viviamo nella mediocrità.

[Colli del Tronto – Birreria Parzifal, 5 gennaio 2011]

Cosa ci ha detto questo vecchio combattente a 90 anni? Che il suo sogno più grande sarebbe quello di non vederci plaudire ai sui libri, alle sue parole, salvo lasciarli cadere nel vuoto! Nel corso della sua vita ha scritto eccellenti libri da cui trarre esempi, o meglio spunti, per la politica, per la militanza e per la vita. Eppure nessuno ne ha fatto tesoro come in cuor suo avrebbe voluto. Divisi, sclerotizzati su posizioni reazionarie, questi sono i “camerati” che lui vede innanzi a sè; lui che a 90 anni ancora combatte la sua guerra con la divisa della RSI, con la speranza, con la freschezza che manca ai giovani di oggi ed a noi anziani.

Ma non voglio soffermarmi sulla giornata odierna, pur trascorsa in piacevole compagnia.

Voglio rendere gli onori a Rutilio, al mio amico e PADRE SPIRITUALE, cercando di raccontarlo brevemente per come io ho avuto l’immenso onore di conoscerlo e viverlo; questo credo che per lui sarebbe un ottimo regalo!

Ho avuto l’onore ed il privilegio di servirlo da un paio di anni, il rimpianto magari di aver fatto poco per lui, costretto a lasciare la sua casa, vicino alla mia, ed a trasferirsi dove ora vive, dall’altra parte degli Appennini. Le comunità militanti romane, NON sono state in grado di trovargli una sistemazione in zona, in maniera altrettanto solerte di come quando Rutilio veniva portato di evento in evento. Altro discorso che preferisco far morire quì.

In poco più di un anno ho avuto la fortuna di ricevere tanto da questo uomo; mi ha aperto la mente, con la sua semplicità, la sua umiltà, i suoi modi, per questo lo definisco il mio papà spirituale.

Forse il segreto della differenza generazionale sta proprio nella parola UMILTÀ. In una mia vecchia nota “credere, obbedire, combattere” provai a spiegare il senso di queste tre parole secondo il mio punto di vista, trovandovi alla base sempre l’umiltà.

L’umiltà non è pochezza o debolezza, ma il saper ascoltare, il saper trovare i propri limiti e viverli di conseguenza, il darsi alla causa senza contropartita, il farsi da parte per lasciare spazio ai migliori se serve.

Le nuove generazioni si sentono sempre preparate, moderne, intelligenti, magari son furbe, e non è la stessa cosa che essere intelligenti. E soprattutto non sono umili, quasi mai.

Rutilio ha una croce di ferro tedesca con cui fu decorato; mi ha raccontato il motivo che per il quale fu decorato. Non gli fu data in azione “eroica”, ma per semplice opera di cecchinaggio da postazione presidiata; tre tiri a segno sui nemici, ed il tentativo di attacco fu respinto.

Più di qualcuno avrebbe approfittato per raccontare chissà cosa! Per questo ogni suo racconto di vita, assume dalle sue labbra una semplicità che a noi pare straordinarietà, per questo lui non si considera speciale.

Ogni atto della sua vita contiene la forza della sua semplicità, ha scritto libri, fatto quadri, sculture, recitato a teatro!

Insegnare ai bambini, anche a mio figlio, è una sua capacità innata, li catalizza come catalizzava me, con i suoi racconti a 360 gradi, partendo dallo spiegare il volo di una farfalla e finendo a parlare di globalizzazione.

Quanto mi manca ora così lontano, ricevo delle sue mail ogni tanto, meno di una volta, forse è stanco, giustamente stanco, ma oggi a sentirlo parlare ha ci ha strappato ancora una volta delle lacrime di commozione!

Grande Rutilio, ci hai dato tutto, la tua vita, non hai mai preteso nulla in cambio, ti sei dato anima e corpo a tutti, sfruttatori compresi, e non hai mai fatto una piega. Non ti ho mai sentito parlare male di coloro che te ne hanno fatto; semmai l’ho letto nei tuoi occhi dolci e d’acciaio come si conviene ad un uomo della tua tempra.

Spero di essere lì con te per dei prossimi infiniti compleanni, spero che riuscirai sempre a strapparmi una lacrima perchè questo vorrà dire che sono ancora vivo io, spero di poterti regalare qualcosa realizzando anche un tuo piccolo desiderio, di essere degno di quello che mi hai insegnato e di vivere la vita con la tua stessa dignità ed amore.

Rutilio è l’esempio vivente di quello che il Fascismo riteneva dovesse essere l’UOMO INTEGRALE.

Godiamocelo tutti, stiamogli vicino come possiamo, e soprattutto imitiamolo, e probabilmente saremo uomini migliori anche noi.

Come abbiamo strillato oggi, per Rutilio, eja eja alalà!

Che il Grande Spirito ti protegga!

da A.P., CENTRO STUDI SOCIALISMO NAZIONALE 

Rutilio Sermonti, emblema di coerenza, fede e abnegazione. Una vita spesa al servizio dell’ideale fascista. Nel 1942 partecipa alla II Guerra Mondiale come sottufficiale del Regio Esercito, dopo il tradimento dell’8 settembre 1943, aderisce volontariamente alla RSI come ufficiale della Divisione San Marco.

Malgrado il suo indiscutibile spessore culturale, è sistematicamente ignorato dalla “cultura” ufficiale, bollato per il suo passato, che non ha mai rinnegato e mai rinnegherà.

Auguri, camerata Rutilio!

«La riscossa dell’Europa ha avuto ed ha un solo nome: fascismo.
L’Europa antifascista non è che soltanto una serva»

[Rutilio Sermonti

Ascoltatemi, carissimi amici e compagni di fede. Questo non è un addio. L’addio, sarete voi a darmelo, quando io non potrò più farlo, dato che, fino all’ultimo respiro, intendo adempiere al giuramento che prestai il 28 ottobre 1939 allo Stadio dei Marmi, al Duce presente.

E’ un testamento e una consegna, e, come tale, va redatto presso alla conclusione della vita, ma ancora nel pieno possesso delle proprie facoltà mentali, come il destino ha voluto conservarmi tuttora.

Mi rivolgo a voi, che mi siete più vicini nei ranghi, ma vi faccio carico di serbare in cuore le mie parole e di divulgarle al massimo e con ogni possibile mezzo a tutti coloro che giudicate pronti a riceverle, il giorno in cui mi porrò in congedo illimitato.

Per tutta la vita, ho cercato di servire il nostro comune ideale.Come tutti, ho certo commesso errori ed ingenuità, ma posso orgogliosamente affermare, sfidando chiunque a contraddirmi, di non aver mai accettato il più insignificante compromesso con la laida baldracca cui si usa dare il nome di Libertà, nè con i suoi logorroici manutengoli. Ora che il fardello del legionario comincia a premere sulle mie dolenti spalle, e che il mio passo malfermo necessita dell’appoggio affettuoso dei giovani fedeli, credo quindi di potere, senza mancarvi di rispetto, rivolgermi a voi in tono quasi paterno.

La prima verità da intendere è questa: che il compito che ci siamo assunti non è da uomini, ma da eroi. Non è affermazione retorica, questa, ma rigorosamente realistica. E, se così numerosi tentativi di riunione delle nostre forze sono falliti, è stato perchè si è voluto affrontarli da uomini e non da eroi. E gli uomini, anche di buon livello, hanno una pletora di debolezze, di vanità, di fisime, di opportunismi, che solo gli eroi sanno gettarsi dietro le spalle.

Come tante altre parole, anche “eroe” ha bisogno di una definizione. Non intendo, con essa, riferirmi a un comportamento eccezionale dettato da un attimo di esaltazione, di suggestione e di sacro furore, che può portare fino a “gettare la vita oltre l’ostacolo”. Intendo definire quel fatto esistenziale e permanente, detto “concezione eroica della vita”, che accompagna il soggetto in tutte le sue azioni e pensieri, anche apparentemente più tranquilli. Eroe, è quindi chi riesce a spezzare i vincoli condizionanti che lo legano, ora ad ora, alla grigia materialità del quotidiano, per seguire ad ogni costo la suprema armonia del cosmo, il sentiero della super-vita e della partecipazione al Grande Spirito. L’eroe è quindi portato a fare il proprio dovere, senza bisogno di alcuna costrizione, ed ha nella propria coscienza un giudice ben più acuto e inesorabile che un pubblico impiegato seduto dietro a un bancone. Libero, non è chi non ha padrone, ma chi è padrone di se stesso, e quindi l’eroe è il solo tipo umano veramente libero.

Non è che l’eroe non si allacci anche lui le scarpe, non paghi il telefono, non incassi lo stipendio o non partecipi magari a una compravendita. Solo che, per lui, quelle sono incombenze necessarie ma accessorie, secondarie: non sono “la realtà della vita”, come per l’uomo qualunque. Servono a campare, ma vivere per campare gli toglierebbe il respiro.

Per questo, il nostro primo imperativo dev’essere. “tutti eroi !”.

Il mio testamento spirituale potrebbe finire quì, perchè tutto quel che ho fatto, detto e abbondantemente scritto in tanti anni, non è che la conseguenza di quell’impostazione.

Voglio però aggiungervi un paio di consigli, che ritengo possano essere utili per la vostra continuazione della lotta.

Il primo è di adottare un ordinamento (e una formazione) fondato sui doveri e non sui diritti.

Sul piano meramente logico, sembrerebbe la stassa cosa. Se Tizio ha un diritto, ci dev’essere un Caio che ha il corrispondente dovere verso di lui. Se quindi io dico. “Tizio ha diritto di avere X da Caio”, è sinonimo del dire ” Caio ha il dovere di dare X a Tizio”. Che differenza c’è ?

C’è, la differenza. E sta nel fatto che, mentre il proprio dovere si può FARE, il proprio diritto si può soltanto RECLAMARE. Ne consegue che, se tutti fanno il loro dovere, e tale è la maggior cura dello Stato, automaticamente anche tutti i diritti vengono soddisfatti, mentre, se si proclamano diritti a piene mani, e tutti li reclamano, si fanno solo cortei con cartelli e una gran confusione e intralcio al traffico (protetto da stuoli di vigili urbani), ma il popolo resta a bocca asciutta, eccettuati i sindacalisti.

La seconda esortazione ha carattere operativo. Un uomo solo, un Capo, può impugnare la barra delle massime decisioni, ma deve possedere qualità eccezionali, che ben raramente si riscontrano. In sua mancanza, un gruppo di tre, quattro, cinque persone accuratamente selezionate, possono svolgere la funzione decisionale con sufficiente prontezza e saggezza. Un organo più numeroso, può funzionare solo a patto che vi sia una rigorosa divisione di funzioni e relative competenze, tra cui quella di sintesi, svolta da pochissimi. Ma soprattutto , deve dominare in esso l’assoluta unità di intenti, al difuori di qualsiasi carattere agonistico ( tipo maggioranza e opposizione). In mancanza di tali requisiti, l’organo numeroso è del tutto inutile, anzi gravemente dannoso, perchè vengono a dominare poteri “di fatto” fuori di ogni controllo. Vi dico questo, sia in vista degli organi dello Stato organico che intendiamo istaurare, sia per quanto riguarda agli organi interni di “nostre” formazioni. Per queste ultime, anzi, il pericolo delle vaste “collegialità” (vedasi il pessimo esempio del MSI-DN) è ancor più grave, perchè fattore della degenerazione demagogica e incapacitante delle compagini stesse. Lasciate quindi al belante gregge democratico la ridicola allucinazione di comandare tutti, e coltivate la nobile, virile e feconda virtù dell’obbedienza.

Nessuno nega che il temperamento ambizioso sia uno stimolo per l’azione, ma ognuno stia in guardia: al minimo accenno che esso tenda a prevaricare in lui sulla dedizione alla Causa, sappia mortificarlo con orrore. La vittoria nella “grande guerra santa” è quella.

Se potrò costatare l’accoglienza da parte vostra di queste mie esortazioni, saprò di non aver vissuto inutilmente.

Ed ora, non avendo più la forza di stare al remo, torno a darmi da fare al timone.

Enos, Lases, iuvate !

Rutilio

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