BOLOGNA, UNA BOMBA SULLA VERITÀ

Dopo 30 anni e nonostante le sentenze dei processi, sono ancora ignoti i veri responsabili e gli esecutori della strage alla stazione di Bologna del 2 agosto 1980 che provocò 85 morti e quasi 200 feriti. I giudici hanno stabilito che a mettere la bomba furono Giusva Fioravanti e Francesca Mambro con l’ausilio di Luigi Ciavardini, ma sono sentenze che fanno acqua da tutte le parti alle quali però si attaccano disperatamente i familiari delle vittime e il presidente della loro associazione.

(…) La verità vera è che Fioravanti e Mambro, già condannati a diversi ergastoli per una lunga serie di omicidi, sono stati ricondannati all’ergastolo grazie alla sola testimonianza di Massimo Sparti, un pregiudicato per reati comuni, un personaggio discutibile e inattendibile, morto il 17 febbraio 2002. Il quale sostenne che il 4 agosto a Roma incontrò i due militanti dei NAR che gli chiesero documenti falsi per espatriare e che riferendosi a Bologna dissero con compiacimento: “Hai visto che botto?”. Ammettendo in tal modo di esserne gli autori. Ma lo stesso figlio Stefano, in una intervista al Corriere della Sera del 25 maggio 2007, affermò con decisione che la testimonianza del padre era assolutamente falsa. Non è vero, ha spiegato, per tutti i primi giorni di agosto l’intera famiglia si trovava nella casa di Vetralla a Viterbo. E gli altri parenti hanno confermato.

Ma i giudici non vollero sentire ragioni. Fioravanti e Mambrodovevano” essere colpevoli e tali furono dichiarati. E anche Ciavardini, che aveva sostenuto l’alibi dei due capi dei NAR (“eravamo tutti a Padova”), in conseguenza della proprietà transitiva, (Fioravanti e Mambro erano a Bologna, quindi tu hai mentito su Padova, questo vuol dire che anche tu eri a Bologna), fu giudicato colpevole e condannato a 30 anni.

Alle condanne dei tre ex militanti dei NAR sono seguite quelle per i depistaggi operati dai servizi segreti cosiddetti “deviati”, aggettivo che in realtà è una contraddizione in termini perché tutti i servizi sono “deviati” in quanto non si limitano a svolgere il compito istituzionale che è quello di garantire la sicurezza dello Stato. In realtà, la vera “deviazione” fatta non è stata quella di cercare di nascondere la colpevolezza dei tre incolpevoli condannati, quanto semmai quella di occultare la responsabilità nella strage dei servizi segreti dei Paesi alleati o amici. Questo infatti è stato il grande dramma dell’Italia degli anni di piombo. Quello di essere un Paese a “sovranità limitata” i cui governanti si sono trovati obbligati a tacere quando un Paese “amico” o “alleato” operava una ritorsione contro di noi perché avevamo mostrato un eccessivo spirito di iniziativa nell’area del Mediterraneo. O quando si verificavano “incidenti” non previsti. Vedi l’aereo dell’Itavia abbattuto a Ustica da velivoli militari francesi che volevano colpire il jet libico che riportava Gheddafi a Tripoli.

Del resto il primo tentativo di deviazione, operato a fine agosto 1980 dai servizi segreti, in relazione alla strage di Bologna, fu quello architettato grazie ad una testimonianza inattendibile sempre di un pregiudicato detenuto, per incastrare un noto militante romano di destra, Chicco Furlotti, del tutto estraneo alla vicenda ma “scelto” per il fatto di essere un cane sciolto e come tale adatto allo scopo che le barbe finte si prefiggevano. Adesso, venuti meno gli equilibri internazionali dell’epoca, molte verità di comodo vengono messe in discussione e personaggi di un certo rilievo che hanno ricoperto in Italia cariche istituzionali di peso, vedi ad esempio Francesco Cossiga, rompono il velo di omertà su molte vicende del passato e offrono non tanto la loro interpretazione dei fatti ma la loro verità di testimoni diretti che purtroppo, nel caso specifico di Bologna, finisce per essere una mezza verità.

Cossiga da anni insiste infatti a sostenere l’estraneità di Fioravanti e Mambro per la strage del 2 agosto che lui inserisce nella più ampia vicenda della storia del terrorismo italiano. Una vicenda, ha sostenuto, sulla quale bisogna scrivere la parola fine con una amnistia generale che tenga conto del fatto che negli anni settanta ed ottanta in Italia siamo vissuti all’interno di una situazione di guerra civile permanente. Ma adesso quella fase deve essere considerata superata e ci vuole una amnistia del tipo di quella varata da Togliatti nel 1946 per i fascisti e i partigiani responsabili di delitti. Per quanto riguarda Bologna, per allontanare qualsiasi responsabilità di centrali di tipo “atlantico”, Cossiga ha finito per attribuirne la responsabilità inconsapevole a militanti (da lui definiti “amici”)  del Fronte popolare per la liberazione della Palestina (guidato da George Habbash) che, grazie a quanto stabilito dal Lodo Moro, stavano liberamente trasportando un carico di esplosivo attraverso l’Italia per utilizzarlo in un altro Paese europeo, quando questo gli è scoppiato in mano. Ma la ricostruzione di Cossiga, che peraltro la magistratura italiana non ha preso nella minima considerazione, appare ben poco convincente perché, come minimo, è alquanto improbabile che delle persone se ne vadano in giro con dell’esplosivo i cui detonatori sono già stati innescati. Più logico invece andare a cercare le ragioni dell’attentato nella politica estera che il nostro governo stava portando avanti nell’area del Mediterraneo.

Nello specifico, l’attentato di Bologna deve essere interpretato come una ritorsione “atlantica” in quanto il governo italiano il mese prima aveva aiutato Gheddafi a vanificare un tentativo di colpo di Stato appoggiato dagli Usa, dall’Egitto e da Israele. Significativo è che una informativa dell’allora Sismi abbia posticipato al 6 agosto il tentativo di golpe per non innescare interrogativi spiacevoli sull’esistenza di relazioni tra i due fatti. Del resto anche la caduta, o meglio l’abbattimento sulla Sila del Mig libico che scortava l’aereo di Gheddafi, il giorno di Ustica, venne posticipato di ben tre settimane. Il tutto per nascondere la natura dell’Italia come colonia “atlantica” e Paese a “sovranità limitata”.

da Filippi Ghira, RINASCITA

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