Pier Luigi Bersani (Pd), un altro rinnegato in ombra

All’appello mancava solo lui: Pier Luigi Bersani. Al pari del rinnegato Fini, e di tutti gli altri israeliani del BelPaese, anche il segretario del PD, ha pensato bene di andare in pellegrinaggio in Israele e accreditarsi presso i boia sionisti. A lui, non a caso, l’onore di portare, il 10 luglio scorso, il sostegno di tutto il suo partito a testimonianza della “visita impegnativa” in Israele, dove è stato ricevuto dalle massime autorità dello stato ebraico: il presidente e premio Nobel per la fintapace Shimon Peres e il primo ministro boia Benyamin Netanyahu, segno tangibile dell’importanza che la leadership sionista dà al maggior partito di opposizione in Italia e al suo leader. Un incontro degno di un capo del governo, come hanno tenuto a precisare la diplomazia sionista al quotidiano liberal l’Unità, che non ha mancato di risaltare sulle sue pagine l’incontro (leggi articolo in basso). Nel discorso sul conflitto tra palestinesi e israeliani, la risposta altrettanto comoda di Bersani: «L’Italia come ogni Paese deve stare dalla parte della soluzione, con equilibrio nel dialogo tra le parti». Bersani, con la compiacenza dei boia sionisti, ha rilanciato il mantra della diplomazia internazionale di “due popoli, due stati“, evitando accuratamente di criticare i due criminali sionisti per tutte le nefandezze compiute dal loro governo contro la popolazione palestinese. Qualcuno del suo partito, dovrebbe però spiegare all’ex comunista Bersani che la soluzione “due popoli due stati” oggi non è una soluzione. Non lo è perchè non è praticabile, perchè non porta alla giustizia, e perchè non porta alla pace. Non è praticabile perchè, guardando a quello che dovrebbe essere ora lo Stato di Palestina, più che uno stato sembra una gruviera costellata di colonie sioniste, non tale da giustificare un abominevole quanto gratuito genocidio.

L’articolo pubbicato su l’Unità:

Bersani in Israele: senza la pace rischiano le primavere arabe
di U. D. G, 11 luglio 2011

La memoria di un passato che non può cadere nell’oblìo. E un presente vissuto «in trincea», tra inquietudini e speranze. Ragione e sentimenti s’intrecciano indissolubilmente nella prima tappa – Israele – del viaggio in Medio Oriente di Pier Luigi Bersani. La memoria di una immane tragedia collettiva è custodita allo Yad Vashem, il Museo della Shoah che si erge sul monte Herzl, nel cuore della Gerusalemme ebraica. È il primo momento di contatto del leader del Pd con Israele e le sue mai sopite paure. Ciò che prova, Bersani lo scrive all’uscita della parte dello Yad Vashem dedicata ai bambini ebrei, centinaia di migliaia, sterminati nei lager nazisti. «I democratici italiani si inchinano alle vittime innocenti dell’abominio e promettono di coltivarne la memoria», lascia scritto nel libro dei visitatori. Poi a premere è la politica.

VISITA IMPEGNATIVA

Il segretario del Pd è ricevuto dalle massime autorità dello Stato ebraico: il presidente della Repubblica Shimon Peres e il primo ministro Benyamin Netanyahu, segno tangibile dell’importanza che la leadership israeliana dà al maggior partito dell’opposizione in Italia e al suo leader. «Un trattamento da capo di governo» dice a l’Unità una fonte diplomatica di lungo corso in Israele. La conferma viene dalla durata – oltre 45 minuti, molto di più di quanto previsto dal cerimoniale – dell’incontro che il leader dei democratici ha con Netanyahu, e dalla vastità degli argomenti trattati sia nel colloquio con il premier che in quello, estremamente cordiale, con Shimon Peres. Fare qualcosa subito, perché il tempo non lavora per la pace. È la consapevolezza che ritorna nelle considerazioni del leader del Pd: Il rischio è l’immobilismo: «Se non si fa un passo avanti – avverte il leader democratico – si rischia di farne molti indietro». Per impedire che la primavera mediorientale si trasformi in inverno, il Pd, garantisce Bersani, «solleciterà insieme alle forze progressiste europee un’azione più vigorosa dell’Europa» per un nuovo impulso ai colloqui di pace. E l’Italia deve mettersi a disposizione per favorire questo obiettivo. Essere parte della soluzione e non del problema. Questo, insiste Bersani, dovrebbe essere il ruolo giocato sullo scacchiere mediorientale dal nostro Paese. Così, purtroppo, non è stato con il governo Berlusconi. «Le diplomazie personali possono gratificare un giorno ma non aiutano le soluzioni», rimarca in proposito il leader del Pd. «L’Italia – aggiunge – come ogni Paese deve stare dalla parte della soluzione, con equilibrio nel dialogo tra le parti». Essere dalla parte della soluzione, ad esempio, è aver avuto un ruolo trainante nella determinazione della missione Unifil in Sud Libano, cosa di cui Shimon Peres, nell’incontro con Bersani ha dato atto all’Italia, allora guidata da un governo di centrosinistra.

IL MESSAGGIO

Al leader del Pd, l’ottuagenario capo dello Stato israeliano ribadisce che occorre «non scambiare la costruzione di due Stati, per cui continuo a battermi, con l’approvazione di una dichiarazione», implicito riferimento alla prossima Assemblea generale delle Nazioni Unite. “Shimon il sognatore” afferma poi che «il nostro contributo per il cambiare in meglio il volto del Medio Oriente è fare la pace con i palestinesi».

Una pace, rimarca a sua volta Bersani, fondata su quel principio “due popoli, due Stati”, che garantisca a Israele la sicurezza e ai palestinesi una patria, con la consapevolezza, ammette il segretario del Pd, che nella complessa vicenda israelo-palestinese «c’è un problema di territori, di sicurezza ma anche di prospettive di garanzia di forme di identità nazionale che siano compatibili con il sistema dei due Stati».

Di pace parla anche Benjamin Netanyahu, che a Bersani ripete di essere pronto a «dolorosi sacrifici» pur di raggiungerla, ma che la chiave l’ha in mano Abu Mazen: «Se affermasse pubblicamente, davanti al suo popolo: riconosciamo lo Stato nazionale ebraico – dice Netanyahu a Bersani – un secondo dopo dichiarerei davanti alla nazione: accetto lo Stato palestinese. Il resto verrebbe di conseguenza».

Dopo l’incontro di oggi a Ramallah con il presidente dell’Anp Mahmud Abbas (Abu Mazen), e il primo ministro Salam Fayyad, Bersani farà tappa in altri due Paesi chiave nella regione: Egitto e Libano, dove l’attendono altri incontri con i protagonisti di quella “Primavera araba” di cui l’Europa, dice il leader del Pd, deve essere sempre più convinta sostenitrice.

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7 commenti

  1. ma siamo sicuri che fosse il vero Bersani o non si fosse fatto sostituire
    dal comico genovese Crozza?
    In veritò vi dico che i due personaggi sono interscambiabili anche nelle panzane che raccontano.Se dopo Berlusconi,che ha fatto riderci alle spalle,a fare il boss presidente arrivasse Bersani gli italiani bianchi sarebbero additati dai nuovi italiani di Fini come scemi,

  2. […] tutti i gruppi di maggioranza, compresi i buffoni della Lega Nord, e la finta opposizione del filosionista Bersani (PD). Gli unici a vorare contro: l’Italia dei Valori di Antonio Di Pietro. Poco importa a […]

  3. […] anche dagli altri cialtroni che si spacciano per politici: il segretario del partito nato morto Pd, Pier Luigi Bersani, l’omosessuale dal 1978 di Sel, Nichi Vendola, e quello del catto-radicale dell’Api […]

  4. […] di centrodestra, con l’avallo delle pseudo opposizioni di centrosinistra – Bersani (Pd): «Bene, risponde a requisiti di autorevolezza e autonomia» – ha portato a termine […]

  5. […] elezioni primarie del 2009, Letta sostenne la mozione vincente dell’arrampicatore sociale Pier Luigi Bersani, e il 7 novembre viene eletto vicesegretario nazionale del Partito Democratico. Oggi in Aula il neo […]

  6. […] Alle elezioni primarie del 2009, Letta sostenne la mozione vincente dell’arrampicatore sociale Pier Luigi Bersani, e il 7 novembre viene eletto vicesegretario nazionale del Partito Democratico. Oggi in Aula il neo […]


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