Don Luigi Maria Verzè Connection

Lunedì 18 luglio scorso, si è ucciso Mario Cal, 72 anni, il vice, anzi l’alter ego di don Luigi Verzè, 91 anni, il fondatore del San Raffaele di Milano, dopo aver trascorso 34 anni all’interno dell’ospedale, di cui 20 anni da vicepresidente. Il braccio destro del prete manager si è sparato nel suo ufficio, uscendo di scena nel momento più critico della Fondazione, già oberata di debiti per quasi 1 miliardo di euro. Ne avevamo già scritto qualche rigo. Il 30 giugno era stato sentito dal pm Luigi Orsi a proposito della voragine di debiti accumulata dall’ospedale. Venerdì scorso, dopo l’ufficializzazione del nuovo CdA del San Raffaele voluto dal Vaticano, il suicida Cal e tutti i fedelissimi del sacerdote manager erano stati estromessi dalle cariche gestionali della struttura. Non c’è giallo, dicono. È fin troppo evidente il movente del suicidio: il tramonto della carriera di manager e il rischio fallimento della «sua» creatura che, preso dal panico, ne hanno firmato la condanna a morte. Il numero due dell’arzillo don Verzè, 17 anni fa fu arrestato per una storia di mazzette (novembre 1994) e trascorse 24 ore a San Vittore sospettato di essere coinvolto in un giro di tangenti (ex pm Antonio Di Pietro). Dodici giorni l’arresto, arrivò anche l’avviso di garanzia per il presidente del Consiglio di quel governo: forse iniziò così la sfida diretta della procura di Milano al capobanda Silvio Berlusconi. La vicenda giudiziaria che interessò Cal passò in secondo piano: cosa volete che fossero 30 milioni di vecchie lire. Una tangente minima, innocente, nulla più. Un gentile omaggio, versato nell’estate 1993, agli ispettori dell’Ufficio imposte di Milano. Il Fisco per intenderci. Tutte le imputazioni finirono in prescrizione. Però si era aperto uno spiraglio nella gestione dell’impero delle cliniche. La Procura della Repubblica di Milano che recentemente aveva sentito Cal come testimone, non aveva in corso alcun tipo di iniziativa giudiziaria nei suoi confronti, ma la situazione dei bilanci è diventata così grave da avere spinto – stando alle dichiarazioni del suo avvocato Rosario Minniti – Mario Cal al suicidio. Lasciando, ironicamente, un altro buco.

Il servitore obbediente, un consigliere premuroso e spesso regista di tante operazioni finanziarie rischiose. Ricordiamo la vendita dell’ospedale romano all’imprenditore Antonio Angelucci per 270 miliardi: una vendita perchè pressati dai debiti e dalla consapevolezza che la lobby della sanità capitolina non avrebbe mai consentito lo sbarco del San Raffaele sul Tevere. Nel luglio 1998, Cesare Geronzi avverte il sacerdote manager che Rosy Bindi vuole cacciarlo da Roma: «Non è solo la Bindi a volerla distruggere, anche al di là del Tevere premono». Poi lo rassicura: «Li ho dissuasi dall’insistere nell’insidiarvi e ho detto che chi tocca il San Raffaele, tocca gli interessi della Banca di Roma». Ma le pressioni diventano sempre più forti. A settembre, dal ministero della Sanità, Rosy Bindi, fa sapere a don Verzè, senza mezzi termini, che nella Capitale non aprirà mai: «Lei deve andare via da Roma». «So bene che è la più bella struttura del Paese, ma Lei lo deve vendere a me, al mio Ministero». La Regione Lazio è guidata da Piero Badaloni (Ppi) che non firma le convenzioni per l’ospedale costato 400 miliardi per la realizzazione, per i macchinari e per il personale. Sono i cattocomunisti, i nemici più agguerriti del San Raffaele.

Sulle sorti della struttura ospedaliera scende una cappa di pessimismo. Dopo quel gelido colloquio fra la ministra Bindi e don Verzè anche i rappresentanti degli istituti di credito che lo finanziano cominciano a fare strani discorsi. I consigli ricevuti sono quelli di vendere. Don Verzè minaccia di vendere tutto agli ebrei, pagano bene, e stanno acquistando terreni sul monte Uliveto pagandoli anche 5 volte il loro valore pur di cacciare palestinesi e cristiani. L’8 ottobre cade il governo per un voto. Ma Rosy Bindi viene confermata al ministero dal nuovo premier Massimo D’Alema. Lo Stato intanto prepara una perizia, ma invece di affidarsi all’Ufficio tecnico erariale si rivolge a un privato adducendo motivi d’urgenza. Hanno lasciato languire la struttura per 2 anni e adesso hanno fretta, forse perché sono in arrivo le elezioni regionali alle quali si ripresenta Piero Badaloni che però verrà battuto da Francesco Storace di Alleanza nazionale. La valutazione di questa perizia è 201 miliardi. Alla notizia don Verzè sobbalza sulla poltrona: ne ha spesi 400. Anche secondo i suoi esperti – l’inglese Ricbard Ellis e la società American Appraisalil San Raffaele di Roma vale molto di più, 340 miliardi per gli inglesi, 330 per gli americani. Ma la risposta della Bindi è lapidaria: 201 miliardi o niente. E le pressioni delle banche si fanno via via più insistenti.

Don Verzè firma un preaccordo per quella cifra, poiché l’unica alternativa sarebbe far licenziare 150 persone. E viene convocato il consiglio d’amministrazione del San Raffaele. Mentre si attende l’ultimo atto, il telefono di don Verzè squilla e dall’altro capo del filo c’è Antonio Angelucci, un nome importante della sanità romana. La sua proposta è schietta: «Abbiamo saputo che la sua struttura di Roma è in vendita. Siamo interessati e vorremmo farle un’offerta: 270 miliardi compresi case e terreni sull’Appia Antica, Le vanno bene?».

270 miliardi anziché i 201 miliardi di Rosy Bindi. Perché rinunciare a 69 miliardi? A questo punto anche il CdA del San Raffaele è d’accordo: tra le due offerte viene ovviamente scelta quella di Angelucci. Il ministero della Sanità, venuto in possesso di una lettera di intenti, firmata non da don Verzè ma da un consigliere, denuncia il San Raffaele per comportamento contrattuale scorretto minacciando causa e chiedendo il sequestro giudiziale dell’ospedale. Di fronte all’ipotesi di 5 o 6 anni d’attesa prima di una sentenza, il CdA del San Raffaele accettò un accordo extragiudiziale pagando un indennizzo di 7 miliardi al ministero, vendendo agli Angelucci. Dopo 6 mesi gli Angelucci rivendono il San Raffaele per 320 miliardi allo stesso ministero della Sanità che lo aveva valutato 201. Poco prima delle elezioni regionali, Rosy Bindi e Piero Badaloni annunciano alla stampa: «Finalmente si apre al pubblico una struttura sanitaria che era bloccata da tempo». Vero, ma bloccata da loro.

Quel consigliere che firmò la lettera pervenuta “chi sa come” al dicastero della Bindi era appunto Mario Cal, che prima di spararsi un colpo in testa ha lasciato un’altra lettera di cui si ignora il contenuto. Anche don Verzè, se ricordiamo bene, in un’intervista rilasciata nel luglio 2010 al quotidiano La Stampa, disse di essere stato consigliato da “qualcuno” al suicidio (leggetela attentamente).

Uscito lui di scena, sul cupolone del San Raffaele milanese rimangono i debiti. Un abisso. Ora leggiamo sui media italioti, perchè la domanda è schiava dell’offerta, con grande effetto scenico affinchè la sceneggiata sia completa, che  il braccio destro del sacerdote manager non c’è più perchè la situazione dei bilanci della Fondazione che è diventata così grave lo ha spinto al gesto estremo. Diciamolo francamente: molti di coloro che oggi piangono sono stati “complementari” al malaffare in quanto conniventi, al più: indifferenti. E magari al lettore impressionato diranno: Ma come? Non lo sai? Si è suicidato…

AGGIORNAMENTO del 21 luglio 2011:

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3 commenti

  1. […] di euro anche sulla base di perizie che avevano rivalutato alcuni attivi. Qualcosa non torna osservando gli ultimi numeri di bilancio comunicati dal San Raffaele, la cassa Vaticana. Don Verzè confida nella Provvidenza, e le vie del […]

  2. […] bancarotta fraudolenta cui è sospettato anche grazie ai documenti trovati nell’ufficio del suicida braccio destro Mario Cal, con l’iscrizione al registro degli indagati della vecchia dirigenza […]

  3. […] di bancarotta fraudolenta cui è sospettato anche grazie ai documenti trovati nell’ufficio del suicida braccio destro Mario Cal, con l’iscrizione al registro degli indagati della vecchia dirigenza […]


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