San Raffaele, Mario Cal lascia un altro buco

Mario Cal, 71 anni, da oltre trenta anni amico e braccio destro del presidente del San Raffaele, don Luigi Maria Verzè, si è sparato nel suo studio nello stesso ospedale ed è morto dopo il ricovero d’urgenza nel reparto di rianimazione. Era il vero e proprio regista delle finanze della Fondazione Monte Tabor, che oggi rischia di fallire a causa del maxi-debito da quasi 1 miliardo di euro del gruppo ospedaliero. Secondo alcuni osservatori, ciò che avrebbe portato il vicepresidente del San Raffaele a togliersi la vita sarebbe stato proprio lo spettro del crack: «Potrebbe non aver retto il peso delle responsabilità che stavano emergendo», hanno commentato. Chi lo ha frequentato lo descrive come «Un grande mediatore, anche a livello dei consigli di amministrazione; riusciva a portare a casa il massimo dalle situazioni complesse, a volte addirittura l’insperato». Nel 1994, Mario Cal venne travolto dagli scandali di Tangentopoli: fa un giorno e una notte di galera insieme all’allora direttore amministrativo del San Raffaele Vincenzo Mariscotti, «Ma poi di quella vicenda non si è più saputo niente», ha commentato chi lo conosceva. Perchè – aggiungiamo noi? Tutte le imputazioni finirono in prescrizione. Quando iniziò il calvario al San Raffaele, e le manovre per avviare un piano di salvataggio, Cal sentiva addosso «Una responsabilità che certamente aveva, ma che era anche certamente condivisa. Questo ha pesato non poco sul suo gesto estremo di oggi, così come l’idea che l’opera che lui ha costruito insieme a don Verzè sarebbe stata portata avanti da altri». Una persona che lo conosceva bene ha detto che «Il suo suicidio era forse l’ultimo modo per proteggere don Verzè, qualora dovesse succedere qualcosa dal punto di vista legale e amministrativo». Quello che rimane, comunque, è un altro buco: «Ti lasciava sempre con un sorriso, un ci vediamo. Ci mancherà terribilmente». Accasciati e commossi.

Nei giorni scorsi il braccio destro di don Luigi Maria Verzè era stato ascoltato alla procura di Milano come testimone dal pm Luigi Orsi, in relazione al buco da quasi 1 miliardo di euro nei conti del gruppo ospedaliero. Arrivato al San Raffaele, in via Olgettina 60, alle 9, si è chiuso nell’ufficio, e poco dopo le 10 si è sparato alla testa con una calibro 38. Ad avvisare i soccorritori è stata la sua segretaria che è entrata subito nella stanza trovandolo a terra in una pozza di sangue. L’arma è regolarmente denunciata perché l’ex vicepresidente del San Raffaele temeva aggressioni.

Qualcuno però avrebbe rimosso la pistola mettendola in un sacchetto. Perciò il pm titolare del caso, Maurizio Ascione, (che come pro-forma per consentire gli accertamenti sul caso e disporre l’autopsia ha aperto un’inchiesta per istigazione al suicidio a carico di ignoti) ha disposto accertamenti, anche per identificare chi ha spostato la pistola da dove era stata fatta cadere. L’ipotesi è che l’arma sia stata rimossa da un addetto alla sicurezza. Non si trova comunque l’ogiva del proiettile che lo ha ucciso. Dopo ore di rilievi è stato notato un foro nel soffitto.

Solo 36 minuti dopo il suo ricovero al pronto soccorso per Mario Cal non c’è stato nulla da fare ed è stato decretato il decesso e nel pomeriggio è stato trasferito per l’autopsia all’istituto di Medicina Legale. Il vicepresidente del San Raffaele, Mario Cal, non era indagato, viene ribadito sia in Procura, sia dal suo legale Rosario Minniti: «Era molto preoccupato per la situazione economica del San Raffaele, perchè non c’era più la liquidità per pagare i fornitori. Per me è un grande dolore perchè Mario Cal era un amico che ho sorretto nei momenti difficili, ma questa volta non ce l’ho fatta».

«La difficoltà del momento era per lui un pensiero costante, secondo me è stato per lui il crollo di un sogno, venerdì stavamo insieme ed era tranquillo, sono molto stupito, non credevo potesse succedere una cosa del genere – continua Minniti – I debiti si sono formati per gli investimenti per costruire ospedali e portare la sanità dove c’era bisogno, non c’è stata mala gestione ma piuttosto un’ottica non imprenditoriale. Era convinto di aver speso la vita per costruire ospedali, aveva parlato di voglia di superare il momento. Cal non ha nessun procedimento in corso, il patrimonio del San Raffaele vale tre volte i debiti che ha, la procura non c’entra con il suicidio, lui è stato ascoltato in un’inchiesta di tipo amministrativo e non penale».

Il pm aveva aperto un fascicolo senza indagati e senza ipotesi di reato.

Il 15 luglio scorso, in una lunga riunione del CdA della Fondazione Centro San Raffaele del Monte Tabor, don Luigi Maria Verzè, fondatore del gruppo, aveva fatto un passo indietro delegando al vicepresidente Giuseppe Profiti e al consiglio stesso tutti i poteri. Il piano di risanamento prevedeva un aumento di capitale da 200-250 milioni di euro necessario a ripianare le perdite (nel 2010 quelle dichiarate ammontavano a 60 milioni di euro).

Secondo una ricostruzione i debiti commerciali del San Raffaele sono di circa 600 milioni di euro, mentre è in essere un maxiprestito da 165 milioni di euro della BEI (Banca Europea Investimenti) del 2007 per la ricerca e la didattica che in realtà è stato in parte già impiegato (circa 99 milioni di euro) per chiudere finanziamenti preesistenti. Dal un’analisi dei conti emergerebbero ratei passivi sottostimati per 33 milioni di euro, svalutazioni record di 54,9 milioni di euro al 31 dicembre 2010.

Per la fine di questo mese è convocato il CdA, dopo l’insediamento dei rappresentanti del Vaticano e l’assunzione dei pieni poteri da parte di Giuseppe Profiti, presidente dell’ospedale Bambin Gesù di Roma e uomo di fiducia del cardinale Tarcisio Bertone. Nella riunione si dovrebbe decidere il coinvolgimento del “risanatore” Enrico Bondi, ex ad di Parmalat. Il nuovo consiglio «ha infatti necessità di poter operare una ricognizione degli effettivi dati aziendali e contabili della Fondazione e la valutazione di un Piano di Risanamento nell’interesse del grande progetto San Raffaele voluto dal fondatore don Verzè».

Gli affari sono sempre affari, è lecito però porsi dei quesiti da cittadino e contribuente sulla sua gestione finanziaria e sulla responsabilità etica e morale dei progetti di un’impresa che assolve alla sua funzione sociale, una formula con cui s’intende che il compito essenziale di un’attivià d’impresa non starebbe tanto nel fare profitti a vantaggio degli azionisti, ma invece nel dare un contributo al miglioramento della società nel suo complesso, o no?

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3 commenti

  1. […] fedelissimi del sacerdote manager erano stati estromessi dalle cariche gestionali della struttura. Non c’è giallo, dicono. È fin troppo evidente il movente del suicidio: il tramonto della carriera di manager e il […]

  2. […] il suicidio di Mario Cal, amico e braccio destro di don Verzè, si squarcia il velo del silenzio: dietro al mistero di un […]

  3. […] il controllo. Dopo il “suicidio” (un colpo di pistola in testa) del suo braccio destro Mario Cal, il vero regista delle finanze della Fondazione Monte Tabor, se ne va anche il prete manager […]


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