Democrazia virtuale e dittatura finanziaria reale

Il 4 luglio, l’agenzia privata statunitense di rating Standard & Poor’s ha definito la Grecia come un paese di fatto in bancarotta finanziaria. La situazione italiana era stata declassata il mese precedente da stabile a negativa, mentre nel giro di un paio di settimane le stesse agenzie di rating private, made in USA, hanno iniziato a colpire le singole banche e vari enti locali, fornendo così un segnale preciso in merito alla opportunità di colpire lo Stivale attraverso manovre speculative. Ma chi conduce questi assalti, capaci di mettere in brevissimo tempo un paese in ginocchio? A livello mondiale, il potere finanziario e bancario si concentra nelle mani di pochissime persone, in grado di schiacciare intere nazioni. Si pensi, giusto per esemplificare, alla figura di George Soros: egli attaccò la lira nel 1992 inducendola ad uscire dall Sme e incassando in pochi giorni 400 miliardi di vecchie lire. Nello stesso periodo rivolse un attacco simile all’Inghilterra, costringendo la sterlina alla stessa sorte della lira, facendogli incamerare in un solo giorno qualcosa come un 1,1 miiardi di dollari e guadagnandoci la definizione di “uomo che distrusse la Banca d’Inghilterra”. 

Soros, con il suo fondo di investimento Quantum Fund, compartecipato ad esempio da un’altra potentissima casata mondiale come quella dei Rothschild, è uno dei più abili operatori sui mercati speculativi dei derivati, ovvero di quegli strumenti contrattati globalmente per una media di 1000 miliardi di dollari al giorno. La tecnica impiegata è tale da consentirgli di operare su cifre enormi, impegnando una piccolissima parte della quota nominale.

Figlio di ebrei ungheresi, George Soros effettuò le prime operazioni sulla valuta in occasione della super inflazione ungherese del 1945-46. Presidente del Soros Fund Management e dell’Open Society Institute, ex membro del Consiglio di Amministrazione del Council on Foreign Relations (CFR), finanziatore dello Human Rights Watch. Finanziò e organizzò la rivoluzione delle rose in Georgia, a suo tempo elargì grosse somme agli avversari di George Bush e appoggiò Obama alle ultime presidenziali. Amico di Gorbachov, ha supportato movimenti rivoluzionari in Serbia, Ucraina, Bielorussia, Kirghizistan, mentre avrebbe sostenuto diverse rivoluzioni colorate: da quella bianca in Venezuela, a quella verde in Iran, sino a quella viola in Italia.

George Soros, nonostante l’attacco alla lira, ottenne – grazie all’intercessione di Prodi  – una singolare laurea honoris causa in Economia presso l’Università di Bologna, mentre l’Indonesia lo condannò all’ergastolo in via definitiva per il reato di speculazione sulla moneta locale. Secondo alcuni siti web, Soros avrebbe anche finanziato, insieme alle strutture governative USA, la formazione di gruppi rivoltosi nel nord Africa.

In effetti, è molta la documentazione disponibile in rete relativamente al coivolgimento nelle rivolte nord-africane del suo Open Society Institute, insieme all’USAID, al National Endowment for Democracy (NED), al National Democratic Institute for International Affairs, alla Freedom House e all’Albert Einstein Institute. Tutte queste organizzazioni sono finanziate dagli USA e da alcuni privati, come appunto Soros oppure Gene Sharp.

A proposito di quest’ultimo, Eric Herschtal scrisse su “The Jewish Week” (leggi l’articolo in basso, ndr) il 15 febbraio scorso che il manuale “Dalla dittatura alla democrazia” di Gene Sharp “sarebbe stato l’impronta ebrea sulla gloriosa rivoluzione egiziana”, aggiungendo che anche se Sharp non è ebreo, è pur sempre figlio di un ministro protestante sionista, e che l’Albert Einstein Institute di Sharp, è stato fondato anche da Peter Ackerman, banchiere e direttore del CFR, “che è ebreo”. Eric Herschtal ha inoltre attribuito valore all’aiuto fornito da Gene Sharp alle rivoluzioni colorate dall’Ucraina alla Birmania, dall’Iran all’Egitto. Di fatto, a livello globale, Gene Sharp è stato assunto ad esempio da imitare dall’intero movimento non-violento, mentre dietro l’ispirazione ghandiana, si tratta di una persona che ha aiutato la CIA e la NATO a realizzare (o a tentare di attuare) colpi di stato in vari paesi negli ultimi 15 anni, attraverso la traduzione del suo manuale in 20 lingue e la relativa divulgazione dei contenuti via Facebook e Twitter.

La potenza dei social network è risultata infatti dirompente in varie occasioni. La stessa Hilary Clinton ha affermato, casualmente in concomitanza con le dichiarazioni di Herschtal,  che “internet è diventato lo spazio pubblico del XXI secolo” e che “le manifestazioni in Egitto e in Iran, alimentate da Facebook, Twitter e Youtube, dimostrano la potenza delle tecnologie di connessione come acceleratori del cambiamento politico, sociale ed economico”.

In Italia, è recentemente apparso un articolo su La Repubblica, guarda caso di proprietà sionista, un articolo così intitolato: “Nasce internet-ombra per i dissidenti. Il piano di Obama contro i dittatori”, (leggi l’articolo in basso, ndr). Dove si legge che si tratta di “una banale valigetta, con dentro computer, portatili e telefonini, capace di by-passare i server Internet, attivare reti di comunicazione parallele che resistono ad ogni blackout di regime e censura di Stato. È un progetto che nasce con l’avallo autorevole di Barack Obama. L’hanno chiamata “Operazione Internet Invisibile”, o anche “la Rete-ombra“. Il primo obiettivo è il sostegno agli oppositori dei regimi in Iran, Siria e Libia”.

A breve distanza di tempo, è un’inchiesta di Rainews dedicata alla democrazia diretta ad accennare al kit, indicando come fonte il New York Times, che avrebbe presentato la valigetta necessaria a portare la democrazia in posti dove – recita il servizio – “la libertà è ancora semi-sconosciuta”.  Sarebbe quindi possibile, attraverso ripetitori terrestri o collegamenti satellitari, entrare in contatto con gli oppositori di quelli che vengono definiti “regimi” (in quanto non allineati con l’imperialismo USA) e consentire a blogger e ai dissidenti sui social network di comunicare fra di loro, attraverso apparati mobili che non possono essere oscurati. E che sono costati al Dipartimento di Stato USA e al Pentagono oltre 50 milioni di dollari.

Da Soros a Internet ombra, ci si rende conto di come il potere sia concentrato nelle mani di pochissimi, per lo più appartenenti ai centri nevralgici statunitensi o alla lobby sionista.

Con pochissime mosse – sul web, piuttosto che con alcune astuzie  finanziarie speculativeinteri popoli possono essere messi sotto scacco, intere aree (es. Europa) possono essere destabilizzate, intere nazioni possono essere impiccate al cappio della grande finanza mondiale, con l’avvallo dell’opinione pubblica globale che, condizionata dei media, finirà addirittura per incensare le rivolte e i mezzi non violenti.

da Monia Benini, EUROPEAN PHOENIX

The Jewish Influence on Egypt’s Glorious Revolution: A Gene Sharp Reader
15/02/2011

If you are anything like me, you’ve been transfixed by the Egyptian revolution. If you value political freedom, human dignity and non-violent resistance as means to achieve both, than this was an event impossible not to love. We all know the future is uncertain – if a legitimate democracy will takes Mubarak’s place, and if that democracy will mesh with its former allies, America and Israel among them – but the short history of the revolution itself is what both conservatives and liberals alike in the U.S. have been hoping for for years: a democratic revolution with broad popular support.

But here’s what you may have missed: the Jewish influence on the revolution. In the past couple of days, the name of the non-violent theorist Gene Sharp has continued to pop up. An 81 year old retired professor, Sharp’s writings on non-violence have not only been read by the key leaders of the Egyptian revolution, but by ones who kicked off similar protests in the former Soviet states, Burma, Iran, Venezuela and many other current dictatorships. His short 90 page manual, “From Dictatorships to Democracy”, has shown up in the hands of thousands of protesters, and it includes practical non-violence techniques from how to stage public funeral, to adopting a color as a movement’s theme.

Right now you’re probably thinking that Sharp is Jewish. That’s what I assumed, but he’s not. According to this Wall Street Journal profile from 2008 – when Sharp’s name popped up again, after Ahmadinejad and Hugo Chavez cited him, not in praise – his father was an itinerant Protestant preacher. But the non-violent center he’s been running for almost 30 years, the Albert Einstein Institute, was funded for more than two decades by Peter Ackerman, who was Jewish. A former student of Sharp when he taught at Harvard, Ackerman made millions working with the junk-bond financier Michael Milken. But he remained loyal to his old professor, and when Sharp asked for funding for a non-violent center, Ackerman backed him.

The story doesn’t exactly end well, however. Ackerman, the Journal reports, had a falling out with Sharp over the direction of the institute, where Sharp wanted to keep it small, and Ackerman wanted to expand. In 2004, Ackerman stopped funding it, leaving Sharp with a $150,000 annual budget. But Ackerman went on to fund a newer activist center based in Washington, D.C, called the International Center on Nonviolent Conflict. Since 2002, it’s also helped give advice and raise awareness about non-violent resistance to anti-democratic regimes.

Sharp has other Jewish connections too. I found an interview Sharp gave to The Progressive in 2009, where he cites some of his influences. Of course there are the non-violent titans – Ghandi and Martin Luther King – but there is also the time his spent in Norway in the 1950s. While he was there, he interviewed dozens of locals about what they did under the Nazi-allied regime during the war years. “What did the Norwegians do during the Nazi occupation? How did they successfully resist the Norwegian fascist regime of Vidkun Quisling during the Nazi occupation?” Sharp told The Progessive.

“I interviewed several people on that subject”, he went on, “and I wrote that up and it became a booklet. [The booklet details how Norwegian teachers braved intimidation and incarceration to band together and resist Quisling’s indoctrination program for the schools]. I also interviewed several people on what was done to save the Jews of Norway. And there were other successful anti-Nazi movements, such as German women married to Jewish men, who demonstrated at Rosenstrasse”.

I am sure there are other Jewish ideas that have found there way into Egypt’s marvelous revolution, however circuitously. But I don’t want to overclaim their significance; it is only nice to hear they exist. This event was, after all, by and for Egyptians, and there is nothing wrong with simply praising that.

Nasce internet-ombra per i dissidenti il piano di Obama contro i dittatori
13/06/2011

Washington finanzia un progetto di reti parallele per telefonia e Wifi. Tecnologia contro la censura: è la strategia studiata dopo la rivolta in Egitto. Il primo obiettivo è il sostegno agli oppositori dei regimi in Iran, Siria e Libia

NEW YORK – Sembra un incrocio tra James Bond, la fantascienza di Philip Dick, e WikiLeaks: una banale valigetta, con dentro computer portatili e telefonini, capace di by-passare i server Internet, attivare reti di comunicazione parallele che resistono ad ogni blackout di regime e censura di Stato. È un progetto che nasce con l’avallo autorevole di Barack Obama. L’hanno chiamata “Operazione Internet Invisibile”, o anche “la Rete-ombra”. È dai tempi della guerra fredda che l’America non progettava un’offensiva clandestina così ambiziosa e a vasto raggio. Stavolta però non c’entra la Cia, e al posto di generali golpisti gli alleati stranieri da aiutare sono dissidenti pacifici e disarmati.

Obama e Hillary Clinton tengono fede alla promessa di usare le nuove tecnologie a sostegno dei movimenti antiautoritari: dal mondo arabo ai militanti cinesi per i diritti umani. Ma nessuno immaginava che dietro i proclami ufficiali di Washington si stesse muovendo una miriade di esperti in tecnologie, giovani hacker, in grado di montare già oggi raffinate operazioni anti-censura. Una Santa Alleanza in nome delle rivolte democratiche unisce la Casa Bianca e un esercito di giovani esperti auto-definitosi “movimento delle tecnologie alternative”, fino a ieri più vicino a Julian Assange che al governo di Washington. A rivelarlo è uno scoop del New York Times, risultato di mesi di lavoro, interviste e “soffiate” da alcune gole profonde che collaborano con il Dipartimento di Stato.

La stessa Clinton conferma indirettamente al New York Times queste rivelazioni. “Sempre più numerosi – dice il segretario di Stato – sono coloro che nel mondo intero usano Internet, i cellulari e altre tecnologie per far sentire le loro voci, protestare contro le ingiustizie. È una storica opportunità, un cambiamento positivo, che l’America deve sostenere. Perciò stiamo facendo il possibile per aiutarli a comunicare tra loro, con le loro comunità, e con il mondo intero”.

Centinaia di milioni di dollari sono stanziati per finanziare la versione aggiornata al XXI secolo di quel che erano la Voice of America o Radio Free Europe prima della caduta del Muro di Berlino. Non è una novità che gli Stati Uniti aiutino i dissidenti democratici, in passato avevano messo a disposizione degli attivisti umanitari cinesi dei software che consentono di navigare online dissimulando la propria identità. Ma l'”Internet Invisibile” apre una dimensione nuova. Il progetto è più ambizioso di tutti i precedenti perché punta ad aggirare i server di Stato, l’Internet che usiamo tutti i giorni, che può essere manipolato, controllato, perfino “chiuso” da governi autoritari.

La necessità di costruire delle Reti parallele, clandestine e non individuabili, per gli americani è nata anzitutto nel teatro di guerra afgano. Perfino in un paese arretrato come l’Afghanistan, gran parte della popolazione ormai comunica con i cellulari. Ma le “torri” dei ripetitori usate per la telefonìa mobile sono un bersaglio facile per i talebani, che riescono a sabotarle o a prenderne il controllo. Così è partito il primo progetto di reti mobili alternative, invisibili e difficilmente attaccabili, con un budget di ricerca di 50 milioni dal Pentagono.

La sua applicazione al servizio della “primavera araba” è recente. Washington ha visto Hosni Mubarak entrare in azione con un blackout generale di Internet, negli ultimi giorni della dittatura. Di colpo le armi usate dai giovani di Piazza Tahirir, cioè Facebook e Twitter, rischiavano di essere inutilizzabili. È lì che la Casa Bianca e il Dipartimento di Stato hanno messo assieme quella che il New York Times descrive come “un’improbabile alleanza di diplomatici, ingegneri militari, giovani informatici e dissidenti da una dozzina di paesi diversi” per cooperare al grande progetto.

Tra i protagonisti c’è Sascha Meinrath, direttore della Open Technology Initiative, un’autorità fra i teorici della “liberazione attraverso le tecnologie”. Con lui collaborano lo hacker Thomas Gideon, e un esperto di sicurezza contro i cyber-attacchi, Dan Meredith. La media di età non supera i trent’anni. Si ritrovano in un anonimo palazzo di uffici sulla L Street di Washington, e lavorano alla costruzione di un “mesh network”, o tecnologia “reticolare”, che sfrutta la potenza di gadget diffusi e decentrati per mettere “in rete” comunicazioni che by-passano l’Internet tradizionale.

La valigetta 24 ore con laptop e cellulari che consente di costruirsi un “Internet fatto in casa, portatile”, è una delle creature di questo progetto. Collin Anderson, 26enne ricercatore delle “tecnologie della liberazione” del North Dakota, specialista dell’Iran, ha cominciato ad appassionarsi a questa sfida nel 2009, quando Teheran dimostrò di poter chiudere l’accesso a Internet durante le rivolte popolari contro i brogli elettorali. “Quell’episodio – spiega Anderson – ha dimostrato che non basta padroneggiare Facebook e YouTube, bisogna avere canali alternativi, che circumnavigano gli snodi di comunicazione e saltano direttamente fuori dal paese”.

Un altro progetto finanziato dal Dipartimento di Stato usa la tecnologia Bluetooth per trasmettere immagini – per esempio della repressione poliziesca contro una protesta – saltando direttamente da un telefonino all’altro senza usare le reti telefoniche di Stato, bensì sfruttando un “network civico fidato”, parallelo. La valigetta portatile, con tanto di manuale per l’uso tradotto in decine di lingue per non addetti ai lavori, include microantenne Wifi, chiavette e cd con software per crittare le comunicazioni, cavi Ethernet. Un solo pc basta a governare l’intero sistema. “Sarà una sfida per qualsiasi governo, riuscire a controllare un sistema così”, dice Aaron Kaplan, un esperto austriaco di cyber-sicurezza.

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2 commenti

  1. […] già fatto crollare lira e sterlina una volta, e potrebbe aver guadagnato una fortuna dallo storico declassamento degli Stati Uniti. […]


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