San Raffaele, finiscono i “miracoli” di don Verzè

Si chiude l’era del prete manager don Luigi Maria Verzè al San Raffaele di Milano. Con quasi 1 miliardo di debiti. Il nuovo CdA della Fondazione Monte Tabor «targato» Banca Vaticana ha dato piene deleghe al vicepresidente Giuseppe Profiti, presidente dell’ospedale Bambin Gesù di Roma e uomo di fiducia del cardinale Tarcisio Bertone. Il board della Fondazione che controlla il polo ospedaliero, ha incaricato il chimico Enrico Bondi, 77 anni, in qualità di superconsulente per il risanamento. Nello stesso CdA siedono oggi oltre allo stresso Profiti, il preside della facoltà di Medicina e chirurgia dell’università Vita Salute San Raffaele Massimo Clementi, il giurista Giovanni Maria Flick, il presidente dello IOR (Banca Vaticana), Ettore Gotti Tedeschi, l’imprenditore Vittorio Malacalza, il professore di accounting della Bocconi Maurizio Pini.

«Tutti i poteri di ordinaria e straordinaria amministrazione – come si legge in una nota – sono stati conferiti a Profiti con l’espressa volontà del presidente Luigi Maria Verzè». Il nuovo consiglio «ha infatti necessità di poter operare una ricognizione degli effettivi dati aziendali e contabili della Fondazione e la valutazione di un Piano di Risanamento nell’interesse del grande progetto San Raffaele voluto dal fondatore don Verzè» precisa il comunicato. Enrico Bondi si è guadagnato nel corso di una lunga carriera nei grandi gruppi italiani (è stato amministratore straordinario delle società del Gruppo Parmalat dopo il crack. Ha esperito azioni revocatorie e risarcitorie nei confronti di banche, sia italiane che estere, al fine di ristabilire la par condicio creditorum e di saldare i debiti delle società del Gruppo in amministrazione straordinaria, quantificati in circa 14 miliardi di euro) la patente del «risanatore».

Nel suo curriculum figurano anche il salvataggio in extremis della Montecatini Edison SpA, che nel 1993 si trovava con un indebitamento insostenibile che costrinse i Ferruzzi a cedere il controllo del gruppo alle banche creditrici, capeggiate da Mediobanca, portata fuori dalle acque tempestose del crack Ferruzzi e l’incarico di ristrutturazione, nel 2003, della Lucchini SpA uno dei più importanti gruppi industriali italiani attivo nella siderurgia.

E alla fine la svolta storica all’ospedale San Raffaele è arrivata, don Luigi Maria Verzé rinuncia a tutti i poteri, sotto i colpi di quasi 1 miliardo di debiti e 42 anni di gestione, creando un polo di ricerca e cura, nonché una galassia di business paralleli. In gioco non c’era solo il salvataggio del San Raffaele, ma anche il primo passo per la nascita di un mega polo sanitario cattolico tra l’ospedale milanese, il Bambin Gesù e il Gemelli di Roma e l’ospedale Casa Sollievo della Sofferenza a San Giovanni Rotondo. Un progetto importante che ha “convinto” don Verzé a fare un passo indietro, anche se formalmente rimane presidente.

Il nuovo CdA della Fondazione Monte Tabor, voluto dal Vaticano, che guida il gruppo ospedaliero, è durato 4 ore, oltre a Giuseppe Profiti (vicepresidente operativo): il presidente dello IOR (Banca Vaticana) Ettore Gotti Tedeschi, il giurista ex ministro Giovanni Maria Flick, l’imprenditore Vittorio Malacalza. Confermati anche i consiglieri di amministrazione della charity internazionale, Massimo Clementi (Università Vita e Salute del San Raffaele) e Maurizio Pini (Università Bocconi). Il tempo però stringe: i decreti ingiuntivi dei fornitori non pagati incombono. Slittata anche la nascita della newco dove dovrebbero confluire i finanziamenti necessari a saldare i debiti (almeno 200/250 milioni di euro) più urgenti.

Basterà la nascita della newco? Assolutamente no. Bisognerà trasformare la Fondazione in una società di capitali, altrimenti i grassi banchieri non scuciranno un centesimo. Secondo i consulenti finanziari, seguendo una particolare procedura sarà possibile mettere in piedi un “Piano di Ristrutturazione dei debiti” e quindi non rischiare che le banche possano incorrere nella “concessione abusiva di credito” (finanziare una holding decotta non sarebbe formalmente legale). Il Piano deve essere credibile (almeno sulla carta). Gli istituti di credito eroganti – in linea teorica – non potrebbero finanziare la holding del prete manager sapendolo insolvente. Lo stato patrimoniale della Fondazione permane da un bel pò in stato comatoso e le passività superano di gran lunga gli attivi. In qualsiasi paese normale si porterebbero i libri delle società in tribunale. Ma siamo nel BelPaese della finanza creativa.

Don Verzè anche in questo sembra proprio ad immagine e somiglianza di Silvio Berlusconi. Ecco perché quì in terra “nessun giudice potrà permettersi di giudicarlo”. Solo il Tribunale di Dio. Lui comunque, a differenza del Capobanda, rifugge le ansietà terrene. A don Luigi interessa solo servire l’Onnipotente e i suoi fratelli sofferenti: appunto Pio Pompa, Giovanni Bazoli, Cesare Geronzi, Alessandro Profumo, Nicolò Pollari, Gianfranco Miccichè, Antonio Angelucci, Robero Formigoni, Diego Anemone il gentiluomo di Camera del Papa e Consultore laico della Congregazione per l’evangelizzazione dei Popoli…

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4 commenti

  1. […] della Fondazione Centro San Raffaele del Monte Tabor, don Luigi Maria Verzè, fondatore del gruppo, aveva fatto un passo indietro delegando al vicepresidente Giuseppe Profiti e al consiglio stesso tut…. Il piano di risanamento prevedeva un aumento di capitale da 200-250 milioni di euro necessario a […]

  2. […] sintesi, finiscono i “miracoli” del prete manager innamorato del sacerdozio e della medicina. Per il momento, in 38 anni di […]

  3. […] della Chiesa (e la Banca Vaticana) di fatto estromesso dalla gestione diretta del suo ospedale ha finito di fare miracoli. Sarà punito come traditore? Si narra che nel nono cerchio dell’inferno dantesco (Canto […]

  4. […] costituzionale Giovanni Maria Flick e l’imprenditore Vittorio Malacalza. Del vecchio CdA, rimane soltanto don Luigi, affiancato da due membri a rappresentanza della fondazione americana: Massimo Clementi e […]


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