La Caduta di Srebrenica, 16 anni dopo una “condanna a morte”

Sedici anni fa, l’11 luglio 1995 nella cittadina bosniaca di Srebrenica, dichiarata “zona protetta” dalle Nazioni Unite, 8.372 civili musulmani furono trucidati dalle truppe serbe del generale Ratko Mladić. Srebrenica era un’enclave musulmana in territorio serbo e, dall’inizio della guerra, era sotto la protezione dell’Onu e dell’esercito olandese (Ris. Onu 824, scaricabile in basso). Questa decisione riaccese la volontà nazionalista dei serbobosniaci di espellere i musulmani da qualunque enclave fossero riparati, considerandole un’onta alle proprie rivendicazioni territoriali. Deciso a concludere la guerra entro fine anno, l’esercito guidato dal generale Ratko Mladić, il 2 luglio 1995 sferrò l’attacco decisivo contro Srebrenica. Si concluse con la sua conquista, nove giorni dopo, quando il comandante serbo entrato in città, si presentò alla Tv di Stato affermando che «È giunto il momento per noi di riprenderci qui la rivincita sui turchi».

L’orrore e l’inutilità di quella carneficina accelereranno la fine della guerra e Mladić passò alla storia come il boia di Srebrenica. Contro di lui e contro Radovan Karadžić (arrestato il 21 luglio 2008 dalle forze di sicurezza serbe), il Tribunale penale delle Nazioni unite (Tpi) formalizza, nel luglio e nel novembre 1995, due atti di accusa per genocidio e crimini contro l’umanità. Nel 1996, il Tribunale emette contro i due un mandato di cattura internazionale.

«Ho difeso il mio popolo, la mia terra.
Ora difendo me stesso davanti a voi.

Voglio solo dire che voglio vivere per mostrare che sono un uomo libero»
[Ratko Mladić – Tribunale all’Aja, 3 giugno 2011]

A 16 anni dalla strage, 6 dei 19 accusati dal TPI per il massacro di Srebrenica sono stati finora processati e condannati: il 26 maggio 2011, l’ex comandante serbobosniaco Ratko Mladić, è stato arrestato dalle Autorità serbe non lontano da Zrenjanin, città della Voivodina, provincia autonoma della Serbia settentrionale.

  • Dal punto di vista processuale su Srebrenica, Carla del Ponte (ex Procuratore del Tribunale Penale Internazionale per l’ex Jugoslavia) sosteneva l’accusa di genocidio non solamente nei confronti di Ratko Mladić e Radovan Karadžić, dirigenti dei serbobosniaci rispettivamente responsabili dal punto di vista militare e politico, ma anche di Slobodan Milošević;
  • Dal punto di vista storico su Srebrenica, secondo Carla del Ponte, è tutto chiaro, dal momento che gli ufficiali serbi M. Nikolić e D. Obrenović decisero di rompere il silenzio e raccontare nei dettagli ai giudici di come migliaia di persone sono state uccise tra l’11 e 19 luglio e sepolte in fosse comuni. I pochi sopravvissuti hanno testimoniato di fronte ai giudici;

In un’intervista del dicembre 2007 al quotidiano bosniaco Dnevni Avaz, l’ex primo vice procuratore capo del Tribunale Penale Internazionale per l’ex Jugoslavia Geoffrey Nice ha criticato Carla Del Ponte (in foto) affermando che ha agito come un politico dilettante più che come un magistrato, che la sua implicazione nella politica è stata inappropriata e inaccettabile facendo anche allusioni – non meglio specificate – su istruzioni che la procuratrice avrebbe ricevuto sulle persone da incriminare, rimproverandola di aver montato imputazioni deboli.

Nel 2010, il Tribunale Penale Internazionale dell’Aja ha ordinato un’indagine indipendente a carico di Carla Del Ponte, procuratrice di questo stesso tribunale dal 1999 al 2007: l’accusa di aver estorto testimonianze attraverso minacce e pressioni psicologiche, di aver ricevuto tangenti e di aver contaminato prove utili alle inchieste giudiziarie.

Quello che resta da sapere su Srebrenica è soltanto la verità politica, ossia perché le forze internazionali dei Caschi Blu presenti nella città non hanno combattuto?

Il 15 novembre 1999, con la Relazione 53/35 (clicca qui per leggere il testo), dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, viene pubblicato il Rapporto del Segretario Generale sulla caduta di Srebrenica, The fall of Srebrenica.

Il 19 aprile 2004 il Tribunale internazionale dell’Aja per l’ex Jugolavia definisce la strage di Srebrenica genocidio e indica come responsabili della strage Radislav Krstić, Radovan Karadžić e Ratko Mladić. Il parlamento europeo proclama l’11 luglio Giornata della memoria e dichiara l’eccidio di Srebrenica “Il maggior crimine di guerra perpetrato in Europa dalla fine della seconda guerra mondiale“.  Ogni anno, in questo giorno, al Memorial Center di Potoçari, si celebra un funerale collettivo. I corpi raccolti dalle fosse comuni e identificati nel corso dell’anno grazie al test del Dna, vengono sepolti uno a uno dai familiari sopravvissuti.

Il 4 dicembre del 2006 il ministro della difesa olandese ha consegnato la medaglia d’onore al battaglione olandese per il coraggio mostrato a Srebrenica, con l’appoggio della Commissione Europea.

Il 2 marzo 2007 il Tribunale Penale Internazionale dell’Aja pur definendo il massacro un genocidio, assolve la Serbia dalle responsabilità e dispone l’arresto dell’ex leader politico Radovan Karadžić e del suo capo militare Ratko Mladić. Inteso il genocidio secondo i principi di Norimberga, l’assoluzione solleva la Serbia dall’obbligo di pagare un indennizzo di guerra alla Bosnia.

In un’inchiesta del 2008 i giudici negarono ogni responsabilità del governo olandese all’epoca nella vicenda, adducendo a motivazione che il battaglione olandese Dutchbat III, non aveva il supporto dell’aviazione e non era armato. I ministri olandesi responsabili erano il ministro della difesa Relus ter Beek, il suo successore Joris Voorhoeve e il ministro degli esteri Hans van Mierlo sotto il primo ministro Wim Kok. I responsabili all’ONU erano il generale francese Janvier e i militari olandesi generale Couzy (comandante in capo), generale van Baal ed il comandante di Dutchbat generale Nicolaï. Il tenente colonnello Thom Karremans era responsabile per l’enclave di Srebrenica, il maggiore Frankenper Tuzla.

Visto il coinvolgimento di militari olandesi, il governo nel 1996 aveva ordinato un’inchiesta per stabilire il grado di responsabilità delle truppe di Dutchbat. I risultati finali furono presentati il 10 aprile 2002. Il ministro della difesa olandese Frank de Grave si dimise. Il 16 aprile, il governo presentò collettivamente le dimissioni, assumendosi la responsabilità, ma non la colpa del massacro: un rapporto affermava che l’esecutivo dell’epoca e le stesse Nazioni Unite avevano organizzato una missione impossibile, con soldati mal equipaggiati e impreparati.

Il 31 marzo 2010 il parlamento della Serbia ha approvato dopo 13 ore di discussione una risoluzione in cui condanna il massacro (senza definirlo genocidio) e chiede scusa per le vittime.

Il 6 luglio 2011, una sentenza ha dato ragione alle vittime del massacro, condannando L’Aja per aver consentito la morte di almeno tre musulmani consegnandoli alle milizie di Ratko Mladić. stabilisce come il governo avesse il “pieno controllo” delle proprie truppe. I caschi blu avevano il compito di garantire la sicurezza dell’area, istituita come zona protetta su mandato dell’Onu. Nel luglio 1995 l’esercito serbobosniaco guidato da Mladić, entrò nell’enclave musulmana senza incontrare alcuna resistenza. Migliaia di musulmani (circa 5.000), furono accolti nella base olandese. Altri, 15.000-20.000, rimasero fuori. Due giorni più tardi gli olandesi cominciarono a cacciare via i rifugiati dalla base, ubbidendo a un ordine dei serbobosniaci.

E per la prima volta ora, dopo 16 anni, lo Stato olandese riconosce che per almeno tre di quelle vittime la colpa fu dei suoi soldati, di ciò che non fecero o non fecero abbastanza. Una Corte d’appello di Amsterdam ha accolto le richieste di risarcimento. Non è stata precisata alcuna somma, e qui si parla di tre morti su ottomila, ma è il principio che conta: 

«Il battaglione è stato testimone di diversi episodi in cui i bosniaci musulmani erano stati torturati o uccisi fuori dalla base. Gli olandesi sapevano che quegli uomini avrebbero corso un grande rischio lasciando la base».

Le famiglie Mustavić e Nuhanović, avevano fatto causa, e nel 2008 il tribunale di prima istanza aveva escluso ogni responsabilità del governo. Un’altra causa contro lo Stato olandese è in corso davanti alla Corte suprema: l’ha intentata l’associazione «Madri di Srebenica», con gli stessi principi affermati da Hasan davanti al tribunale di Amsterdam: «Sapevano tutti. Che equivaleva a una condanna a morte».


Risoluzione ONU n° 824 del 6 maggio 1993

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