MENO TASSE PER POCHI, PIÙ DEFICIT PER TUTTI

Sotto il profilo della distribuzione economica, dell’assistenza e delle tutele sociali, la situazione degli Stati Uniti appare dunque decisamente critica rispetto agli standard europei. Ma è ancora più preoccupante se si analizzano i dati di tendenza. Come si è detto, il welfare state in quanto tale è sotto attacco ormai da oltre un trentennio, a causa di una presunta “ipertrofia” e “inefficienza”, in nome di una rivalorizzazione dell’individualismo americano, della restituzione di maggiori poteri agli Stati, di un’ostilità preconcetta nei confronti del “pubblico“. Allo stesso tempo, globalizzazione, deregulation e neoliberismo tendono a indebolire le tutele di cittadini e lavoratori. Sono fenomeni in parte conosciuti da tutto il mondo occidentale, ma negli Stati Uniti si combinano con la presenza di una destra politica liberista e antistatalista particolarmente vigorosa ed estrema. Secondo alcuni osservatori, da Paul Krugman a Richard Clowardd, è in corso una vera rottura dell’American social compact, del patto sociale americano, dalle conseguenze imprevedibili. I nodi di questo processo si concentrano attorno a due aspetti che spesso i media toccano senza occuparsene sufficientemente: i tagli alle tasse e il deficit del bilancio federale.

Com’è noto, uno dei principali cavalli di battaglia della campagna elettorale di George Bush Jr, è stato il tax break, il taglio delle tasse. Ed effettivamente l’amministrazione repubblicana ha introdotto i tagli più massicci della storia del paese: 1.300 miliardi di dollari in dieci anni, circa 130 all’anno in media, pari – per il solo 2003 – al 2% del Pil a all’8% del bilancio federale (a titolo di raffronto, in dollari equivalenti al 2003, Ronald Reagan nei primi anni Ottanta tagliò le tasse per una media di circa 20 miliardi all’anno, pari all’1,4% del Pil e al 5,3% del bilancio federale).

La retorica della restituzione del denarodirettamente nelle tasche dei cittadini” è pressochè irresistibile sul piano della propaganda. Ma il taglio delle tasse ha una serie di implicazioni profonde, che meritano di essere evidenziate.

Innanzituto, i tax cuts così come sono proposti e applicati dalle amministrazioni di destra, tra cui quella di Bush Jr, sono palesemente regali ai ceti ricchi del paese. I tagli dei primi anni 2000 si sono tradotti in tre misure principali: riduzione delle aliquote fiscali sui redditi, abolizione della tassa di successione (che però riguarda beni di valore superiore ai 675 mila dollari, e quindi soltanto grandi patrimoni) e abolizione della tassa sugli immobili (che peraltro ha colpito fortemente i governi statali e locali che i repubblicani dicono di voler rilanciare). Il risultato è una quota variabile tra il 25% (stima ufficiale del Ministero del Tesoro) e il 40% (stima di economisti liberal come Paul Krugman) dei nuovi benefici fiscali andrà a un numero ristrettissimo di persone, pari a circa l’1% della popolazione. Un altro economista, Jeffrey Sachs, ha valutato che oltre la metà della riduzione delle tasse è andata e andrà a vantaggio del 5% più ricco del paese. Le varie misure fiscali adottate per “rilanciare” l’economia hanno portato benefici per 800 milioni di dollari a General Motors e cifre anche superiori – in proporzione al numero di dipendenti – a Enron, Texaco e molte altre aziende.

Anche se non viene quasi mai esplicitamente ammesso (l’ultimo a farlo fu Ronald Reagan), questo tipo di effetti è in realtà deliberato. Normalmente presentato come mezzo per rilanciare consumi, investimenti e quindi l’economia, i tax cuts rimandano implicitamente a una vera e propria teoria economica conservatrice, secondo la quale il motore dello sviluppo economico non può nè deve essere l’investimento pubblico, ma piuttosto l’iniziativa privata, e segnatamente l’iniziativa dei ceti più alti della popolazione, i soli ad essere dotati di risorse, capacità iniziativa, “creatività”, sufficienti per alimentare il sistema capitalistico. Del resto tutta la retorica conservatrice dei nostri tempi concede molto spazio “all’imprenditore” come figura in un certo senso antropologica, dotata di qualità (propensione al rischio, inventiva, tenacia) che lo distinguono rispetto alla massa dei cittadini comuni. Si tratta di una visione che ha radici profondissime nella cultura sociale e politica dominante americana, e che evidentemente contrasta con l’idea di una tassazione progressiva dei redditi come legittimo strumento per ridistribuire la ricchezza nazionale.

Idea, questa, che a sua volta si basa sull’assunto che l’imprenditore, e in generale il ricco, non fa mai “tutto da solo“, bensì utilizza servizi e risorse collettive – a partire dalle materie prime -, si avvale del lavoro di altri uomini, spesso approfitta di condizioni di vantaggio, e quindi deve restituire parte delle sue ricchezze alla collettività. Il principio della tassazione progressiva si basa inoltre sul riconoscimento del diritto di tutti i membri di una comunità ad avere un livello di vita dignitoso e sul rispetto della scelta di vita di chi decide di non essere imprenditore, ma che non per questo deve venire penalizzato nella distribuzione della ricchezza. Non a caso, il principio della tassazione collettiva ha faticato moltissimo a imporsi negli Stati Uniti. Per adottarla è stato necessario introdurre nella Costituzione un apposito emendamento nel 1913; fino ad allora il paese non aveva conosciuto alcuna tassa sul reddito personale, e anche successivamente le imposte sulle persone fisiche rimasero a lungo bassissime.

La filosofia dei tagli alle tasse come misura economica “regina” ha quindi profonde implicazione ideologiche, di visione della società dell’uomo. Ed è coerente con l’obiettivo di ridurre il ruolo delle istituzioni collettive pubbliche a vantaggio delle componenti private e individuali della società. Non può sorprendere, quindi, che non ci si preoccupi troppo di come la riduzione delle imposte possa produrre effetti devastanti sul bilancio dello stato. Sul breve periodo, c’è la convinzione che “come era accaduto con Reagan”, anche un grande deficit di bilancio non preoccupi gli elettori e non incida quindi sul consenso politico. In una prospettiva più ampia, il dissesto della spesa pubblica può apparire anche come desiderabile, come condizione per avviare un ulteriore smantellamento del ruolo dello Stato (fatta eccezione per la Difesa).

George Bush Jr arrivò al potere quando nelle casse federali c’era un attivo di diverse centinaia di miliardi di dollari. Nell’anno fiscale 2004 il bilancio federale ha fatto registrare un deficit di 374 miliardi di dollari,  per il 2005 è stata di 450 miliardi. Naturalmente un grande peso in questa inversione di tendenza ha avuto la recessione economica, ma essa è stata sicuramente accentuata dalla forte riduzione del gettito fiscale e da un’esplosione della spesa per la sicurezza interna e per la difesa, che ha ampiamente superato i pur consistenti tagli alla spesa sociale. La spesa militare per l’anno fiscale 2004 è stata di 401,3 miliardi di dollari, cui si devono aggiungere circa 87 miliardi stanziati per la guerra in Iraq e Afghanistan e altri 9,3 miliardi di dollari per la costruzione di infrastrutture militari. Complessivamente circa 500 miliardi di dollari, una cifra superiore a tutto il Pil della Russia. E superiore anche, se valutata in dollari costanti, a quella dei momenti di “picco” della guerra fredda, come la guerra del Vietnam o gli ultimi anni della presidenza Reagan.

 

A dispetto di tagli e ridimensionamenti, nei prossimi anni i costi della spesa sociale, specie di quella sanitaria, continueranno ad aumentare, a causa dell’invecchiamento della popolazione e di cure sempre più sofisticate. Così c’è preoccupazione sulla sostenibilità del welfare state americano, anche se le stime su quando arriverà la “bancarotta” del sistema variano a seconda degli studi, e il sistema pensionistico è attualmente in condizioni molto migliori di quelli europei. Nel 2004 la Social Security Usa (equivalente dell’Inps italiano) aveva 1.200 miliardi di dollari di riserve, e negli Stati Uniti si contavano 3,2 lavoratori per ogni pensionato che scenderanno a 2:1 nel 2030, (molto meglio del rapporto, prossimo all’1:1, riscontrabile in Italia già dopo il 2000).

Il mix tra tagli alle tasse e aumento delle spese militari (che si aggiungono a un aumento “incomprimibile” della spesa sociale) rischia di accelerare drasticamente la crisi del sistema. Ma questo è intenzionale. Molti ideologhi conservaori vedono l’occasione storica per raggiungere condizioni di bilancio tali da costringere amministrazioni democratiche a ridurre strutturalmente lo stato sociale e a forzare la privatizzazione di suoi ampi settori.

Non è un caso se proprio questa amministrazione sostiene un piano per trasformare il sistema Social Security pubblico in un sistema di fondi pensione privati. Si tratta di temi molto dibattiti; le stesse cifre e stime su cui si basa il dibattito sono controverse, anche perchè tecnicamente difficili da determinare con certezza.

Quel che appare evidente, tuttavia, è la tendenza di fondo a non considerare più la sopravvivenza e l’efficienza di uno stato sociale come un valore. Ciò a cui si punta, invece, e a sottolinearne e radicalizzarne la difficoltà, in funzione di un’ideologia sostanzialmente elitaria e antistatalista, che si traduce in una visione dei diritti individuali estremamente ristretta, abbandonando completamente il sogno johnsoniano di una nazione capace di “sconfiggere la povertà”, ovvero, più modestamente, a considerare la giustizia sociale come un valore e come un obiettivo di riferimento per il paese.

da Oliviero Bergamini, DEMOCRAZIA IN AMERICA?

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