Il Parlamento greco si inchina all’usura. Atene in rivolta

La crisi greca non è altro che la crisi del sistema euro. Cerchiamo di fare chiarezza, partendo necessariamente dalla premessa che si tratta di una crisi endogena al liberalcapitalismo e alla sua attuale fase monetarista. Nessuno Stato liberal-democratico può sopportare ricorrenti deficit di bilancio senza portarsi sull’orlo della bancarotta. L’esempio della Russialiberal-capitalistizzata”, oppressa dal 1993 al 1998 da una media di disavanzo del 9% annuo rispetto al prodotto interno lordo, è lì a dimostrarlo. Senza il cambio di rotta imposto dall’avvento di Putin con la messa al bando degli oligarchi e del deficit-spending, il collasso sarebbe stato certo. E si parla della Russia: uno Stato ricco di materie prime, di tecnologia, di assistenza sociale e non sottoposto ai vincoli o “parametri” del nefasto Trattato di Maastricht, padre del monetarismo della zona Ue. Di converso, il caso Grecia è più che critico: per circa un ventennio il tasso di deficit rispetto al pil è stato superiore al 7%. Tanto da accumulare un indebitamento pubblico oggi pari al 150% del prodotto interno lordo. I “tutori” della zona euro, la Germania e la Francia in primis, ma di seguito anche l’Italia, hanno lasciato che il debito ellenico crescesse perché non in grado, negli stessi anni, di rispettare anch’essi i rigidi parametri di una crescita deficit/pil mai superiore al 3% annuo. Loro stessi hanno aumentato il proprio debito pubblico, giunto nei primi due casi all’80% del pil e da noi oscillante ormai da tempo immemore tra il110 e il 120% del prodotto interno lordo. Il punto è dunque quale formula utilizzare per uscire dalla spirale.

Peter Peterson, dell’Institute for International Economics, dal Massachussets, propone, per un sistema liberalcapitalista che versa in tale crisi, una terapia “alla russa”. Seguiamo, in parte, il suo ragionamento. Nel 1998 il debito pubblico russo aveva raggiunto quota 66% rispetto al pil. Il Fmi si propose per il solito prestito internazionale, dichiarato però inaccettabile nel luglio di quell’anno dai parlamentari della Duma. Una prima crisi obbligazionaria con un deciso taglio dei profitti da interesse vantati dai creditori (istituti finanziari), deciso dal governo, si ebbe nell’agosto ’98. La speculazione prese atto e dichiarò inaffidabili gli investimenti in Russia. I media d’Occidente lanciarono i loro ukaze contro Mosca. Tale “inaffidabilitàsi rivelò però un bene per l’economia russa.

Le cosiddette “liberalizzazioni” e “privatizzazioni”, andate molto avanti nell’era di Etlsin e degli oligarchi, subirono un drastico calo. In tre anni, un lasso di tempo estremamente breve, e facendo conto solamente sul bilancio pubblico – le entrate fiscali, i tagli di spese superflue – la Russia ottenne una riduzione del debito pubblico dal 66 al 34% rispetto al pil. Nel contempo – e grazie alla ripresa della redditività delle industrie di produzione e commercio di energia (gas e petrolio), il rapporto deficit/pil dal negativo -9% passò al positivo 3%; oggi assestato attorno ad un tasso annuale positivo del 2%. Non rinunciando affatto – si badi bene – a mantenere incentivi, devoluzioni e sussidii indiretti alle imprese. Misure intese a promuovere la produttività delle aziende.

Progressivamente, poi, Mosca adottò tutta una serie di riforme strutturali. Sistema fiscale con imposte più basse, nuovi codici civile e commerciale, una forte deburocratizzazione degli iter procedurali per le piccole e medie imprese. In una parola un recupero dell’efficienza economica. E tutto con effetti immediati: la crescita iniziò appena un anno dopo il cosiddetto “default”. Il Metodo Moscachiamiamolo così – è stato di recente “esportato” anche in alcuni Paesi Ue, nella fattispecie in Lettonia, Estonia e Lituania. Con gli stessi positivi risultati. Più esplicitamente: il Metodo Mosca ha funzionato e funziona anche altrove grazie al rifiuto di “finanziare il proprio indebitamento” attraverso prestiti usurai delle banche d’affari o del Fmi.

E’ da notare che quanto sopra percorre a grandi linee la stessa strada che, nell’altro emisfero, in America Latina, è stata percorsa dalle presidenze Kirchner che hanno bloccato i prestiti ad usura internazionali, rinazionalizzato le aziende strategiche, eliminato la parità con il dollaro e ripreso nelle mani nazionali la sovranità sulla propria moneta, il peso.

Ergo.

Il Fondo Monetario Internazionale, l’Unione europea, la sua Banca centrale e le banche d’affari che promuovono prestiti ad interesse con l’accaparramento dei debiti sovrani degli Stati sono entità ostili alla prosperità degli Stati nazionali. Di fronte alla crisi dell’euro – evidente ormai non solo in Grecia, ma in Spagna, Portogallo, Irlanda e Italia – e più in generale alla crisi monetaria europea (con vittime quali Islanda, Romania e Ungheria), detti enti soprannazionali, non eletti certo dai popoli, hanno volutamente “preso tempo”, agito con programmata lentezza per rendere ineluttabile il nodo scorsoio che propongono in cambio dei loro “prestiti solidali” (sic).

Quindi.

Se non più la Grecia, al più presto l’Italia segua l’esempio argentino. O quello russo. Se ne freghi delle minacce di “bancarotta” e di “inaffidabilità” elargite a josa dai Signori dell’usura. Ritornino alla dracma o alla lira, rinegozino i prestiti contratti a tassi usurai con le varie Goldman & Sachs, con il Fmi, restituiscano la sovranità sulla moneta alle proprie banche nazionali, liberate dai privati e dagli agenti della speculazione internazionale. Riprendano la virtuosa strada di un’economia sociale o socializzata, per il bene della propria comunità nazionale.

da Ugo Gaudenzi, direttore RINASCITA

Le foto:

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2 commenti

  1. […] statunitense di rating Standard & Poor’s ha definito la Grecia come un paese di fatto in bancarotta finanziaria. La situazione italiana era stata declassata il mese precedente da stabile a negativa, mentre nel […]


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