Cina, la fabbrica del dragone e l’industria del debito

Le amministrazioni locali cinesi hanno ammassato debiti per un totale di 10.700 miliardi di yuan (pari ad oltre un quarto del prodotto interno lordo della Cina), ovvero 1.650 miliardi di dollari. La cifra è stata resa nota da un dirigente della Corte dei Conti, Liu Jiayi, che ha fornito un’indicazione precisa riguardo ad un problema considerato dagli analisti come potenzialmente in grado di far tremare il sistema finanziario della nazione asiatica. È la prima volta che le autorità cinesi rendono pubblico l’ammontare dell’indebitamento degli enti periferici. La preoccupazione, infatti, è che molti degli enti locali che hanno ricevuto capitali in prestito dalle banche possano presto risultare non più in grado di far fronte alle rate dei loro debiti, mettendo così a rischio gli stessi istituti che hanno erogato i finanziamenti. La cifra di 10,7 “trilioni” di yuan è gigantesca, nel 2010 è stato 39.798 miliardi. Perciò, secondo Liu, è necessario che le autorità cinesi adottino un piano ad hoc per cercare di arginare il problema, prevenendone le potenziali conseguenze.

La Cina si è risvegliata, e grazie alla scelta di avvicinarsi alla finanza e alle banche occidentali, sta sconvolgendo gli equilibri politici e finanziari che avevano caratterizzato il millennio appena terminato. Riuscire a comprendere il boom cinese senza conoscere i profondi cambiamenti che interessano il sistema bancario e finanziario del Dragone degli ultimi anni è impensabile. La crescita economica è stata sostenuta da un modello di organizzazione di cui oggi vengono a galla gli elementi principali: Fondo sovrano, Banca centrale e Politica monetaria, che con modalità funzionali e strutturali interconnesse tra loro, hanno proceduto speditamente verso forme organizzative di tipo occidentale. Ora, che la frittata è fatta, le autorità di Pechino stanno mettendo a punto un piano per ripulire 2-3 mila miliardi di yuan (308-462 miliardi di dollari) di debiti degli enti locali, che rischiano l’insolvenza. Si tratta della prima mossa per far fronte al problema, attivando dei veicoli finanziari dentro i quali far confluire i crediti a rischio consentendo alle banche di accollarsi parte delle perdite. Un’altra possibile soluzione potrebbe essere legata alla modifica di legge che vieta agli enti locali di emettere obbligazioni proprie: in tal modo si concederebbe alle amministrazioni dislocate sul territorio cinese uno strumento per ottenere capitali freschi, a tassi di interesse e condizioni “controllabili”.

Obiettivo: liberare gli enti locali dalla spirale del debito e permettere alla Banca centrale di alzare i tassi di interesse senza far collassare l’economia in una serie di fallimenti a catena. Nel piano sarebbe previsto che il governo centrale e le banche statali si accollino parte delle perdite derivanti dalla cancellazione del debito. Sono coinvolte anche i più grandi istituti di credito e finanziari della Cina:

  • Industrial and Commercial Bank of China
  • Bank of China
  • China Construction Bank
  • Agricultural Bank of China

A conferma del fatto che le finanze pubbliche cinesi potrebbero entrare in crisi per via del debito regionale accumulato dagli enti locali, lo scorso mese l’agenzia di rating Fitch ha rivisto l’outlook per lo yuan da stabile a negativo. Per Standard & Poor’s, inoltre, la percentuale dei non-performing loans delle banche cinesi potrebbe raggiungere il 10% nei prossimi 3 anni.

Nel quarto trimestre del 2010, la Cina effettuò lo storico sorpasso sul Giappone in termini di prodotto interno lordo. I risultati del Pil giapponese (5.474,2 miliardi di dollari), fecero balzare il Pil del Dragone  (5.878,6 miliardi di dollari) al +10,3%. Pechino diventò così la seconda potenza economica mondiale, scavalcando il posto del Giappone (che era invece stato occupato fin dal 1968), e alla spalle soltanto degli Stati Uniti che rimangono la prima potenza economica mondiale, ma secondo molti analisti anche il loro primo posto è in pericolo.

Scriveva Luca TroianoIl capitalismo cinese si mantiene grazie ai trucchi stile Enron” su AGORAVOX:

(…) Quando in gennaio l’agenzia Standard & Poor’s ha tagliato il rating del Giappone portandolo allo stesso livello della Cina, gli osservatori si aspettavano una reazione contrariata da parte di Tokyo. Invece, è a Pechino che gli economisti sono rimasti sgomenti.

Ciò che suona incomprensibile ai burocrati di Pechino è che una crescita del 10% annuo e oltre 3000 miliardi di dollari nei forzieri nella Banca centrale non bastino a guadagnarsi un “voto” migliore rispetto a quell’AA- che ai loro occhi appare blasfemo. Dovremmo avere un rating superiore a tutti, compresi gli Usa, sembrano chiedersi i cinesi (peraltro i principali creditori di Washington), eppure il giudizio degli esperti si mantiene ancora piuttosto cauto.

Quello che i cinesi non capiscono è che il giudizio sull’affidabilità di un economia non è in funzione solo della crescita, ma anche del suo indebitamento. La prima non può procedere in linea retta per sempre, ma il secondo sì, e se non si provvede in tempo si rischia di restare schiacciati. Dall’altro lato, per ogni debitore insolvente c’è un creditore insoddisfatto, per cui a soffrire per una bancarotta si è sempre in due.

In Cina l’espansione del credito non si è mai arrestata. Nonostante la Banca centrale abbia ritoccato in alto i coefficienti di riserva per cinque volte in meno di sei mesi, il livello degli impieghi non accenna a diminuire. Contribuendo a trainare verso l’alto un’inflazione che alla lunga finirà per livellare la crescita del Dragone. Ma una politica creditizia eccessiva moltiplica il rischio di credito delle esposizioni, comportando un pericolo per l’economia cinese (e mondiale) maggiore di quello che che gli investitori immaginano. Negli ultimi tempi, tra gli economisti si è diffuso un ritornello: solo quando la crescita sarà rallentata conosceremo il prezzo degli sforzi della Cina per superare la crisi del 2008. In qualche modo, il “prezzo” ufficiale, ossia l’ammontare delle misure adottate dalle autorità, pari a 4 miliardi di yuan (617 miliardi dollari), non ha mai vinto lo scetticismo degli esperti. Non pochi analisti ritengono impossibile che la Cina abbia superato la tempesta finanziaria seguita al crollo dei mercati con la facilità che ha ostentato.

In un mondo sempre più interconnesso, assimilabile ad una struttura reticolare, ogni piccolo o grande tremolio si ripercuote sulla rete intera. L’economia cinese deve la sua fortuna ad un export diretto principalmente verso gli Stati Uniti e in misura inferiore verso l’Europa. Negli anni Duemila i cinesi hanno sottoscritto immense quantità di titoli pubblici Usa, e in tempi più recenti anche titoli europei. Sia aziende europee che americane hanno delocalizzato gran parte della propria industria manifatturiera in Cina per abbattere i costi fissi. Eppure né il crollo di Wall Street, né crisi del debito in Europa, né deflazione giapponese ha frenato l’inarrestabile marcia della Cina verso il primato mondiale.

Qual è il segreto di Pechino? Semplice: l’accumulo di debiti non dichiarati.

Non meno di venti metropoli in Cina stanno pianificando dei sontuosi progetti per la costruzione di aeroporti internazionali, scintillanti grattacieli, hotel a cinque stelle, autostrade a sei corsie, università e poli culturali mondiale, empori commerciali e smisurate zone residenziali. Si tratta del più grande programma di urbanizzazione della storia moderna. Questo boom edilizio si svolge tranquillamente, in gran parte fuori dal controllo delle stesse autorità di Pechino, finanziato da un accesso al credito facile e dai prestiti Ponzi (prestiti a debito che verranno rimborsati dall’incremento di valore del bene acquistato). Non ricorda qualcosa a noi molto familiare? È la stessa configurazione che ha generato la crisi dei mutui subprime negli Usa.

L’aumento dei prestiti concessi dalle banche agli enti locali potrebbe scatenare una ondata di fallimenti bancari che taglierebbe le gambe alla crescita economica. Il debito locale, più difficile da misurare vista la reticenza delle autorità a comunicare i dati, aumenta il rischio di default in tutta la nazione. Ponendo al governo al centrale l’arduo dilemma: è lecito tirare fuori dai guai le amministrazioni locali che hanno esagerato troppo con la speculazione immobiliare?

Se fossimo negli Usa, il problema non si porrebbe. Lo scorso anno il governo federale si è offerto di pagare i debiti della California (42 miliardi di dollari) e di tutti gli altri Stati in difficoltà. La ragione è ovvia: la gente vota e Obama, il cui consenso è sempre più vacillante proprio a causa degli scarsi risultati nella lotta alla crisi, non vuole perdere ulteriore terreno nella corsa elettorale del 2012 che lo vede già sfavorito, qualunque sia il suo futuro avversario. In Cina, dove l’opinione pubblica non esiste neppure sul dizionario, la questione è un’altra. L’eventuale recessione di una o più province si tradurrebbe nel rischio di stagnazione di tutto il Paese. E la speculazione edilizia prosegue. Il governo centrale ha annunciato un piano per la costruzione di 36.000 alloggi a basso costo entro il 2015, iniziativa che sul piano finanziario vuole dire altri 2000 miliardi di yuan di indebitamento entro il medio periodo.

Peraltro, l’indebitamento degli enti locali è stato raggiunto in violazione delle stesse norme statali. In Cina città e province non possono contrarre prestiti dalle banche. Per godere di erogazioni da parte del sistema creditizio hanno aggirato il divieto istituendo più di 8000 società di investimento, formalmente autonome ma in realtà controllate dagli enti locali. L’agenzia di rating Fitch prevede che, a causa di questi prestiti indiretti, le sofferenze che potrebbero raggiungere il 30% di tutte le esposizioni bancarie in Cina.

Un altro articolo pubblicato da L’Osservatore Romano (Internazionale):

Secondo gli analisti il boom economico inizia a rallentare

Il Drago non vola più

L’inflazione e il debito delle amministrazioni locali pesano sulla crescita

Pechino, 27. Il boom economico della Cina comincia a rallentare, sotto il peso dei rialzi dell’inflazione, dell’aumento del costo del lavoro e il crescente debito delle amministrazioni locali. Secondo gli economisti, il pil del colosso asiatico resta il motore della crescita globale, ma esistono anche molti dubbi che spingono a rivedere al ribasso le previsioni per quest’anno e per il prossimo (intorno all’8,5 per cento rispetto al 9 per cento e al 10 per cento stimato in precedenza). Un rallentamento, quello cinese, che arriva nel momento in cui la Fed taglia le stime per gli Stati Uniti al 2,7-2,9 per cento nel 2011 e al 3,3-3,7 per cento per il 2012. A gravare sull’andamento del pil del Dragone sono soprattutto le impennate dell’inflazione a giugno stimata al 6 per cento, massimo dal luglio 2008, dopo essere stata del 5,5 per cento a maggio. Livelli tali da spingere il Governo ad aumentare quattro volte i tassi di interesse da settembre, per frenare il ricorso al credito bancario, ma anche per domare i prezzi. Pochi i risultati raggiunti, e soprattutto non a «costo-zero», visto che la stretta ha indebolito la crescita. Secondo Vincent Chan, capo ricerche sulla Cina per l’istituto elvetico – le cui diagnosi sono state citate anche dal «New York Times» (China’s Boom Is Beginning to Show Cracks Analysts Say, ndr) il Paese dovrebbe evitare «prestiti eccessivi». Mentre secondo Wang Tao, capo economista nel Paese asiatico per Ubs, l’economia cinese resta molto forte. Di certo – sostengono molti esperti – Pechino, che ha usato le banche statali per drenare la crescita nel pieno dell crisi del 2008, adesso sta facendo il contrario, rendendo più difficili i prestiti a scapito delle imprese private e delle società di sviluppo immobiliare. La stretta del credito e i rischi dello scoppio della bolla immobiliare hanno spinto l’agenzia Standard&Poor’s ad avanzare dubbi sul rating. Ma a perdere slancio è anche un altro settore che ha trainato la crescita cinese degli ultimi anni, quello degli investimenti delle amministrazioni locali con progetti infrastrutturali – investimenti che hanno segnato un valore pari a 460 miliardi di dollari. I regolatori temono che spese così ambiziose per realizzare strade, ponti e metro possano comportare un’ondata di prestiti che non porteranno i risultati entro i tempi previsti. Mostra segnali di indebolimento anche l’export. Secondo gli esperti di Crédit Suisse, potrebbe essere addirittura «piatto» nei prossimi mesi, a causa dell’indebolimento della domanda Ue e americana. Una tendenza che ha pesato sull’attività manifatturiera.
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