L’UOMO CHE HA FOTTUTO UN INTERO PAESE

«The man who screwed an entire country» – L’uomo che ha fottuto un intero Paese. The Economist torna ad attaccare Berlusconi “Nonostante il suo successo personale, è stato un disastro come leader nazionale“, definendolo “un malessere cronico” e bocciandone senza appello la politica di governo, a 8 anni dal celeberrimo Why Silvio Berlusconi is unfit to lead Italy – Inadatto a governare l’Italia, e a 5 dall’altrettanto polemico Time for Italy to sack BerlusconiE’ tempo di licenziarlo. L’occasione di questa ultima cover è la pubblicazione di uno speciale di 14 pagine (leggi in basso la traduzione dell’articolo pubblicato online che per ragioni di Copyright © non è possibile tradurre integralmente) sull’Italia realizzato per l’anniversario dei 150 anni. L’analisi di John Prideaux, autore del report, lascia emergere un Paese fermo che paga con la «crescita zero» le mancate riforme: «L’Italia ha tutte le cose che le servono per ripartire, quello che serve è un cambio di governo».

SILVIO BERLUSCONI ha molte buone ragioni per sorridere. A 74 anni, ha un impero mediatico che ne ha fatto l’uomo più ricco d’Italia. Ha dominato la scena politica fin dal ’94, ed è stato, dopo Mussolini, l’uomo che ha occupato più a lungo la carica di premier. E’ sopravvissuto ad innumerevoli previsioni di imminente uscita di scena. E tuttavia, a dispetto dei successi personali, è stato un disastro come leader nazionale, in tre modi diversi.

Due di essi sono ben noti. Il primo è la sordida saga sei suoi parties sessuali noti come “bunga-bunga”, uno dei quali ha condotto al poco edificante spettacolo di  un premier chiamato in giudizio presso il Tribunale di Milano con l’accusa di aver fatto sesso a pagamento con una minorenne. Il Rubygate ha insozzato non solo Berlusconi, ma anche il suo paese.

Per quanto vergognoso possa essere stato lo scandalo sessuale, il suo impatto sulle performances politiche di Berlusconi è stato limitato, e quindi questo giornale se n’è occupato relativamente poco. Noi abbiamo tuttavia stigmatizzato a lungo la sua disonestà finanziaria. Egli è stato accusato numerosissime volte per frode fiscale, falso in bilancio, e corruzione. I suoi difensori ribattono che non è mai stato condannato, ma questo è falso. In molti casi è stato salvato dalla prescrizione, almeno due volte grazie a leggi ad personam da lui stesso volute ed approvate. Questa è la ragione per la quale nell’aprile 2001 abbiamo scritto che quest’uomo fosse inadatto a guidare l’Italia.

Non abbiamo mai avuto ragioni per cambiare questo giudizio. Ma adesso è chiaro che né il sesso traballante, né la sua opaca storia finanziaria, sono le ragioni principali per le quali gli italiani giudicano Berlusconi come il colpevole di un disastroso fallimento. Una terza colpa è giudicata di gran lunga la peggiore: il suo totale disinteresse per le disastrose condizioni economiche del paese. Forse perchè distratto dalle sue grane giudiziarie, non è stato capace, in quasi nove anni da primo ministro, di rimediare, e nemmeno di riconoscere la grave crisi economica italiana. Di conseguenza, lascerà dietro alle sue spalle un paese in condizioni economiche disastrose.

Malattia cronica, non malattia acuta

Questa spietata conclusione potrebbe sorprendere gli studiosi della crisi dell’euro. Grazie alla severa politica fiscale di Tremonti, l’Italia è finora riuscita a sfuggire alla furia dei mercati. Per ora l’Irlanda, e non l’Italia, è la “I” fra i “PIGS” (insieme a Portogallo, Grecia e Spagna). L’Italia ha fin qui evitato lo scoppio di una bolla. Le banche non hanno fatto fallimento. L’occupazione ha tenuto: la disoccupazione è all’8%, in confronto al 20% e più della Spagna. Il rapporto deficit/PIL nel 2011 sarà del 4%, contro il 6% della Francia.

E tuttavia questi numeri rassicuranti sono ingannevoli. La malattia italiana non è acuta, ma cronica, e sta lentamente corrodendo la vitalità economica del paese. Quando l’economia degli altri paesi europei è in sofferenza, quella italiana lo è di più. Quando queste riprendono, quella italiane cresce di meno. Come il nostro rapporto di questa settimana sottolinea, solo Lo Zimbabwe e Haiti hanno avuto, nel decennio terminante nel 2010, una crescita del prodotto nazionale lordo inferiore a quello italiano. Di fatto, il prodotto interlo lordo italiano è in caduta (-17% in tre anni – NdR). L’assenza di crescita, a dispetto degli sforzi di Tremonti, non ha fatto diminuire il debito pubblico, che è ancora al 120% del PIL (il terzo, per dimensioni, fra tutti i paesi industrializzati). Questo è tanto più preoccupante, dato il rapido invecchiamento della popolazione italiana.

Il relativamente basso tasso di disoccupazione nasconde alcuni aspetti preoccupanti. Un quarto dei giovani – ma molto di più nel sud depresso – è senza lavoro. La partecipazione femminile alla forza di lavoro è al 46%, il valore più basso in Europa. Il mix di bassa produttività e salari relativamente alti ha eroso la competitività del paese. Mentre negli ultimi anni la produttività è cresciuta del 20% negli USA, e del 10% in Gran Bretagna, in Italia è diminuita del 5%. L’Italia si classifica 80° nell’indice “Doing Business” della World Bank, dietro alla Bielorussia ed alla Mongolia, e 48° nella classifica della competitività del World Economic Forum, dietro all’Indonesia ed alle Barbados.

Il Governatore Draghi (in uscita verso la guida della Banca Centrale Europea) ha sputato fuori tutto recentemente, in un discorso d’addio che ha colpito duro. Ha insistito sulla necessità di grandi riforme economiche strutturali. Ha sottolineato la stagnazione della produttività, ed ha attaccato le politiche del governo, che non solo non hanno incoraggiato lo sviluppo italiano, ma spesso hanno messo i bastoni fra le ruote: ritardi nella riforma della giustizia civile, università scadenti, assenza di competitività nei servizi pubblici e privati, un mercato del lavoro a due livelli, uno di insiders protetti, un altro di outsiders esposti alle intemperie. Infine, un numero troppo piccolo di grandi aziende.

Tutti questi elementi stanno intaccando la un tempo acclamata qualità della vita in Italia. Le infrastrutture stanno diventando “sciatte”. I servizi pubblici stanno diventando sovraccarichi ed insufficienti. L’ambiente è in sofferenza. I redditi in termini reali, nella migliore delle ipotesi sono stagnanti. I giovani italiani ambiziosi stanno lasciando il paese a frotte, lasciando il paese in mano ad una élite vecchia, costituita da intoccabili. Pochi europei disprezzano come gli italiani i loro politici corrotti.

Eppur si muove

Quando i giornali hanno iniziato ad accusare Berlusconi, molti uomini d’affari italiani hanno replicato che solo la furfantesca faccia di tolla di Berlusconi avrebbe potuto offrire una qualche chance di modernizzare l’economia. Nessuno rivendica adesso questa sciocchezza. Adesso il mantra è che non sia colpa sua, ma di un paese irriformabile.

E tuttavia la tesi che il cambiamento sia impossibile è non solo disfattista, ma anche sbagliata. A metà degli anni ’90 diversi governi, preoccupatissimi che l’Italia potesse restare fuori dall’area euro, hanno condotto alcune riforme impressionanti. Persino Berlusconi ha fatto occasionalmente passare qualche riforma liberalizzatrice. Nel 2003 con la riforma Biagi, e molti economisti hanno apprezzato le riforme delle pensioni che si sono susseguite. Berlusconi avrebbe potuto fare molto di più, se solo avesse usato il suo grande potere e la sua grande popolarità per fare qualcosa di diverso dal proteggere i suoi personali interessi. L’Italia degli imprenditori pagherà un prezzo molto alto per i piaceri di Berlusconi.

E se i successori di Berlusconi dovessero essere incapaci come lui? La crisi dell’euro sta costringendo Grecia, Portogallo e Spagna verso riforme accolte da dure proteste popolari. A breve termine, questo farà male; nel lungo termine, dovrebbe dare alle economie periferiche nuova energia. Alcuni paesi si accingono a diminuire l’impatto del loro carico di debito attraverso ristrutturazioni dello stesso. Una Italia irriformata e stagnante, con un debito pubblico sopra il 120% del PIL, avrà un colpevole: Berlusconi. Il quale, ne siamo certi, continuerà a sorridere.

> L’articolo on line pubblicato su The Economist:

SILVIO BERLUSCONI has a lot to smile about. In his 74 years, he has created a media empire that made him Italy’s richest man. He has dominated politics since 1994 and is now Italy’s longest-serving prime minister since Mussolini. He has survived countless forecasts of his imminent departure. Yet despite his personal successes, he has been a disaster as a national leader—in three ways.

Two of them are well known. The first is the lurid saga of his “Bunga Bunga” sex parties, one of which has led to the unedifying spectacle of a prime minister being put on trial in Milan on charges of paying for sex with a minor. The Rubygate trial has besmirched not just Mr Berlusconi, but also his country.

However shameful the sexual scandal has been, its impact on Mr Berlusconi’s performance as a politician has been limited, so this newspaper has largely ignored it. We have, however, long protested about his second failing: his financial shenanigans. Over the years, he has been tried more than a dozen times for fraud, false accounting or bribery. His defenders claim that he has never been convicted, but this is untrue. Several cases have seen convictions, only for them to be set aside because the convoluted proceedings led to trials being timed out by a statute of limitations—at least twice because Mr Berlusconi himself changed the law. That was why this newspaper argued in April 2001 that he was unfit to lead Italy.

We have seen no reason to change that verdict. But it is now clear that neither the dodgy sex nor the dubious business history should be the main reason for Italians looking back on Mr Berlusconi as a disastrous, even malign, failure. Worst by far has been a third defect: his total disregard for the economic condition of his country. Perhaps because of the distraction of his legal tangles, he has failed in almost nine years as prime minister to remedy or even really to acknowledge Italy’s grave economic weaknesses. As a result, he will leave behind him a country in dire straits.

A chronic disease, not an acute one

That grim conclusion might surprise students of the euro crisis. Thanks to the tight fiscal policy of Mr Berlusconi’s finance minister, Giulio Tremonti, Italy has so far escaped the markets’ wrath. Ireland, not Italy, is the I in the PIGS (with Portugal, Greece and Spain). Italy avoided a housing bubble; its banks did not go bust. Employment held up: the unemployment rate is 8%, compared with over 20% in Spain. The budget deficit in 2011 will be 4% of GDP, against 6% in France.

Yet these reassuring numbers are deceptive. Italy’s economic illness is not the acute sort, but a chronic disease that slowly gnaws away at vitality. When Europe’s economies shrink, Italy’s shrinks more; when they grow, it grows less. As our special report in this week’s issue points out, only Zimbabwe and Haiti had lower GDP growth than Italy in the decade to 2010. In fact GDP per head in Italy actually fell. Lack of growth means that, despite Mr Tremonti, the public debt is still 120% of GDP, the rich world’s third-biggest. This is all the more worrying given the rapid ageing of Italy’s population.

Low average unemployment disguises some sharp variations. A quarter of young people—far more in parts of the depressed south—are jobless. The female-participation rate in the workforce is 46%, the lowest in western Europe. A mix of low productivity and high wages is eroding competitiveness: whereas productivity rose by a fifth in America and a tenth in Britain in the decade to 2010, in Italy it fell by 5%. Italy comes 80th in the World Bank’s “Doing Business” index, below Belarus and Mongolia, and 48th in the World Economic Forum’s competitiveness rankings, behind Indonesia and Barbados.

The Bank of Italy’s outgoing governor, Mario Draghi, spelt things out recently in a hard-hitting farewell speech (before taking the reins at the European Central Bank). He insisted that the economy desperately needs big structural reforms. He pinpointed stagnant productivity and attacked government policies that “fail to encourage, and often hamper, [Italy’s] development”, such as delays in the civil-justice system, poor universities, a lack of competition in public and private services, a two-tier labour market with protected insiders and exposed outsiders, and too few big firms.

All these things are beginning to affect Italy’s justly acclaimed quality of life. Infrastructure is getting shabbier. Public services are stretched. The environment is suffering. Real incomes are at best stagnant. Ambitious young Italians are quitting their country in droves, leaving power in the hands of an elderly and out-of-touch elite. Few Europeans despise their pampered politicians as much as Italians do.

Eppur si muove

When this newspaper first denounced Mr Berlusconi, many Italian businesspeople replied that only his roguish, entrepreneurial chutzpah offered any chance to modernise the economy. Nobody claims that now. Instead they offer the excuse that the fault is not his; it is their unreformable country’s.

Yet the notion that change is impossible is not just defeatist but also wrong. In the mid-1990s successive Italian governments, desperate not to be left out of the euro, pushed through some impressive reforms. Even Mr Berlusconi has occasionally managed to pass some liberalising measures in between battling the courts: back in 2003 the Biagi labour-market law cut red tape at the bottom, boosting employment, and many economists have praised Italy’s pension reforms. He might have done much more had he used his vast power and popularity to do something other than protect his own interests. Entrepreneurial Italy will pay dearly for his pleasures.

And if Mr Berlusconi’s successors are as negligent as he is? The euro crisis is forcing Greece, Portugal and Spain to push through huge reforms in the teeth of popular protest. In the short term, this will hurt; in the long term, it should give the peripheral economies new zip. Some are also likely to cut their debt burden by restructuring. An unreformed and stagnant Italy, with a public debt stuck at over 120% of GDP, would then find itself exposed as the biggest backmarker in the euro. The culprit? Mr Berlusconi, who will no doubt be smiling still.

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11 commenti

  1. […] anni Berlusconi (sputtanato segretamente da Wikileaks a seguito della pubblicazione di un file […]

  2. […] squallida teoria di cialtroni infatti non dice nulla, non propone nulla. Spalleggiati dagli altri cialtroni loro sodali, i […]

  3. […] riunitosi oggi a Palazzo Chigi (riunione n°145, ore 10:25), sotto la presidenza del Capobanda, Silvio Berlusconi, ha approvato un decreto legge che assicura il rifinanziamento, fino al 31 dicembre prossimo, […]

  4. […] delle qualità più brillanti del Capobanda è, e dove Silvio Berlusconi è, nel suo genere, un grande artista e un grande illusionista è nel creare degli stati […]

  5. […] E il Capobanda? Farà probabilmente la spola tra Roma e Arcore, non disdegnando qualche passerella estiva nell’amata villa Certosa in Sardegna. E Mimmo, per gli amici degli amici, Domenico Scilipoti, uomo dai molteplici interessi, medico ginecologo, luminare messinese dell’agopuntura, alfiere della medicina olistica, dove andrà? […]

  6. […] DEPUTATI E SENATORIIL SENATO DELLA KIPPAH PROROGA LA GUERRAI BAMBINI DEFORMI DI FALLUJAL'UOMO CHE HA FOTTUTO UN INTERO PAESEI grandi crack: l'ARGENTINA e le banche@ staff Il Graffio NewsSWAP E DERIVATI: TECNICHE DI VENDITA E […]

  7. […] il collezionista di prescizioni si è (in)gloriosamente guadagnato sul campo, alcuni indiscutibili, altri più che verosimili, dimostrano di avere un concetto di insulto tutto loro: se chiamiamo invece “evasore” […]

  8. […] selvagge e traguardi epocali in fatto di disoccupazione. Nella italietta berlusconiana, ormai in disfacimento, a fronte di un aumento vertiginoso della disoccupazione, quella giovanile ha conquistato la […]

  9. […] delle vacche per tutte le leggine vergogna a favore del presidente Capobanda, che nel diluvio delle bugie berlusconiane (meno tasse per tutti, città più sicure, più lavoro per tutti) hanno invaso i salotti televisivi […]

  10. […] settimanale inglese The Economist titolava: “The man who screwed an entire country” – “L’uomo che ha fottuto un’intero paese”. “Nonostante il suo successo personale, è stato un disastro come leader nazionale” […]

  11. […] che nessuno elegge o controlla. D’altronde il plutocrate asservito al sistema liberale, Silvio Berlusconi non è l’unico parassita a voltare gabbana col girare del vento. In parlamento siedono vagonate […]


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