L’italia con la “i” minuscola, Irrisa e Indignata

Noi, che pure con il Brasile abbiamo un legame storico di strette collaborazioni (affari per almeno 10 miliardi di euro), come l’Accordo di Partenariato Strategico firmato a Washington il 12 aprile 2010 su difesa, infrastrutture, energia, agroindustria e trasporti, un mix di politiche di sviluppo e politiche sociali che lo hanno fatto grande, un milione di nuovi posti di lavoro creati solo nel 2010 e 14 milioni negli ultimi 8 anni, il programma “Luz para Todos” che ha portato la corrente elettrica nei villaggi più sperduti a 12 milioni di abitanti, senza parlare dell’accesso al credito consentito a pensionati e dipendenti, in termini di politica estera con il Brasile non contiamo nulla. Come si può avere considerazione internazionale per chi passa dal baciamano alle bombe? Il fattorino della Farnesina e ministro (inutile) Franco Frattini, ormai ne è talmente convinto che non ci fa più caso, ne ha preso atto, si è rassegnato ad essere scansato da tutti. Si dimetta, se è questa l’unica soluzione possibile.

«La decisione su Battisti ferisce il nostro senso di giustizia»
[Silvio Berlusconi, Palazzo Chigi – 09 giugno 2011]

Poi, improvvisamente, come un fulmine dal cielo, cade un Cesare Battisti, si sveglia un Silvio Berlusconi, inciampa su Frattini e l’estero ritorna con prepotenza, perché confusamente, distrattamente, qualcuno capisce che «il nostro senso di giustizia», collasso del BelPaese legato al collasso del suo governo, ridicolizzato dai continui attacchi alla Magistratura, ha compromesso gli interessi nazionali depositati nella filiale della Cassa del Nulla. Ma perché l’Italia avrebbe dovuto essere ascoltata quando ha dimostrato di non saper far nulla tranne che occuparsi dei legittimi impedimenti nei processi di Berlusconi?

«Prendo atto con profondo rammarico»
[Franco Frattini, Ministero degli Affari Esteri – 09 giugno 2011]

La politica estera, e il suo strumento di attuazione, la diplomazia, sembrano accessori inutili, distrazioni, quando urgono interessi interni. Il fatto è – lo si accetti o no – che siamo stati lasciati fuori dalla storia. Ancora una volta. E ancora una volta per colpa nostra. Per l’inettitudine di un governo che oscilla tra opposti eccessi e annacqua le sue posizioni sbandierando per propaganda l’italica indignazione quando viene meglio comodo, in nome delle sempre più disastrate alchimie parlamentari, tra i mal di pancia della Lega (che in tal senso propone di boicottare i mondiali di calcio del 2014 in Brasile) e i vergognosi ricatti dei sedicenti “responsabili” (non pervenuti). Un governo troppo impegnato a risolvere le questioni personali del suo Capobanda, per potersi permettere di gestire anche un ruolo nel mondo, la propria immagine, i propri interessi. Siamo una nazione a sovranità del nulla con un esecutivo del niente. Digiamolo con franchezza, l’Italia è considerata a livello internazionale completamente inaffidabile. Ecco il risultato. Un paese che non conta più nulla sulla scena internazionale.

E a proposito di interessi nazionali: come pontificavano parti della maggioranza, nei giorni di Gheddafi a Roma, del tendone piantato nel parco di villa Doria Pamphili, del carosello in suo onore e delle veline da convertire all’Islam. Come pontificavano, a chi osava criticare la politica del baciamano e dell’inchino. Come ribadivano l’utilità di quella penosa messinscena per il bene del BelPaese: per difendere i nostri interessi nazionali. Quanti parrucconi e baciapile d’accatto, se fossero stati nei panni delle autorità italiane, avrebbero consegnato un Cesare Battisti al Brasile?

L’Italia negò l’estradizione di Abdullah Öcalan il leader del Partito dei Lavoratori del Kurdistan alla Turchia (ma poi glielo diede sotto banco, in perfetto stile italiano), ma lì c’era il rischio di condanna a morte che cozzava con la nostra “democratica” Costituzione. Da Mosca Öcalan giunse a Roma il 12 novembre 1998 accompagnato da Ramon Mantovani, deputato di Rifondazione Comunista. Il leader del PKK si consegnò alla polizia italiana, sperando di ottenere in qualche giorno asilo politico. Ma la minaccia di boicottaggio verso le aziende italiane spinse il governo D’Alema a ripensarci. Interessi nazionali, si disse. Dopo 65 giorni, il 16 gennaio 1999, Öcalan fu convinto a partire per Nairobi, in Kenia. Dopo essere stato catturato il 15 febbraio 1999, è stato condannato il 29 giugno 1999 per attività separatista armata, considerata come terrorismo dalla Turchia, Stati Uniti e Unione europea. Oggi sconta l’ergastolo nelle carceri turche.

Uno Stato democratico come quello italiota in cui il presidente del Consiglio e quanti condannati con sentenza definitiva occupano abusivamente gli scranni parlamentari, proprio in base a sospetti sulla Magistratura dello Stato di cui sono pure guida, si sottraggono, con vari espedienti, alle leggi del proprio Paese. In realtà, nel caso Battisti, scontiamo anni di peloso garantismo destroide e sinistroide. Qui da noi, un tale Adriano Sofri, ex Lotta Continua, condannato a 22 anni di reclusione per l’assassinio sotto casa del commissario di polizia Luigi Calabresi, dopo 9 processi, di cui uno, caso raro in Italia, di revisione, gode del massimo di garanzie che uno Stato può offrire a un suo cittadino: nel giugno 2005 ha ottenuto la semilibertà per collaborare con la Scuola Normale Superiore di Pisa, attualmente è agli arresti domiciliari, ma è stato autorizzato a partecipare a vari incontri e trasmissioni televisive. Collabora oggi con La Repubblica e Il Foglio.

In verità siamo noi, noi italiani, che ci siamo messi in questa situazione giuridicamente ambigua che con lo Stato di diritto e la democrazia non ha nulla a che vedere. E Silvio Berlusconi che ha guidato per quattro volte il governo ha dato il suo potente e determinante contributo alla delegittimazione della giustizia dello Stato di cui pure è alla guida e, con essa, alla delegittimazione del BelPaese. Nella sostanza e nell’immagine. Per cui è patetico che adesso facciamo le suorine scandalizzate perché il Brasile non ci consegna l’assassino Cesare Battisti. Raccogliamo ciò che, in questi anni, abbiamo seminato. All’interno ci consideriamo un Paese democratico. All’estero ci vedono per quello che siamo e appariamo: un Paese in cui sono saltate tutte le regole dello Stato di diritto.

Cesare Battisti, enfant gaté della Gauche caviar e campione assoluto dell’impunità, è stato condannato in contumacia all’ergastolo, con sentenze passate in giudicato, per aver commesso quattro omicidi. La prima fase della sua latitanza venne trascorsa in Francia, dove beneficiò della dottrina Mitterrand. Venne arrestato in Brasile nel 2007. Il 31 dicembre 2010 il presidente Luiz Inácio Lula da Silva annunciò il rifiuto all’estradizione in Italia. Della questione venne investita la Corte costituzionale brasiliana che l’8 giugno 2011 ha rifiutato definitivamente l’estradizione. Da ieri Cesare Battisti è un uomo condannato per quattro omicidi ma libero.

Resta il fatto che, nel ’68, la gente, molta gente, la gente più sensibile e più impegnata, voleva sottomettersi a un regime totalitario, quello comunista. Se ne rendevano conto? La maggior parte dice di no. Ci furono intellettuali italiani che andarono in Cina a godere: a godere nel vedere intellettuali a scavare fosse e riempirle nei campi di rieducazione e ce ne furono anche altri che godevano nell’assistere alle esecuzioni di massa negli stadi, per poi tornare in patria per esporre i progressi che la giustizia proletaria stava facendo.

La maggior parte dei sessantottini, forse, non calcolava abbastanza le conseguenze orrende della propria scelta, ma sempre di scelta consapevole si parla. Tutti i sessantottini volevano, consapevolmente, sfuggire alla società aperta e al capitalismo, per rifugiarsi in una “comoda” identità collettiva, in un gruppo dove essere accettati, ma anche epurati. La sempre presente influenza sovietica e la rivoluzione culturale cinese avevano fatto pensare che il benessere potesse crescere dalla bocca di un fucile, che eliminando fisicamente i cattivi si potesse creare una società buona.

E così via coi sogni: chi sognava di demolire il capitalismo e costruire una società dove la lotta di classe si estingueva con l’estinzione dei borghesi; chi sognava di demolire il capitalismo con il ritorno a società più primitive. E chi, invece, professionisti dell’utopia vanno oggi in giro, a spese del contribuente e con alta protezione delle pubbliche autorità, a parlare di “rispetto della Legge a garanzia della Giustizia”, incensatori e pensatori che fino a qualche anno fa, nell’era delle guerriglie urbane, dei partiti armati e delle lotte continue, ritenevano che l’arte della Legge consistesse nel dare al prossimo la Giustizia Eterna sparandogli alle spalle in un agguato o accoppandolo alla fine di un soggiorno in qualche prigione del popolo. La tragedia degli anni Settanta finisce così: con una richiesta di pensione.

Può darsi, magari è tempo, per tutti, di chiudere i conti con la cronaca del passato e di lasciare la parola alla storia. Non è facile, perché gran parte di chi era lì c’è ancora. Conta e fa sentire il suo peso: nelle interpretazioni, nei ricordi, nel fare opinione, politica, cultura. La libertà d’espressione, lo sappiamo, è sacra e inalienabile. Ma chi, quei giorni, non li ha vissuti, qualcosa forse può chiedere ad una generazione di vecchi, cattivi, maestri: una scelta morale, il silenzio. Il silenzio di chi non ha più nulla da confessare. E ha la consapevolezza, umana, di aver già sbagliato.

Le condanne per omicidio a carico di Cesare Battisti

In Italia Cesare Battisti è stato condannato come responsabile di 4 omicidi, tre come concorrente nell’esecuzione, uno coideato ed eseguito da altri:

  • 6 giugno 1978 a Udine, Antonio Santoro, maresciallo di Polizia penitenziaria. Il delitto viene rivendicato il giorno dopo dai PAC con una telefonata al Messaggero Veneto. A sparare furono Battisti e una complice.
  • 16 febbraio 1979 a Milano, Pierluigi Torregiani, gioielliere. Il delitto venne rivendicato dai Nuclei Comunisti per la Guerriglia Proletaria con un volantino lasciato in una cabina telefonica. Battisti fu condannato come coideatore e coorganizzatore. Nel corso dell’assassinio di Torregiani venne coinvolto anche suo figlio Alberto, che da quel giorno vive paralizzato su una sedia a rotelle per un colpo sparato dal padre durante il conflitto a fuoco con gli attentatori. Torregiani, il 22 gennaio precedente, aveva ucciso un rapinatore durante una tentata rapina in una pizzeria in cui si trovava con i gioielli che aveva mostrato ad una vendita televisiva.
  • 16 febbraio 1979 a Santa Maria di Sala, Lino Sabbadin, che svolgeva attività di macellaio a Mestre; Battisti fu complice nell’omicidio facendo da copertura armata all’esecutore materiale Diego Giacomin. Sabbadin si era opposto con le armi al tentativo di rapina del suo esercizio commerciale.
  • 19 aprile 1979 a Milano, Andrea Campagna, agente Digos. Il delitto fu rivendicato dai PAC e poi da altri gruppi terroristici, per cui i PAC intervennero con una seconda telefonata di rivendicazione. Omicidio eseguito con diversi colpi d’arma da fuoco al volto, di cui fu riconosciuto come l’esecutore materiale.
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