L’Ultima THULE

Occidente nei guai. Si risolveranno, certo, ma pungono molto l’assetto atlantico. Il teatro del problema si chiama Islanda. E non si tratta della devastante nube gassosa emessa dalle eruzioni del vulcano Eyjafjallajoekull. Priva com’è di materie prime, l’Islanda è un pò, nell’Atlantico del nord, come Malta nel Mediterraneo: è posta tra un meridiano e un parallelo militarmente strategico. Ed è anche uno Stato ostico per gli stranieri, nonostante le occupazioni secolari e le recenti sconfitte nelle sue “guerre del merluzzo” contro la Gran Bretagna. Non ama molto l’Europa di Bruxelles, né, tantomeno, l’euro.

Occupata militarmente dai britannici (loro dicono che vi sono andati per “tutelare la libertà”) dal 10 maggio 1940 al 7 luglio 1941 – quando la Royal Army fu sostituita dalle truppe “più democratiche” Usa – “indipendente” nel ‘44 sotto la tutela dei marines, costretta a entrare nella Nato il 30 marzo del 1949, ha sempre rifiutato una partecipazione attiva all’Alleanza militare d’Occidente, escludendo nel Trattato interventi armati contro altre nazioni. Salvo, naturalmente – come peraltro anche i tre maggiori Stati sconfitti nella seconda guerra mondiale (Germania, Giappone, Italia) – concedere una base militare alle potenze occupanti, quella di Keflavik. E “partecipare” (come dire di no ai padroni per un “semplice supporto logistico”?) alle guerre “umanitarie” contro l’Iraq o la Serbia. Ma giungiamo ai tempi attuali. Il crack finanziario delle banche atlantiche ha imposto la nazionalizzazione degli istituti di credito islandesi. La corona è stata di fatto svalutata da una potente inflazione. La “terapia liberista” ha fatto il resto tagliando il reddito ai cittadini. Di fronte alle condizioni usuraie capestro proposte come “soluzione-strangolamento dagli “istituti di beneficienza” (banche d’affari, Fmi) mondiali, ha accettato un intervento di sostegno dalla Russia. Non è tutto.

Il 31 maggio diciotto dei 63 parlamentari islandesi (si badi bene: quindici dei quali della coalizione governativa, e cioè quelli del partito verde di sinistra) hanno avanzato una risoluzione per chiedere l’uscita dell’Islanda dalla Alleanza Atlantica. Con tutte le implicazioni che tale atto comporta: la messa a rischio del sistema di controllo militare e di rifornimento nel triangolo Groenlandia, Islanda, Gran Bretagna (e Ulster occupato in Irlanda del nord).

Non è poco.

Si diceva, nell’incipit, che probabilmente questa “crisi” rientrerà, e cioè sarà fatta rientrare a suon di dollari-sterline-corone che gli angloamericani metteranno, forse, a disposizione del nervoso alleato.

Resta però aperta qualche variante. Se Washington e Londra non sono dei mecenati, non lo è neppure Mosca. E anch’essa entrerà indirettamente in gioco. Con quali esiti, si vedrà. Non solo: in fondo già Pitea 2336 anni fa dichiarava l’isola dell’aurora polare, la mitica Thule. La terra d’origine degli europei. L’Europa, perché no, potrebbe anche rinascere lì.

da Ugo Gaudenzi, direttore RINASCITA

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