LA BANCA VATICANA, UNA LOBBY DI DIO

L’1 giugno 2011 la Procura di Roma ha disposto il dissequestro dei 23 milioni di euro dello Ior (Istituto per le Opere di Religione), l’istituto di credito della Santa Sede, depositati nella sede romana del Credito Artigianato Spa (gruppo Credito Valtellinese). Due le movimentazioni di denaro fatte sul conto che finirono nel mirino dei procuratori romani: una prevedeva la destinazione di 20 milioni di euro alla banca tedesca J.P. Morgan Frankfurt, l’altra un bonifico di 3 milioni di euro alla Banca del Fucino e ritenuti oggetto di «movimentazione sospetta». I 23 milioni di euro furono «congelati» lo scorso settembre dal gip Maria Teresa Covatta e l’emissione del provvedimento eseguito dalla Guardia di Finanza nell’ambito dell’inchiesta che vede indagati il presidente, Ettore Gotti Tedeschi, e il direttore generale, Paolo Cipriani, per violazione di normativa antiriciclaggio (commi 2 e 3 dell’articolo 55 del decreto legislativo 231 del 2007) con riferimento a operazioni finanziarie di dubbia liceità. Le verifiche erano la conseguenza delle nuove disposizioni di Bankitalia (l’ultima del 9 settembre scorso) in materia di rapporti con lo Ior: questo è equiparato, secondo la Banca d’Italia, a un istituto di credito extracomunitario e per questa fattispecie gli obblighi di verifiche non sono semplificati, ma rafforzati. Quelle oggetto di sequestro preventivo non furono le uniche operazioni dello Ior a essere finite sotto la lente di ingrandimento della Procura: al vaglio dei magistrati ci sono, infatti, anche alcune movimentazioni di denaro su un conto da milioni di euro aperto presso la filiale romana di Unicredit di via della Conciliazione, i cui veri titolari sono sconosciuti. Per la prima volta la magistratura italiana bloccava operazioni finanziarie dello Ior, la banca che fa capo al Vaticano. Ora, invece, tra i motivi dell’iniziativa del procuratore aggiunto Nello Rossi e del pm Stefano Rocco Fava c’è anche l’emanazione, da parte dell’autorità Vaticana di una legge concernente «la prevenzione ed il contrasto del riciclaggio dei proventi di attività criminose». Amen.

Gesù entrò poi nel tempio e scacciò tutti quelli che vi trovò
a comprare e a vendere; Rovesciò i tavoli dei cambiavalute
e le sedie dei venditori di colombe e disse loro:
«La mia casa sarà chiamata casa di preghiera
ma voi ne fate una spelonca di ladri
»
[Matteo 21, 12 -17]

Lo Ior è stato più volte coinvolto in scandali, finanziari e non, fra i quali spiccano l’affare Sindona e il crac del Banco Ambrosiano.

[da LA BANCA VATICANA, Jonathan Levy]

(…stralci…)

Ufficialmente la Banca Vaticana è nota come l’Istituto per le Opere di Religione o IOR. In ogni caso la religione ha ben poco a che fare con la Banca.

Il Papa, come unico azionista della Banca Vaticana, è uno degli uomini più ricchi al mondo e, di conseguenza, anche uno uno dei meno etici. La Banca Vaticana ha la particolarità di essere una delle istituzioni finanziarie più riservate al mondo. In effetti se ne sa molto poco: solo quelle poche informazioni che il Vaticano rilascia.

I possedimenti della Banca Vaticana sono un assunto spinoso e un grande mistero, sempre che si creda al Vaticano. Una delle fonti di informazioni più affidabile è padre Thomas J. Reese, autore di parecchi libri riguardanti la Chiesa Cattolica, inclusi i bestsellers Inside the Vatican e Archbishop. Basandosi sulle sue interviste a chierici del Vaticano, Reese ha dedicato un intero capitolo di Inside the Vatican (Cambridge MA: Harvard University Press, 1996:205) alle finanze papali. Reese era sicuro rispetto al proprietario della Banca Vaticana: “Lo IOR è in un certo senso la banca del Papa, che è il solo e unico azionista. Lo possiede, lo controlla“.

(…) Maggiori informazioni riguardo lo IOR possono essere raccolte dalle cause civili e penali. Il Papa fondò il precursore dello IOR NEL 1887, che si chiamava Commissione per le Opere Pie. Nel 1941 la Commissione fu trasformata nell’Istituto di Opere Religiose “a scopo di lucro”, attraverso l’emissione di statuti promulgati con l’approvazione di Pio XII. La base economica su cui lo IOR era fondato consisteva nei capitali della Santa Sede. L’eccedenza dei profitti, se ci fosse stata, sarebbe stata affidata alla Santa Sede. Successivamente lo IOR è diventato sia una risorsa per i fondi operativi del Vaticano sia una passività corrente, come nel caso Alperin contro la Banca Vaticana.

Pubblicamente la funzione della Banca è quella di esistere per servire la Chiesa, come previsto dalle norme della stessa, chiamate chirografi. La Santa Sede è il governo ufficiale della Chiesa Cattolica di Roma sia della Città del Vaticano, un micro-Stato completamente indipendente situato a ridosso sul fiume Tevere, a Roma. La Città del Vaticano è sede di tre istituzioni finanziarie:

  • l’Amministrazione del Patrimonio della Sede Apostolica (APSA), che funziona da Banca Centrale del Vaticano;
  • il Ministero dell’Economia;
  • la Banca Vaticana (IOR);

La Città Stato del Vaticano – con una popolazione di 800 abitanti circa e un territorio di 441.000 mq – è la nazione più piccola del mondo e forse tre istituti finanziari così importanti potrebbero non sembrare necessari, ma la Santa Sede è anche la sede da cui vengono governati un miliardo di cattolici in tutto il mondo e in quanto tale ha esigenze e obiettivi che non possono essere soddisfatti mediante istituti bancari convenzionali.

La Banca Vaticana non è responsabile nè verso la Banca Centrale del Vaticano nè verso il Ministero dell’Economia; infatti funziona in modo indipendente con tre consigli d’amministrazione: uno costituito da cardinali di alto livello, un altro costituito da banchieri internazionali che collaborano con impiegati della Banca Vaticana e infine un consiglio d’amministrazione che si occupa degli affari giornalieri. Tali strutture organizzative così chiuse sono la norma nella Santa Sede e sono utili per mascherare le operazioni della Banca.

Lo IOR funge da banchiere privato della Chiesa. Nonostante sia di proprietà del Papa, la Banca, sin dal principio, è stata più volte coinvolta nei peggiori scandali, corruzioni e intrighi. (…) La Banca Vaticana afferma di non conservare alcun documento relativo al periodo della Seconda Guerra Mondiale; infatti secondo il procuratore della Banca Vaticana, Franzo Grande Stevens, lo IOR distrugge tutta la propria documentazione ogni dieci anni, un’affermazione alla quale nessun banchiere responsabile crederebbe.

(…) La Banca Vaticana ha la particolarità di essere una delle istituzioni finanziarie più riservate al mondo. Nel corso degli anni Cinquanta e Sessanta, lo IOR ha prosperato grazie al riciclaggio dei fondi destinati a ricche famiglie italiane che non potevano trasferire facilmente il denaro all’estero a causa delle restrizioni previste dalla legge italiana sul trasferimento di valuta. I conti della Banca Vaticana sono nominalmente riservati agli ecclesiastici e alle organizzazioni cattoliche; tuttavia questa politica è stata sospesa in alcune circostanze storiche. Secondo Nick Tosches – autore di Il Mistero Sindona (Power on Earth), la biografia di Michele Sindona – l’ex presidente della Banca Vaticana, il vescovo Paul Marcinkus, si vantava che il loro sistema di esportazione delle lire e di evasione delle tasse fosse il “crimine perfetto“.

Un esempio di collusione tra mafia e Banca Vaticana fu il tentativo dello IOR, nel 1973, di spacciare obbligazioni statunitensi contraffatte per un valore di 14,5 milioni di dollari. David Guyatt – giornalista d’inchiesta e autore di Deep Black Lies – in una dichiarazione rilasciata durante la causa Alperin, affermò che in realtà i 14,5 milioni di dollari non erano altro che la punta di un iceberg. L’ex presidente della Banca Vaticana Marcinkus e il “finanziere” Michele Sindona si erano offerti di acquistare obbligazioni fraudolente per un valore di 950 milioni di dollari, con un notevole sconto da parte della mafia di New York. Il Dipartimento di Giustizia americano intervenne prima che l’affare fosse concluso, ma Marcinkus e Sindona proseguirono con truffe sempre più grandi e meglio organizzate, fino a controllare gran parte del sistema bancario.

Dalla fine degli anni Settanta, lo IOR divenne uno dei maggiori esponenti dei mercati finanziari mondiali. Sotto la tutela del vescovo americano (uno spilungone di un metro e 90) Paul “Gorilla” Marcinkus, il vescovo Paolo Hnilica, Licio Gelli, Roberto Calvi e Michele Sindona, la Banca Vaticana divenne parte integrante di numerosi progetti papali e mafiosi per riciclaggio di denaro, in cui era difficile determinare dove finiva l’opera del Vaticano e dove cominciava quella della mafia.

Il Banco Ambrosiano di Calvi e numerose società fantasma dirette dallo IOR di Panama e del Lussemburgo (con nomi propizi quali Manic, Bellatrix, Belarosa, Erin, Startfield e United Trading Corporation) presero il controllo degli affari bancari italiani e funsero da canale sotterraneo per il flusso di fondi verso l’Europa dell’Est, in appoggio all’Unione nazionale anticomunista. Marcinkus fu il direttore del Banco Ambrosiano (a Nassau e alle Bahamas), ed esisteva una stretta relazione personale e d’affari con Calvi e Marcinkus. Sfortunatamente, molti di quelli coinvolti non erano solo collegati alla mafia, ma erano anche membri della famigerata loggia massonica P2, con il risultato finale della sparizione del denaro di molte persone, inclusa una singola transazione di 95 milioni di dollari (documentata dalla Corte Suprema irlandese). Non appena le macchinazioni vennero a galla a causa di un errore di calcolo attribuito a Calvi, le teste cominciarono letteralmente a rotolare.

L’impero bancario Ambrosiano fu destabilizzato da uno scontro ai vertici del potere interno, che coinvolgeva la Banca Vaticana, la Mafia e il braccio finanziario dell’oscuro ordine cattolico dell’Opus Dei. Calvi volò in tutto il mondo, cercando di contenere il danno, ma era troppo tardi. La dichiarazione di Guyatt alla Corte spiega una delle probabili ragioni del destino di Calvi:

Durante una conversazione privata con un ex banchiere intermediario di alto livello – che una volta aveva il controllo sulle attività bancarie centrali e che conosceva personalmente Roberto Calvi – sono stato informato del motivo dell’assassinio di Calvi. Costui spiegò che la banca di Calvi era sull’orlo del collasso a causa della sparizione di centinaia di milioni di dollari passati attraverso i flussi bancari dello IOR che erano collegati al riciclaggio di denaro della mafia. Preso dalla disperazione Calvi si trasferì a Londra per ottenere un pacchetto finanziario di salvataggio proveniente da un rappresentante dell’Opus Dei – una setta cattolica, estremamente potente, legata alla destra, losca e ricca che è diffusamente considerata autrice di attività estremamente sospette.

[Declaration of David Guyatt in Support of Jurisdicional Discovery, 5 december 2000]

L’Opus Dei, in ogni caso, decise di non garantire per il Banco Ambrosiano e Calvi fu trovato “suicidato“, impiccato sotto il ponte di Blackfriars a Londra, con alcuni sassi infilati nelle tasche, una scena ricca di simbolismo massonico.

(…) Il collasso del Banco Ambrosiano si concluse con la perdita di 1,5 miliardi di dollari, una parte dei quali (valutata attorno ai 250 milioni di dollari) fu coperta dalla Banca Vaticana, minacciando la solvibilità del Vaticano stesso. La segretaria personale di Calvi morì 12 ore dopo di lui, buttandosi dalla finestra del suo ufficio al quarto piano nel quartiere generale del Banco Ambrosiano a Milano, in un altro apparente suicidio.

Michele Sindona, il mentore di Calvi, dopo aver inscenato il proprio rapimento, fu arrestato con l’accusa di sciacallaggio ai danni della Franklin National Bank. Morì nel 1986 in un carcere italiano dopo aver bevuto una tazza di caffè contenente arsenico. Il file dell’FBI su Sindona, disponibile secondo il Freedom of Information Act, consiste in 27 incredibili volumi. Nonostante i documenti siano stati pesantemente ritoccati dall’FBI prima di venire concessi in visione ai procuratori del caso Alperin, Sindona risulta ripetutamente collegato a innominate forze corrotte del Vaticano.

Il vescovo Paolo Hnilica fu arrestato dopo aver tentato di acquistare il contenuto della valigetta mancante di Calvi, che era misteriosamente scomparsa alla sua morte, con il denaro fatto transitare dalla mafia romana attraverso lo IOR. Guyatt racconta che la valigetta conteneva una lettera in cui si domandava al Vaticano la restituzione di un miliardo di dollari presi in prestito dall’Ambrosiano.

Il disprezzo di Monsignor Marcinkus verso le autorità civili era leggendario e sembra che una volta abbia dichiaratoi che “non basta guidare la Chiesa a suon di Ave Maria“. Dopo tutto la Banca Vaticana non dimentica mai uno sgarbo. Gli avvocati del Vaticano hanno affermato davanti alla corte del caso Alperin che la scorciatoia utilizzata da Marcinkus nei confronti della giustizia è la prova schiacciante del fatto che nessun tribunale, se non quelli farsa del Papa stesso, può giudicare le azioni della Banca Vaticana in patria e all’estero.

Un grafico (guarda sopra, ndr) realizzato dalla Guardia di Finanza italiana rivela che Hnilica e la Pro Fratibus usavano i conti dello IOR nonchè i conti presso le banche collegate, ovvero la Banca Nazionale del Lavoro e il Banco di Napoli. Nel grafico si vede Hnilica al comando di una vasta organizzazione di riciclaggio di denaro, i cui profitti venivano trasferiti allo IOR. Questo genere di operazioni di grande profitto erano la norma durante il regno di Marcinkus, in seguito, divenne il capo della sicurezza di Giovanni Paolo II dopo la prematura morte di Giovanni Paolo I. Lo scrittore d’inchiesta, David Yallop, ha scritto un documento sconvolgente riguardo al fatto che Giovanni Paolo I sia stato avvelenato a causa del suo impegno per chiudere o per ripulire la Banca Vaticana. L’avido giocatore di golf Marcinkus si è poi ritirato in Arizona, nell’area di Scottsdale, portando con sè i suoi segreti.

Angelo Caiola, capo della Banca Vaticana, ha cercato senza alcun risultato di risanare la squallida immagine dello IOR, evidenziando l’assistenza offerta alla Chiesa. Lo IOR gestisce gli sportelli automatici (bancomat) del Vaticano e i conti dei funzionari della Chiesa e delle organizzazioni religiose, ma anche questi semplici compiti hanno comportato delle violazioni. Nel 1993, lo IOR ha ammesso passati coinvolgiumenti nel giro delle tangenti dei politici italiani. In  tempi più recenti, come documentato da autorevoli reportage della rivista Fortune (Washing money in the holy see – leggi articolo in basso, ndr), Martin Frankel, un truffatore americano, ha utilizzato i conti dello IOR per far sparire milioni di dollari sottratti ai fondi assicurativi. Franklen si trova ora all’interno di una prigione del Connecticut in attesa di processo, però i contanti che sono andati allo IOR restano irreperibili. Questo è dovuto in parte alla riservatezza della Banca e, in maggior misura, alla mancanza di conoscenza da parte delle istituzioni sul funzionamento della Banca Vaticana e delle sue operazioni.

Lo IOR ha negato qualsiasi tipo di coinvolgimento con Frankel, ma l’ex legale di Frankel, Thomas Bolan (ex socio di Roy Cohn), ha usato la sua influenza sui funzionari della Chiesa Cattolica per conto di Frankel, per creare la Fondazione St. Francis, attraverso la quale circa 1,98 miliardi di dollari potrebbero essere stati riuciclati come denaro sporco. Bolan, oltre ai suoi contatti con il clero, dice di essere stato abbindolato da Frankel, eppure una volta era consigliere di Michele Sindona. Una pura coincidenza?

A Cleveland l’arresto nel 2001 del consulente legale del Vaticano, tale Monsignor Colagiovanni conferma i sospetti di Guyatt sul fatto che Frankel avesse preso parte a uno dei maggiori scandali riguardanti la Banca Vaticana. Dato che il caso Frankel promette di arrivare in alto nella gerarchia e nella struttura bancaria del Vaticano, non ci si sorprenderebbe di venire a conoscenza della sua morte prematura, entrando nella schiera di Calvi e Sindona, persone che avevano cercato di attaccare lo IOR per i loro scopi personali.

C’è del metodo nella pazzia dello IOR. Esperti bancari e dei servizi segreti concordano sul fatto che il modo migliore per riciclare denaro sia emulare la Chiesa Cattolica Romana. La Banca Vaticana, fin dai suoi inizi, ha gestito depositi di oro con la Federal Reserve e mantiene relazioni di corrispondenza bancaria con molte delle principali banche mondiali. Questo tipo di relazioni fanno sì che banche relativamente piccole possano operare attraverso banche più grandi e prestigiose, senza la necessità di una presenza fisica. Si ritiene che lo IOR, che afferma di non svolgere alcun tipo di attività negli Stati Uniti, si appoggi a giganti bancari quali la Republic Bank of New York, la Bank of America e la J.P. Morgan Chase.

Sebbene i conti di corrispondenza bancaria solitamente non sottopongano una banca alla giurisdizione del paese ospitante, lo IOR opera negli Stati Uniti con una relativa immunità, doppiamente protetta dalla rivendicazione della propria immunità sovrana per appartenenza alla Santa Sede. I pochi esperti bancari che conoscono bene lo IOR sono spesso coinvolti in traffici di oro sporco e in loschi affari. Così la Banca Vaticana, mentre viene spesso collegata a fatti di corruzione e frode, non è ancora condannabile a causa della scarsa conoscenza delle sue attività interne e alla sua rivendicazione di immunità sovrana.

E mentre l’Unione Europea e gli Stati Uniti fanno pressione su piccole isole in mare aperto per risanare le proprie attività bancarie, la Banca Vaticana rimane in disparte. Le operazioni bancarie sporche sono un vizio che i Papa apparentemente non abbandoneranno mai; sono troppo redditizie.

da Jonathan Levy, LA BANCA VATICANA

IL GIALLO DELLA MORTE DI ROBERTO CALVI

Il 9 giugno 1982 Roberto Calvi giunse da Milano a Roma in aereo, dove incontrò il faccendiere Flavio Carboni, col quale organizzerà la fuga verso l’estero. L’11 giugno si diresse a Venezia, per poi raggiungere Trieste, e successivamente la Jugoslavia per proseguire poi per Klagenfurt. Il 14 giugno Calvi incontrò Carboni al confine con la Svizzera, per poi partire il 15 giugno verso Londra, dall’aeroporto di Innsbruck. Il 16 giugno Carboni partì da Amsterdam per raggiungere Calvi a Londra. Il 18 giugno venne trovato impiccato da un impiegato postale, sotto il Ponte dei Frati Neri sul Tamigi in circostanze molto sospette, con dei mattoni nelle tasche e 15.000 dollari addosso. Fu trovato anche un passaporto con le generalità modificate in “Gian Roberto Calvini”.

Nelle sue tasche venne ritrovato anche un foglio con alcuni nominativi: quello dell’industriale Filippo Fratalocchi (noto produttore di armamenti e presidente di Elettronica SpA), del politico democristiano Mario Ferrari Aggradi, del piduista Giovanni Fabbri, di Cecilia Fanfani, dell’amico di Sindona ed ex consigliere del Banco di Roma Fortunato Federici, del piduista e dirigente BNL Alberto Ferrari, del piduista e dirigente del settore valute del Ministero del Commercio Estero Ruggero Firrao e del Ministro delle Finanze del PSI Rino Formica.

La magistratura inglese liquidò la morte di Roberto Calvi come suicidio, come affermato da una perizia medico-legale. Sei mesi dopo, la Corte Suprema del Regno Unito annullò la sentenza per vizi formali e sostanziali ed il giudice che l’aveva emessa venne incriminato per irregolarità. Il secondo processo britannico lasciò aperta sia la porta del suicidio, sia quella dell’omicidio. Nel 1988 iniziò in Italia una causa civile che stabilì che Roberto Calvi era stato ucciso e impose a un’assicurazione il risarcimento di 3 milioni di dollari alla famiglia. Un nuovo procedimento legale sulla morte di Calvi è stato aperto in Inghilterra nel settembre 2003.

IL PROCESSO IN ITALIA

Una prima indagine della procura di Milano archiviò il fatto come suicidio. Nel momento in cui, nel 1992, la procura di Roma venne in possesso di nuovi elementi per riaprire il caso come omicidio volontario e premeditato, la Cassazione decise il passaggio della competenza da Milano a Roma. L’indagine proseguì con l’ordinanza di custodia cautelare emessa nel 1997 dal gip Mario Alberighi a carico di Pippo Calò e Flavio Carboni, accusati di essere i mandanti dell’omicidio. Secondo l’accusa, Calvi sarebbe stato ucciso perché impossessatosi del denaro di Calò e Licio Gelli, maestro venerabile della P2. L’anno successivo, una nuova perizia sulla morte di Calvi, ordinata dal gip Otello Lupacchini, stabilì l’infondatezza dell’ipotesi del suicidio. Il processo penale iniziò il 5 ottobre 2005 in un’Aula del carcere di Rebibbia, a Roma. Imputati furono il boss di Cosa Nostra Pippo Calò e Flavio Carboni, accusati di omicidio, Ernesto Diotallevi, esponente della Banda della Magliana, il contrabbandiere Silvano Vittor e la compagna di Carboni, Manuela Kleinszig.

L’accusa fece leva sulle circostanze della morte di Calvi per dimostrare la colpevolezza degli imputati (tra cui una telefonata effettuata dalla camera dove alloggiava il banchiere, i tempi morti nella ricostruzione, etc), sulle difficoltà di accesso per un uomo di 60 anni al luogo in cui era stata legata la corda, e su una serie di perizie sul livello del Tamigi. Dall’altro lato, la difesa puntò sulla sostanziale assenza di prove contro gli imputati e sull’assenza di un movente forte per scagionare Carboni e Calò.

La frase «Il Banco Ambrosiano non è mio, io sono soltanto il servitore di qualcuno», pronunciata da Roberto Calvi durante il processo per reati valutari ha lasciato molti dubbi sugli eventi. Delle affermazioni della famiglia di Calvi vorrebbero legare quella frase ad alcuni esponenti del Vaticano e la scomparsa di Emanuela Orlandi (scomparsa a Roma nel 1983 e tuttora al centro di un giallo internazionale) a queste vicende. Nel marzo 2007 il pm Luca Tescaroli, al termine della sua arringa conclusiva, aveva chiesto l’ergastolo per Pippo Calò, già considerato il “cassiere” della mafia, per il “faccendiere” Flavio Carboni, per Ernesto Diotallevi, ritenuto uno dei boss della Banda della Magliana, e per Silvano Vittor, accusato di aver accompagnato Calvi a Londra, di avergli fornito il passaporto falso e di essere stato uno degli esecutori materiali del delitto. Assoluzione piena era stata invece richiesta per la ex fidanzata di Carboni, Manuela Kleinszig. Ad avviso del pm, tre motivi principali sarebbero stati alla base del delitto: gli organizzatori dell’omicidio ritenevano che il banchiere avesse male amministrato il denaro di Cosa Nostra, sospettavano potesse rivelare i segreti del sistema di riciclaggio messo in piedi attraverso il Banco Ambrosiano e ritenevano, compiuto il delitto, di poter avere maggiore peso negoziale nei confronti di coloro che erano coinvolti con Calvi.

Il capo d’imputazione recitava: «Gli imputati, avvalendosi delle organizzazioni di tipo mafioso denominate Cosa nostra e camorra, cagionavano la morte di Roberto Calvi al fine di: punirlo per essersi impadronito di notevoli quantitativi di denaro appartenenti alle predette organizzazioni; conseguire l’impunità, ottenere e conservare il profitto dei crimini commessi all’impiego e alla sostituzione di denaro di provenienza delittuosa; impedire a Calvi di esercitare il potere ricattatorio nei confronti dei referenti politico-istituzionali della massoneria, della Loggia P2 e dello Ior, con i quali avevano gestito investimenti e finanziamenti di cospicue somme di denaro»

Il 6 giugno 2007 la seconda Corte d’assise di Roma, presieduta da Mario Lucio d’Andria, ha emesso una sentenza di totale assoluzione per tutti gli imputati per il processo Calvi. Flavio Carboni, Pippo Calò, Ernesto Diotallevi e Silvano Vittor sono assolti ai sensi dell’articolo 530 cpp, 2º comma, ossia per insufficienza di prove. Assolta con formula piena invece Manuela Kleinszig, come chiesto dallo stesso PM. Resta aperto invece il secondo filone dell’inchiesta romana, a proposito dei mandanti dell’omicidio, tra i cui indagati figura anche Licio Gelli. Il processo finisce in farsa: dopo 28 anni tutti assolti: il 7 maggio 2010 la Corte d’assise d’appello di Roma ha confermato le assoluzioni di Flavio Carboni, Pippo Calò ed Ernesto Diotallevi per l’omicidio del banchiere. Nelle motivazioni della sentenza si legge: “Roberto Calvi è stato ammazzato, non si è ucciso”.

L’articolo pubblicato sul FORTUNE Magazine:

Washing money in the holy see what do Martin Frankel, several senior Vatican figures, and a bigwig Reaganite lawyer have in common? It may take years for all the details to surface, but one thing is certain: It doesn’t look clean.
 
by Richard Behar
August 16, 1999

(CNN Money, FORTUNE Magazine) – The atmosphere was crackling last April 28 in a conference room at the Hilton hotel in Jackson, Miss. The assembled group, which included a well-known New York lawyer (and Reagan Administration adviser) named Thomas Bolan and two prominent Catholic priests who had flown in from Rome, was trying to sort out what to say to the state’s insurance commissioner at an emergency hearing the following day. The commissioner wanted answers as to why $600 million had seemingly moved from a Vatican-linked foundation in Italy to a Catholic charity in the British Virgin Islands, and then into a trust that had long controlled a group of Mississippi insurance companies. “Tomorrow is a critical day for Monitor Ecclesiasticus and Saint Francis of Assisi throughout the whole country,” announced attorney Nicholas Monaco, referring to the two overseas foundations. “The commissioner and his staff are very, very concerned.”

Monaco, a former insurance regulator, had been hired to spend the day walking the group through the questions they could expect to face. Chief among them: “Where did you get this kind of money? Is it a tax gimmick? Is it a dodge? What is this? How did this money get from here to there? He [the commissioner] will want a paper trail, bank deposit slips.” As the meeting wore on, Monaco even resorted to role playing. Adopting the part of the commissioner, he grilled Bolan, who was serving as a trustee for Saint Francis. Suddenly a pasty, wiry figure looked up from his laptop. “Don’t use Bolan as a witness,” he snapped, according to one of the priests in the room. “If you use him as a witness, we’re lost. It’s all over.” Monaco quickly cut the speaker off: “You don’t have any part here, David. Just shut up!”

“David” was none other than Martin Frankel, who was using the alias David Rosse and who is now the target of a global manhunt. As it turned out, Frankel opted not to attend the insurance commissioner’s hearing the next day; instead he flew on a chartered jet back to his mansion in Greenwich, Conn., where he made preparations for his now famous departure from the country. On May 5, police responding to a fire alarm discovered shredded and smoldering documents at his mansion. Among them, a to-do list. Item one: “Launder money.” That’s a skill which, as you’ll see, he’d been trying to perfect for some time. Before vanishing, Frankel bought $10 million in diamonds.

In what may be the biggest–it is certainly the strangest–scandal in the history of the insurance industry, this high school dropout from Ohio now stands accused of siphoning off at least $200 million (and perhaps far more) from seven insurance companies in five states and squirreling away much of the money in Swiss and Italian bank accounts. Frankel, it appears, controlled the trust that owned the insurers, even as he was engaged, under a different alias, to manage their assets through a brokerage firm he also controlled. News stories are revealing details about Frankel’s complex scam–and the sordid life that went with it–on an almost daily basis: the trading floor in the Greenwich house, with its network of 80 computer terminals hooked to satellite dishes; his dream of building a billion-dollar insurance empire; his various aliases; his banishment from the securities industry seven years ago; his obsession with astrology and kinky sex; and his virtual harem of female assistants, culled from the Internet and personal ads in newspapers. The blowup has touched everyone from U.S. insurance executives to retired newsman Walter Cronkite to former ambassador Robert Strauss and his bigfoot Washington, D.C., law firm, Akin Gump.

It may take months, perhaps years, before all the facts are known. Meanwhile, almost all those associated with Frankel have been trying to run for cover, minimize their role in the scandal, or pass themselves off as complete dupes. In a statement released July 1, the Vatican insisted that it does not have “any relationship” with Father Peter Jacobs, a sympathetic but controversial New York priest, now living in Rome, who was Frankel’s confidant (and, it seems, his unwitting tool) for the past year. The Holy See also disavowed any connection with the two foundations at the heart of the scam, Monitor Ecclesiasticus Foundation and Saint Francis of Assisi Foundation to Serve and Help the Poor and Alleviate Suffering.

The reality is far more complex and disturbing. FORTUNE has conducted lengthy interviews with Father Jacobs, who took extensive shorthand notes of meetings (including the one in Mississippi) and of his endless late-night conversations with Frankel, whom he knew only as David Rosse. The magazine has also obtained hundreds of documents, private letters, and even one of Frankel’s computer disks. They show that many characters in this sad, twisted tale–from Tom Bolan, the attorney, right on up to senior Vatican officials–have plenty of things to hide.

Our portion of the story begins in August 1998, with a phone call from Bolan to Father Jacobs. The two men, who knew each other only slightly, were certainly an odd match. Bolan, a fervent establishment Catholic whose entry in Who’s Who runs four inches long, is a former bank chairman, prosecutor (specializing in fraud), and law partner of the late Communist baiter Roy Cohn. Bolan was also a founder of New York’s Conservative Party, as well as an adviser to President Ronald Reagan and Senator Alfonse D’Amato on judicial appointments. In contrast, Father Jake is a liberal priest who, while well connected in Rome, has often been at odds with the Irish Catholics who run the New York and Washington archdioceses. A longtime friend of Gloria Steinem’s and Norman Mailer’s, Jacobs served for many years as a chaplain to minority kids in a Harlem high school and to the firefighters of New York City. He is the first to admit he knows next to nothing about money; in fact, his most remarkable financial move, personally, was to give away his assets–nearly $1 million, most of it inherited–to charity a few years ago. He now lives “as a houseguest” in Rome and cruises the streets on a little blue scooter, hearing confessions in hallways and restaurants and visiting orphans and the sick. It’s been said that calling Father Jake is “like dialing 911.”

But none of their differences seemed to matter last August, as Bolan explained to Jacobs that he had discovered a wealthy Jewish “genius” named David Rosse (that is, Frankel) who wanted to set up a Vatican foundation in order to give “hundreds of millions” of dollars to Catholic causes. Jacobs was willing to help. As a priest living in Rome, he has built up close ties to the Vatican over the years and enjoys the use of an identification card that bears the Vatican stamp. On Aug. 6, Bolan arrived in Rome, where he stayed in a $2,000 suite at the Hassler Villa Medici (courtesy of Rosse), and Jacobs began taking him to meet various Vatican officials. Among them: Monsignor Emilio Colagiovanni, an emeritus judge of the Roman Rota, an important church tribunal; Monsignor Gianfranco Piovano, an official at the Vatican’s Secretariat of State; and Bishop Francesco Salerno, then a leading Vatican economic official and now the secretary of the Holy See’s supreme court.

In a recent interview with FORTUNE, Salerno said, “I don’t know who Bolan is.” But Jacobs recalls waiting nearly an hour outside the bishop’s Vatican office while the bishop and Bolan discussed Rosse’s proposed foundation. In addition, an Aug. 18 letter from Bolan to Salerno states, “Confirming our telephone conversation, attached is a list of suggested charities for consideration…. Please [tell me] what our next step should be. Mr. David Rosse is prepared to immediately transfer the promised funds.” Salerno says he never received the letter.

On the surface, it all sounds almost harmless. After all, why should the Vatican turn down millions from anyone, Jewish or not, who wants to open his checkbook? But the shape the deal began to take was another thing altogether. Jacobs has provided FORTUNE with a six-page letter that “Dave Rosse” wrote to Bolan on Aug. 22 laying out the terms of the deal: Frankel/Rosse stated that the new foundation would be based in Liechtenstein and would have a “secret set of bylaws” spelling out that Rosse would be the original grantor of $55 million in funds, to be wired from a Swiss bank. Of that $55 million, $50 million would then be forwarded to a U.S. brokerage account set up in the foundation’s name. “I will control this account exclusively,” Rosse explained to Bolan. The additional $5 million would be diverted to an account controlled by the Vatican. And here’s where the proposition gets even dicier: “Our agreement will include the Vatican’s promise that the Vatican will aid me in my effort to acquire insurance companies,” wrote Rosse, by allowing a Vatican official “to certify to the authorities, if necessary, that the source of the funds…is the Vatican.” In return, the Vatican could expect further contributions.

In short, Frankel/Rosse appears to be requesting that the Vatican front for him as a money launderer in return for a 10% cut of the funds (looted from his U.S. insurance companies). Frankel would use part of the remaining 90%, it seems, to buy progressively larger insurers. (If so, it would have been only the most spectacular of many dodges he had in place around the U.S. and Europe.) Given Bolan’s extensive credentials as a prosecutor and judicial adviser, Rosse’s August letter should have set off all kinds of alarms. The letter is addressed to Bolan at his fax machine number. Jacobs says he received his own copy from Rosse; Bolan, through an attorney, says he “doesn’t remember that fax.”

Perhaps, but things certainly seemed to move forward as if he had received it. On Sept. 1, Bolan faxed Jacobs a letter that he’d been sent by Colagiovanni stating, “I have talked this morning with Salerno and Piovano…. [They] reaffirmed the willingness of the Holy See to erect a new foundation in the Vatican whose president should be Mr. David.” (Colagiovanni often refers to Rosse that way.) The letter went on to say that “an account in U.S. dollars in the IOR [Vatican Bank] can be opened by Mr. David.”

By October the shape of Frankel’s deal had evolved. Vatican officials decided they were uncomfortable letting “Mr. David” control his own foundation within the Vatican, preferring instead to add a layer of insulation between them. Under the new model Rosse would establish his own charity, the Saint Francis of Assisi Foundation, which was not conspicuously connected with the Vatican. But Saint Francis would be linked to a second entity that did have close ties to the Vatican–Monitor Ecclesiasticus, which Colagiovanni controlled. Jacobs agreed to serve as Saint Francis’ president and as one of three trustees. (The others were Bolan and Edward Collins, a former executive with Britain’s Hanson conglomerate.) Jacobs recalls visiting the home of his friend Walter Cronkite, who, he says, agreed to be an informal adviser to help select charities worthy of funding. (Cronkite has denied being involved.)

Despite the shift in structure, certain elements of Frankel/Rosse’s arrangement remained constant throughout: the $55 million total, the $5 million payment to a charitable foundation (with the promise of more), and the guarantee of anonymity to the “donor,” Rosse, by virtue of the foundation’s connection with the Vatican. On Oct. 19, Colagiovanni wrote Jacobs to tell him the Vatican Bank would be issuing a declaration affirming its link to Monitor Ecclesiasticus, “as suggested by David,” but wanted to know more details about Rosse.

Frankel wasted no time. That same day he fired off 20 pages to Colagiovanni laying out Rosse’s life story–his work as a licensed private eye, his Swiss bank reference, his “phenomenal success” as a trader and money manager, and his having been “in charge of all security for the nuclear missile site” at Key Largo, Fla., where he said he’d served two years in the Army. In fact, Frankel had merely adopted and embroidered on the identity of a real David Rosse, a private investigator who worked for him. A Vatican representative was quick to verify the existence of the Swiss bank account but apparently didn’t bother with the rest of the bogus story. Consequently, the Vatican Bank’s director general issued a declaration on Nov. 3 that was furnished to Frankel, noting its “uninterrupted relation” with Monitor Ecclesiasticus (ME). Frankel went on to use that declaration to legitimize the trust he secretly controlled as it looked to acquire new insurance companies.

What, exactly, is ME? It is a foundation that publishes a canon law review distributed to cardinals and bishops worldwide. Despite the Vatican’s current contention that it has no ties to ME, a previous Pope (Benedict XV, 1914-1922) once declared that the review was “published with the special authorization of the Holy See.” In 1978 one of Pope Paul VI’s top deputies wrote to Colagiovanni that the Pontiff’s “favor to Monitor Ecclesiasticus is no less than that of his Predecessors” and that “the Holy Father is happy to impart to you…president of the foundation, his apostolic blessing and pledge of continued divine assistance.” If the current Pope feels any different, he hasn’t made it public. And Colagiovanni has repeatedly explained that as ME’s president he was approved by the Vatican’s Secretariat of State. What’s more, according to Colagiovanni, ME’s directors include Salerno, plus three other top Vatican officials, and its bylaws, updated in 1983, are “approved by the Holy Father.” Not to mention that, as Colagiovanni wrote to “Dear Mr. David,” “any fund or donation given to the Monitor Ecclesiasticus Foundation” falls under the protection of the “very strict confidentiality and secrecy” laws that apply to any entity linked to the Vatican Bank. “Only the Pope personally,” he continued, can disclose details of any deposits or donations (emphasis in the original).

Apparently ME would provide the “genius” from Greenwich with just the kind of immaculate connection he needed to cover his tracks; meanwhile, the Church itself could sit back at a safe distance–eyes wide shut–and gather the promised millions skimmed from Frankel’s nascent insurance empire. There was just one catch: Doing so would require lies and false affidavits, not only from Frankel but from Rome as well.

Back in the U.S., Frankel/Rosse was in the process of trying to acquire Capitol Life, an insurer based in Colorado. To help the deal along, he retained the legal services of Bob Strauss at Akin Gump, who kicked the project over to a partner named Kay Tatum. On Nov. 24, Tatum conducted a conference call with Rosse, Father Jacobs, and Monsignor Colagiovanni. In preparation for the call, Rosse had faxed a list of likely questions and answers to Colagiovanni. It included the following: “Q: Where did the money come from [for the Capitol deal]. Answer: The Holy See. The Holy See has donated $50,921,686 to the Saint Francis of Assisi Foundation through Monitor Ecclesiasticus.”

It wasn’t true; no such Vatican money had moved through the foundations. But Colagiovanni parroted Rosse’s lies anyway in the conference call with Tatum, who recorded the session in a memo. Colagiovanni stated that ME was a “Vatican foundation,” wrote Tatum, and that “the Holy Father gave us the money ($50 million).” That same day, Colagiovanni signed a declaration to the same effect. And two days later, in a letter to Rosse, he described ME as “a channel and instrument in fulfilling the will and wish of the Supreme administrator.” That’s the Pope.

Unfortunately for Colagiovanni, Frankel/Rosse was slow in delivering on his promises. In a January letter to Bolan (see third page of story), in which Colagiovanni refers cryptically to Rosse as “Mr. D,” he complains that the first installment of $5 million–the first of many, according to Bolan and Rosse–was never received. In the letter he also frets about the “declarations” he’d made previously, writing that they “are really worrying us” and wondering whether they could be “remedied.” (“Us” may include other Vatican officials or Bolan himself.) Colagiovanni appears to be concerned that his false statements might someday catch up with him. Finally, he asks Bolan to keep his fears confidential, “even with Mr. D, unless he himself realizes the seriousness of my declarations.”

Five days later the Vatican received a letter from the parent company of a Spokane, Wash., insurer. “The foundation [Saint Francis] claims to be an agent of the Holy See and desires to engage in a business transaction of $120 million,” wrote C. Paul Sandifur, the head of Metropolitan Mortgage & Securities. “The foundation also claims that it was established by the Monitor Ecclesiasticus…which they represented as a Vatican foundation.” Sandifur goes on to ask a series of questions about Monitor Ecclesiasticus and Saint Francis, and about their links to each other and to the Vatican. Twelve days later Archbishop Giovanni Battista Re, the Vatican’s third-highest official, sent Sandifur a carefully worded one-sentence response ignoring all his questions about ME. The letter referred only to Saint Francis (SF) and stated: “No such foundation has the approval of the Holy See or exists in the Vatican.”

Immediately Metropolitan Mortgage brought the letter to the attention of Kay Tatum at Akin Gump. That led to another false affidavit signed by Colagiovanni on Feb. 13. This time Colagiovanni stated that ME was the grantor of a billion dollars to SF and that the funds had actually come not from the “Holy Father” but from “various Roman Catholic tribunals and charities.” Father Jake signed a similar affidavit on the same day. He says that, as president of SF, he’d been asked constantly by Rosse and his assistants to sign papers that he either didn’t read or didn’t understand; at one point he even faxed Rosse several of his signatures so that they could simply be affixed to documents. “I don’t understand business,” says Jacobs, “and I don’t like business. But the presence of Bolan and Akin Gump on the scene gave me comfort.” Where Bolan and Akin Gump found comfort is another story.

By spring of this year, Frankel’s creation was apparently being discussed at the highest levels of the Vatican. According to Jacobs, both Bolan and Colagiovanni revealed to him that they had met with Archbishop Agostino Cacciavillan, who oversees investments for the Vatican, sometime in March or April. How much Cacciavillan knew about the details of the deal and the financial maneuvers at that stage is unknown. Cacciavillan acknowledges a “short meeting” with the men but denies helping them.

On April 15, Jacobs sent Walter Cronkite a letter announcing that the Saint Francis Foundation “will have assets of over $1 billion.” Whether the money ever really existed is a question that federal investigators are now trying to determine. But Jacobs was basing his information on a certified audit of SF by a Tennessee accounting firm, Leuty & Heath. That audit stated that SF owned the rights to the trust that controlled the seven life insurance companies (they were actually controlled by Martin Frankel). Moreover, the audit states that the assets stood at $2.1 billion, that the money came from “a foundation [later identified by Leuty as Monitor Ecclesiasticus] formed by an established church,” and that most of the money was parked in something called the Jupiter Capital Growth fund (yet another British Virgin Islands concern also set up by Frankel). The accountants went even further: They stated that the investments were monitored on an ongoing basis by “an investment committee of the board of trustees.” Jacobs, SF’s president and one of the three trustees on that board, says he’s unaware of any such committee.

Indeed, if such a committee really existed, it might have discovered that Frankel was engaged in a fast and furious game of financial musical chairs. One document provided by Rosse to Jacobs, perhaps inadvertently, shows “money movements” for Jupiter from 1996 to 1998. Assuming the document is accurate, it reveals that $51 million was wired into a Jupiter account at Merrill Lynch in December 1997. One month later $40.34 million was wired out. Next, $40.38 million was wired in on Feb. 5, 1998, followed by $48.3 million moving out 19 days later. Similarly, in April, $90 million was wired in, and then, two days later, the same amount was taken out. Finally, on April 28, $50 million was wired in; ten days later, it was gone.

Frankel’s Roman adventure has a distinctly familiar smell, one that can’t help but evoke earlier scandals at the Vatican Bank. In 1984 the bank agreed to pay a “voluntary contribution” of $250 million toward the $1.3 billion in bad debts left behind by the collapse of Banco Ambrosiano, Italy’s largest private bank–whose president, Roberto Calvi (known as “God’s banker”), was found hanging under a London bridge. In that affair, the Vatican Bank’s involvement stemmed from its alleged direct or indirect ownership of Panamanian shell companies used to funnel the missing $1.3 billion; the archbishop running the Vatican Bank was found to have written dubious “letters of patronage” that appeared to back the loans, prompting a Milan prosecutor to accuse the bank of giving “systematic support to Calvi in many of his illicit operations.” A decade earlier another embarrassment surfaced after financier Michele Sindona exploited his close ties to the Vatican to bilk investors out of millions of dollars. Bolan’s law firm (but not Bolan himself, he says) represented Sindona in the case.

As for Frankel, it was his Vatican charade that ultimately brought him down. On April 29, as he was flying home to Greenwich to start packing, his associates were in the midst of their meeting with Mississippi’s insurance commissioner, George Dale. An assistant U.S. attorney was also present. So was Bolan. But Father Jake says it was clear that the commissioner and the prosecutor “were not supposed to know that Rosse had been in Jackson the previous day.”

During the meeting Colagiovanni, in keeping with his false affidavit (and contrary to later public statements), babbled about how Saint Francis possessed approximately $1 billion and that the money had originated from Catholic institutions. Father Jake’s primary contribution was to quote a cardinal, who once told him, “Priests in business either fool people or get fooled.” After the disastrous meeting, Bolan flew to New York and wrote a letter to Dale requesting the withdrawal of “any petition” that Saint Francis’ trustees had submitted at the hearing. Whatever else Bolan may have done at that time, it didn’t prevent Frankel from fleeing the country within the next few days.

People who know Jacobs say it’s completely conceivable that, because of his trusting nature, he could get swept up in a mess like this one. Moreover, Jacobs long ago established himself as a link to charities for wealthy, anonymous Jewish donors–most notably the late retail king Milton Petrie. But in Frankel’s case Jacobs says that he told Bolan as early as last September that “something is not quite right…. I wanted to get out. He persuaded me to stay.” (Bolan denies having the conversation.) Already poor by choice, Jacobs now worries that his legal expenses may leave him in need of charity.

Since the scandal broke, the Vatican’s chief spokesman, Joaquin Navarro-Valls, saw fit to label Jacobs an “ex-Jew,” according to the New York Times. (Jacobs’ father was Jewish.) Another Church official has announced that the marriages Jacobs has performed since 1983 are invalid. The dispute stems from the numerous mixed marriages Jacobs performed or blessed–Mailer’s and Edgar Bronfman Jr.’s among them–as well as his brief suspension as a priest for having once owned a liquor-licensed Manhattan restaurant whose profits went to charity. In fact, says Jacobs, a Harlem bishop had helped him obtain that liquor license. Moreover, he has shown FORTUNE a 1974 letter from Pope Paul VI’s private secretary praising his work on mixed marriages. Says Jacobs today: “Priests can be very uncharitable toward one another.”

One of the most remarkable aspects of the Frankel meltdown is the intense relationship forged between Father Jacobs and the con man. Over the past year Frankel took to calling Jacobs in the dark of night to pour out his heart, rambling for hours about his fears, his sex life, his perceived enemies, and his desire to help the needy. Jacobs recorded dozens of the sessions in shorthand notes, many of which show Frankel coming unhinged.

“People who worked for him said I was the only one who gave him peace,” says Jacobs. “I may have been kind of a psychiatrist for David [Rosse]. If he winds up in prison, I would certainly go and try to help him. As a priest, I can’t let him down.”

Jacobs says that Bolan is now “crushed” by the whole affair. That’s understandable. Putting the top-shelf legal expert in the most charitable light, Bolan was probably blinded by his own Catholic enthusiasm–not to mention the $75,000 in fees Frankel paid him (most of which the feds have seized), as well as the round-the-clock medical care for one of his sons that Frankel had covered. In any case, as late as May 23, nearly three weeks after Frankel took off, Bolan seemed to be battening down the hatches: On that date his attorney, Maurice Nessen, wrote a letter to Akin Gump, which had just announced it had withdrawn from representing Saint Francis, Frankel’s phantom foundation. The letter, citing attorney-client privilege, reads, in part: “We will honor, as I’m sure you have, the commitment that we made on both sides not to tell the U.S. Attorney how it was and why it was you resigned.”

The answer to that question is one we’d all like to hear.

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15 commenti

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