L’ipotesi di una bancarotta Usa fa tremare il mondo

Gli Stati Uniti sono coscienti di avere un debito pubblico enorme, che a fine anno, in mancanza di correttivi, toccherà il 100% del Pil, e un disavanzo altrettanto consistente che ormai si avvicina all’11%. Ma tale visione, comune a democratici e repubblicani, si dissolve non appena ci si pone il problema di come tagliare la spesa pubblica che è esplosa con la crisi finanziaria del 2007-2008 che ha spinto Bush e Obama, i maggiordomi di Wall Street, a salvare le banche degli speculatori, attraverso il versamento di ingenti risorse pubbliche. Gli Usa si trovano infatti a rischio bancarotta e i tempi sono strettissimi. Si dovrà trovare un accordo  entro il 16 maggio quando verrà sforato il limite legale consentito per il debito, pari a 14,3 trilioni di dollari, ossia 14 mila miliardi.

L’agenzia di rating Standard&Poor’s, pur confermando la tripla A, che rappresenta il massimo grado di affidabilità creditizia dei titoli del Tesoro, ha abbassato da stabile a negativo le prospettive sul debito pubblico a stelle e strisce. Ci sono il 33% di probabilità che il rating venga declassato entro due anni, hanno detto gli esperti di S&P che stimano che l’avvicinarsi delle elezioni presidenziali del novembre 2012 con il rinnovo di buona parte del Congresso, renda molto difficile, prima di quella data, un accordo tra democratici e repubblicani e poi tra Congresso e Presidente per risanare i conti pubblici. Inoltre il piano di Barack Obama di tagliare 4 mila miliardi di deficit federale in 12 anni potrebbe rivelarsi insufficiente. La Casa Bianca ha reagito male e un portavoce ha replicato che S&P sottovaluta la capacità dei politici Usa di agire insieme per risolvere i problemi di bilancio del paese.

Ma se è stato una società Usa ad emettere una sentenza che è senza appello sulla solvibilità futura del debito, significa che anche oltre Atlantico ci si rende conto che i titoli pubblici Usa vengono comprati solo in virtù del peso americano, politico e militare, sugli scenari mondiali. E soprattutto che il dollaro non è altro che carta straccia e che la prima economia del mondo si tiene in piedi grazie alla domanda interna. Una domanda peraltro drogata se solo si pensa che le famiglie Usa sono indebitate ogni oltre ragionevole misura in conseguenza dell’abitudine di comprare tutto a credito. Oltre al debito pubblico pesa infatti il perenne deficit commerciale che testimonia del fatto che gli Usa non riescono più ad esportare se non nei settori ad altissima tecnologia e per quei prodotti storici che ormai si alimentano da soli.

Il Washington Post ha avvertito che elevare legalmente la soglia del debito potrebbe essere economicamente necessario ma sarebbe politicamente letale, perché dimostrerebbe ai mercati che Washington è a pezzi. Per un quotidiano che tradizionalmente appoggia i democratici si tratta di un intervento deciso rivolto alla Casa Bianca perché tagli la spesa. I repubblicani, da parte loro, hanno affermato che non sosterranno la modifica legislativa se essa non sarà accompagnata da  sgravi fiscali per le industrie della difesa, per le imprese in genere e se non ci saranno tagli alla sanità. E su questo punto rischiano di impantanarsi  Barack Obama e il segretario al Tesoro, Timothy Geithner. Al contrario i democratici dicono che l’alto debito è colpa degli sgravi fiscali ai ricchi fatti dall’amministrazione Bush e vogliono aumentare le tasse e riformare la riforma della sanità che, a loro avviso, comporterà eccessivi aumenti di spesa ed è degna di un Paese ad economia pianificata.

Geithner ha prima polemicamente ricordato che entrambe le parti sanno bene che devono lavorare insieme. Poi si è detto convinto che un accordo sarà raggiunto, anche per alzare il tetto legale del debito. Oggi le prospettive sono migliorate, ha assicurato, e non è necessaria una piena sintonia su tutti i punti delle misure, quanto piuttosto sugli obiettivi di riduzione del disavanzo. Ma è proprio sul come che manca l’accordo e che fa temere il peggio a chi ha comprato i titoli Usa.

Fiducioso, nonostante tutto, si è detto Mark Zandi, capo economista all’agenzia di rating Moody’s. La pietra angolare del sistema finanziario globale è che gli Stati Uniti ripagheranno i loro debiti. Se così non fosse, l’intero sistema collasserebbe. Per Peter Orszag di Citigroup, c’è il rischio che si diffonda la convinzione che ci sia ancora del tempo per prendere le decisioni necessari. In altre parole, quella filosofia che da decenni è alla base della politica degli Stati Uniti, fiduciosi che ci sarà sempre un ultimo arrivato disposto a ritrovarsi con il classico cerino accesso in mano. Fuor di metafora con i titoli pubblici di Washington o con i dollari. Un gioco che ormai più nessuno è disposto a portare avanti. Tanto è vero che il governo cinese, primo possessore globale del debito Usa ha auspicato minacciosamente che il governo   americano adotti “misure responsabili” per proteggere gli interesse degli investitori. Quelli cinesi.

da Filippo Ghira, RINASCITA

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3 commenti

  1. […] più la ricchezza Usa a quella accumulata nei mondi fittizi d’internet. La fine del dollaro (e di conseguenza il declino degli Usa) è alle […]

  2. […] sulla sostenibilità del welfare state americano, anche se le stime su quando arriverà la “bancarotta” del sistema variano a seconda degli studi, e il sistema pensionistico è attualmente in […]

  3. […] sulle loro posizioni per non apparire agli occhi della maggioranza dell’opinione pubblica come i responsabili della bancarotta. Certo adesso il provvedimento dovrà essere approvato nel medesimo testo da Camera e Senato ma i […]


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