L’ILLUSIONE DEL MONDO DEL LAVORO

La stabilità del lavoro, un valore, è ancora alla base della stabilità sociale? «In Italia il lavoro c’è per chi vuole coglierlo, anche per i giovani», ha detto il ministro dell’Economia, Giulio Tremonti, a Washington per i lavori del Fondo monetario internazionale: «Quando si ha un Paese come il nostro che ha accolto 4 milioni di immigrati che lavorano si ha disoccupazione o piena occupazione?». Una lettura che vale anche per i giovani senza lavoro. «Non mi risulta – osserva il ministro in conferenza stampa – che tra questi 4 milioni di immigrati, di cui moltissimi giovani, che lavorano da mattina a sera e a volte anche di notte, ci sia disoccupazione giovanile. E questo formula un’idea sulle cause e i perchè del fenomeno». L’Italia, sottolinea Tremonti, “offre lavoro a certe condizioni e a certe persone. Evidentemente non c’è richiesta di questo lavoro da parte di altri“. E a chi chiede se occorra chiudere all’immigrazione o siano i giovani italiani a doversi adeguare, Tremonti replica secco: “Escludo la prima ipotesi“. Avete capito? La mobilità è ora un valore. Lo sfruttamento di manodopera di nuovi schiavi da sfruttare (meglio se extracomunitari) sarebbe la base della stabilità sociale. E per una struttura sociale come la nostra, il posto fisso che non è più la base su cui costruire un futuro, poco importa se a imporre forme di lavoro sempre più flessibili è stata la globalizzaziopne che ha trasformato il lavoro, passato da fisso a mobile. L’importante è accettarlo a “certe” condizioni.

Tutti gli autori – in effetti, tutti coloro che si guadagnano da vivere parlando o scrivendo – dovrebbero guardarsi da un troppo entusiastico senso di originalità. Quello che lo scrittore e l’oratore ignorano può essere già familiare all’insieme dell’opinione pubblica o alla sua parte più informata. E’ così per il lavoro, e la relativa truffa. Quello che ad alcuni suona come una scoperta, in realtà può essere largamente noto e affermato. Il punto è che quella del lavoro è un’esperienza del tutto diversa per persone diverse. Per molti – è il caso più comune – il lavoro è qualcosa di imposto dalle fondamentali esigenze della vita. In questo senso il lavoro è ciò che si deve fare, per permettersi i vari aspetti di un’esistenza decorosa. Procura i piaceri del vivere e tiene lontani i suoi dispiaceri, o peggio. Anche se ripetitivo, stancante e privo di stimoli intellettuali, il lavoro è sopportato per disporre del necessario, di qualcosa di gradevolmente superfluo e di una certa considerazione sociale.

Ma per assaporare davvero la vita bisogna aspettare il finesettimana, i momenti al di fuori dell’orario di lavoro. Allora, e solo allora, si è liberi dalla fatica, dalla noia, dalla disciplina della macchina produttiva, del posto di lavoro in genere, dei rapporti con i superiori. Si sente spesso dire che il lavoro è gratificante; ma questa frequente affermazione riguarda quasi sempre le sensanzioni degli altri. Il buon lavoratore è molto lodato; lo è in particolare da coloro che non lavorano duramente, e sono dispensati dallo sforzo fisico. Qui sta il paradosso.

La parola «lavoro» è usata indifferentemente per l’attività di chi svolge mansioni che trova faticose, noiose, sgradevoli, e per quella di chi ne ricava piacere senza alcun senso di costrizione. Avere dei sottoposti può dare una piacevole sensazione di importanza o superiorità personale. «Lavoro» significa sia quello che si fa per necessità, sia la fonte del prestigio e della ricchezza che tutti cercano e pochi raggiungono. La truffa è già evidente dalla stessa parola in entrambe le accezioni.

Non è tutto: coloro che più apprezzano il lavoro – e questo andrebbe sottolineato – sono senza eccezione i meglio retribuiti. E’ una sensazione accettata. Le retribuzioni basse sono per coloro che svolgono compiti ripetitivi, noiosi, pesanti. Quello che meno hanno bisogno di essere ricompensati per ciò che fanno, e che meglio sopravviverebbero anche con meno, sono pagati di più. I redditi – retribuzioni, stock options e vantaggi assortiti – sono dispensati con larghezza ai vertici, dove il lavoro è gratificante. Un modo di vedere le cose generalmente condiviso. Fino a tempi molto recenti, i compensi astronomici e le pricipesche gratifiche dei manager bravi e meno bravi non suscitavano alcuna censura. Comunque, che le retribuzioni più generose vadano a coloro che più apprezzano il loro valore è pienamente accettato.

Negli Stati Uniti, e in misura minore, negli altri paesi sviluppati, nessuno è più biasimato di chi si sottrae all’obbligo di lavorare. Chi non lavora è pigro, irresponsabile, inutile, in una parola, un parassita. La condanna è più severa se l’alternativa al lavoro è il sussidio statale. Niente è così impresentabile come passare dal lavoro alla pubblica assistenza. Quest’ultima è, tra le voci della spesa pubblica, quella che gode della peggiore reputazione. Pefino la madre indigente aiutata dalle istituzioni non è più al di sopra delle critiche. Poteva pensarci prima, prendere le sue precauzioni e sgobbare di più, borbotta qualcuno. Gli elogi sono per gli sgobboni. E per coloro che, ricchi e fortunati, si godono i piaceri dell’ozio e dell’amicizia, mostrano sensibilmente per i problemi sociali, danno consigli e non lavorano.

Nel 1989, alla vigilia del secolo da poco terminato, apparve un saggio su questi atteggiamenti e credenze mai più passato di moda: La teoria della classe agiata di Thorstein Veblen. Mentre l’allora nascente antropologia metteva in scena la primitiva società tribale, ecco a farle da pendant uno studio sul way of life degli americani più abbienti. Veblen dava per assodato che i ricchi si sottraessero al lavoro, così come le mogli e i familiari di quei privilegiati. Gli premeva più come occupavano il tempo libero, che residenze si facevano costruire, cosa ostentavano, tra quali scenari si muovevano. Veblen non coltivava l’understatement; non stese alcun velo sulla dedizione dei ricchi al tempo libero e ai suoi molteplici piaceri. Le sue osservazioni oggi sono un luogo comune. Il lavoro è essenziale ai poveri; ai ricchi si addice il farne a meno.

L’ampiezza e profondità della truffa insita nella parola «lavoro» è evidente. Nondimeno, dal mondo degli studiosi vengono poche critiche e correzioni. I docenti di tutte le università che si rispettano limitano il loro orario di insegnamento; chiedono, e ottengono, tempo libero per effettuare ricerche e per scrivere; gli anni sabbatici sono riservati a più vaste meditazioni. Ma questo scansare la fatica, come qualcuno potrebbe chiamarlo, non è accompagnato da particolari sensi di colpa. Se si presenta come valida alternativa per i ricchi, l’inattività rischia al contrario di rivelarsi moralmente rovinosa per i poveri, in quanto costa in denaro pubblico o privato sotto forma di settimana corta e periodi di ferie. Perciò l’indolenza, mentre è perdonata alle classi agiate degli Stati Uniti e degli altri paesi avanzati, è di solito esecrata in quelli poveri. Il giudizio morale è elastico tanto da comprendere il meritato ozio di chi ha successo.

Lo ripeto: coloro che affrontano sforzi fisici e impegni ripetitivi sono considerati buoni lavoratori. Non metto conto di parlare qui di coloro che svolgono mansioni molto più gratificanti, e sono molto più pagati; e di coloro che non devono lavorare per vivere. E’ toccato a John Maynard Keynes e alla sua talvolta perversa facondia di mettere in dubbio le gioie della fatica. Lo fece citando una defunta donna delle pulizie, che aveva affidato alla propria lapide il suo commiato da una vita di lavoro:

Non siate tristi per me, amici
Non compiangetemi minimamente
Perchè da qui all’eternità
Non farò più niente di niente (1).

(1) John Maynard Keynes, Essays in Persuasion, «Economic Possibilities for Our Grandchildren», New York, St. Martin’s Press 1972, p. 231;

da John Kenneth Galbraith
L’economia della truffa

Dai “lavori” del Fondo Monetario Internazionale emerge quindi che “l’Italia è messa in modo molto diverso da come ce la raccontano i pessimisti in Italia, nel confronto con altri paesi viene fuori piuttosto bene, noi siamo delle persone serie”. Lo ha affermato il ministro del Tesoro Giulio Tremonti.

Qualche dato:

Morti sul lavoro in forte crescita:
+25% nei primi 3 mesi dell’anno rispetto al 2010

Aumentano nuovamente nei primi 3 mesi dell’anno le morti sul lavoro. Sono infatti 114 i decessi sul lavoro da gennaio a marzo, contro i 91 del primo trimestre 2010. Lo rileva l’Osservatorio Sicurezza sul lavoro di Vega Engineering che da oltre due decenni lavora nel settore della formazione e della sicurezza. Si evidenza quindi un’inversione di tendenza rispetto al 2010, anno il quale, secondo gli ultimi dati Inail, aveva visto una flessione dell’1,9% degli infortuni in complesso rispetto al 2009 (da 790 mila casi a 775 mila casi); una flessione del 6,9% degli infortuni mortali (da 1053 a 980). Lombardia, Emilia Romagna e Piemonte sono le regioni con più decessi, seguite da Sicilia, Campania e Veneto. In rapporto al numero di occupati, invece, ad indossare la maglia nera è sempre la Valle D’Aosta. Milano la provincia maggiormente colpita, seguita da Torino, Catania, Bologna e Napoli. Nel settore agricolo si è verificato il 35,1% delle morti bianche, seguito da quello delle costruzioni (21,9 % delle vittime). La fascia d’età maggiormente a rischio è invece quella che va dai 40 ai 49 anni con 29 vittime (25,7 %del totale). Dalla ricerca poi emerge che le morti bianche non conoscono spazi vuoti neppure nel fine settimana perché tra venerdì e domenica viene accertato circa il 30% delle tragedie. Significativo il dato relativo a come avvengono gli incidenti mortali: il 28,1% sono causati dalla caduta di persone, mentre il 25,4% sono prodotti dallo schiacciamento conseguente ad oggetti caduti dall’alto.

Tasso di disoccupazione in Italia

Il tasso di disoccupazione nel 2010 è balzato all’8,4% dal 7,8% del 2009. Lo rileva l’Istat, sottolineando che è il dato medio annuo più alto dall’inizio delle serie storiche dal 2004. Raggiunge livelli record anche il tasso di disoccupazione giovanile (15-24 anni), che nel quarto trimestre del 2010 è 29,8% (era al 27,9% nello stesso periodo del 2009), il tasso più alto dal 2004.

Tasso di inflazione in Italia

Il tasso di inflazione a marzo 2011 è salito al 2,5%, dal 2,4% di febbraio. Lo rileva l’Istat in base alle stime che indicano un aumento dei prezzi su base mensile dello 0,4%. Il tasso tendenziale è il più alto da novembre 2008, quando l’inflazione si attestò al 2,7%.

2010, anno nero per le imprese italiane:
oltre 11.000 fallimenti

Nel 2010 in Italia sono fallite più di 11mila imprese: è il valore più alto da quando, tra il 2006 e il 2007, è stata riformata la disciplina sulla crisi di impresa, che ha escluso un numero rilevante di piccole aziende dall’applicazione della legge. Così uno studio di Cerved group, secondo cui le procedure di bancarotta sono aumentate del 20% rispetto al 2009, anno che già aveva accusato una crescita del 25% rispetto al 2008. Ma nell’ultima parte del 2010 esistono segnali positivi.

BANKITALIA: più prestiti alle famiglie
(dati Febbraio 2011)

Prestiti a famiglie e imprese in costante aumento (+5,1%), tassi di interesse in rialzo e stop alla crescita delle sofferenze. Sono questi i principali dati che hanno caratterizzato l’andamento delle banche italiane a febbraio secondo Banca d’Italia. Il tasso di crescita sui 12 mesi dei prestiti a privati, corretto per le cartolarizzazioni non rilevate nei bilanci bancari, si è attestato al 4,9%, costante rispetto a gennaio 2011. [07 aprile 2011]

Pressione fiscale in Italia

La pressione fiscale si è attestata sotto il 43% nel 2010, anche se rimane su quei livelli dal 2007. L’Italia balza al 1°posto tra 17 grandi Paesi del mondo, con una pressione fiscale al 51%. Lo riportano i dati statistici da Ufficio Studi Confcommercio nel rapporto “Economia, lavoro e fiscalità nel terziario di mercato”. Nel settore servizi privati +70 mila posti nel primo semestre del 2010.

Debito pubblico in Italia

Il debito pubblico italiano nel mese di febbraio ha registrato un calo di valore, attestandosi a quota 1.875,965 miliardi di euro dai 1.879,926 miliardi di euro a gennaio, mese in cui aveva toccato il record assoluto. Si tratta di circa 4 miliardi di euro in meno, però in aumento rispetto a febbraio 2010 (Suppl. Boll. n°19 del 13/04/2010), quando si attestò a 1.795,066 mld. E’ quanto risulta dal Supplemento al Bollettino Statistico del 15 aprile 2011 di Bankitalia dedicato alla Finanza pubblica.

Ma il cielo è sempre più blu…

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