PROVE TECNICHE DI GOLPE

Dato che la “spontaneità” dei recenti tumulti afroasiatici ci ha lasciati piuttosto perplessi, proveremo a esaminare il fenomeno da un punto di vista “eccentrico” rispetto all’opinione dominante; per far ciò ci avvarremo anche di talune tesi di Thierry Meyssan, analista politico francese, fondatore e presidente della “Rete Voltaire” e di “Axsis for Peace”, autore de l’“Effroyable imposture” (“La raccapricciante impostura”). Com’è noto, il secondo conflitto mondiale è stato “vinto” da una più che promiscua “armata Brancaleone”, assommante ogni tipo di tara antropologica: dai picciotti guastatori della mafia siracusana ai radical-chic in redingote e tuba della city londinese; dai calmucchi sovietizzati – thompson e colbacco – ai varii “rommel” e “schuster” del fronte interno scampati al plotone di esecuzione; fenomeni tanto diversi, in apparenza, ma manovrati da un medesimo artefice: l’odio antisociale giudaico. A distanza di sessantasei anni dall’epilogo di quel conflitto, mai la dittatura del capitale era giunta si vicina alla vittoria, mai era arrivata si prossima alla definitiva sconfitta! Il ventunesimo secolo dell’èra volgare ha preso l’avvio sotto il segno della “guerra al terrorismo” (Afghanistan, Iraq, Libano, Gaza); invero, queste aggressioni non sono state solo il maldestro tentativo di assicurarsi un ulteriore decennio di ruberie di combustibili, quanto l’inevitabile prosieguo di un imperialismo antieuropeo e antiasiatico (sostanzialmente antitradizionale) che ha scatenato due guerre mondiali, una infinità d’altri conflitti di minore intensità, decine di milioni di morti, e che mira ad accerchiare e annichilire l’intera Eurasia e tutto il mondo islamico rimasto libero dal ricatto della Grande Usura.

“Una volta diffusosi su tutto il globo come unico potere che ogni cosa può controllare e che da nessuno può essere controllato, per fugare dal proprio regno ogni possibile nube, il Mondialismo ha bisogno di mantenere i popoli in uno stato di disgregazione perenne. I miliardi di miliardi di miliardi che vengono inventati, praticamente dal nulla – digitati su una tastiera di computer e nemmeno più stampati, se non in minima parte – che rimbalzano da una parte all’altra del globo attraverso reti informatiche, servono solo a imbrigliare tutti i popoli in un perverso sistema di schiavitù” (1).

Oggi, questo sistema, raggiunto l’apogeo della crisi, tenta l’ennesimo colpo di coda per cercare di scampare al proprio destino. Per far ciò ripristina lo stantio canovaccio delle rivoluzioni colorate; le “Color Revolutions” che tanto successo hanno riscosso in Ucraina e in Georgia, col compiacente appoggio di criminali internazionali dello spessore della Timoshenko, di Yuschenko o di Saakashvili. Non vorremmo frustrare le speranze di tanti entusiasti sognatori; ma supporre che le genti di Tunisia, Egitto, Yemen, Libia, Bahrein possono essere artefici di una specie di “rinascimento” islamico, nel solco tracciato dall’Iran, sembra piuttosto improbabile. Non è possibile paragonare i contraddittori legalismi sunniti, oramai irrimediabilmente infettati da ogni specie di veleno occidentale, troppo spesso complici del sionismo, con la Gnosi e la Mistica shi’ita (Imamita Duodecimana o Ismailita) rifiorite in Iran trentadue anni or sono.

…quando l’exoterismo assume il carattere specificamente religioso, l’esoterismo corrispondente, pur stabilendovi la sua base e il suo supporto, non ha in se stesso niente a che vedere con l’ambito religioso e si situa in un ordine totalmente diverso(2).

La rivolta egiziana del 26 gennaio, che ha lasciato sul terreno qualche centinaio di morti e migliaia di feriti, si è conclusa con la defenestrazione dell’ex plenipotenziario anglo-sionista Hosni Mubarak, troppi (e troppo sospetti), però, sono stati gli incensatori pronti a benedire la rinascita del popolo egiziano. Esistono, certamente, in Egitto come in Tunisia (al pari di altri luoghi in cui l’artiglio del grande parassita ha colpito), ampi strati sociali in preda al disagio e alla disperazione (si pensi solo all’inflazione dei prezzi degli alimenti superante la soglia del 30%, o al verticistico aumento del prezzo del grano imposto dal maiale di Chicago). Pertanto, che migliaia di persone, in perfetta buona fede, abbiano potuto rischiare la vita per tentar di scrollarsi di dosso le sanguisughe del Fondo Monetario Internazionale, appare come fatto indubbio; che questi stessi moti di piazza abbiano potuto mantenere una completa impermeabilità da intromissioni straniere, appare del tutto impossibile.

È sufficiente far riferimento alle modalità con le quali queste rivolte hanno avuto inizio. Domanda: per quale ineffabile ragione la dittatura del capitale avrebbe deciso di far fuori tanti suoi zelanti servitori, da Mubarak a Ben Alì? Risposta: poiché essi erano divenuti obsoleti. Delinquenti sì, tanto da appenderli a un cappio, ma non più rispondenti agli ultimi dettami del Fmi e della Banca mondiale. Obbediente al vecchio adagio “destabilizzare per stabilizzare”, Robert Malley, vecchia volpe della CIA oggi a capo del gruppo internazionale di crisi, ben prima di qualunque moto di piazza ha dichiarato: “Ogni albero della “foresta araba” potrebbe essere in procinto di cadere. Potremmo scorrere la lista dei leaders arabi destinati al macello, e scoprire che pochi di loro non stanno su quella stessa lista” (3).

Il “Movimento 6 aprile”, principale artefice della rivolta egiziana, finanziato dal National Endovment for Democracy (organizzazione sulle cui trame torneremo più avanti) e l’Associazione Nazionale per il Cambiamento, utilizzando lo strumento cibernetico tanto caro a tutti i fautori delle “Color Revolutions” di questi anni (Facebook, Twitter, Youtube, etc.), iniziano ad aizzare le masse giovanili, le più disorientate e sradicate che la globalizzazione abbia forgiato. Iniziato il passaparola elettronico, queste stesse masse colpiscono i bersagli prestabiliti – non da un ipotetico comitato rivoluzionario ma dall’usurocrazia globale -, mettendo in atto il “mordi e fuggi” sul modello sciame d’api impazzite già sperimentato in Iran, nel giugno 2009. Se un Mohammed el Baradei, apparentemente burattino ONU-AIEA – ma di fatto stipendiato dal movimento del cripto-ebreo Maher Ibrahim, cioè dal Dipartimento di Stato americano -, appare come per incanto in Piazza Tahrir e inizia ad arringare le folle contro il tiranno affamatore e assassino, si può star certi d’essere di fronte a una messa in scena della dittatura del capitale. A compimento di questa spregevole farsa, Barack Obama e Hillary Rhodam Clinton, cominciano a lanciare accorati appelli affinché vengano ascoltati le sacrosante richieste del popolo, mentre l’esercito (infido strumento agli ordini di israele) sorveglia “pacificamente” l’evolversi della situazione.

In un discorso dell’8 giugno 1982, Ronald Reagan, davanti al parlamento britannico, riferendosi all’Unione Sovietica, così si espresse: “L’Impero del Male va combattuto con ogni mezzo. Si tratta di aiutare i dissidenti li e altrove. Si tratta di contribuire a creare le infrastrutture necessarie per la democrazia i popoli saranno liberi di scegliere la strada che converrà loro, per sviluppare una cultura di libertà e risolvere le controversie con mezzi pacifici”. In questo modo furono creati gli strumenti più idonei per l’instaurazione del Nuovo Ordine Mondiale: le organizzazioni non governative!

La “National Endowment for Democracy”, madre di tutte le Ong, fu concepita per creare destabilizzazioni sociali in tutto il globo, fino alla progettazione ed esecuzione di vere e proprie soft revolutions; dal giorno della sua fondazione, avvenuta nel 1983, è stata sempre guidata da ebrei (Allen Weinstein, John Richardson, Carl Gershman). Massicciamente foraggiata dal contribuente statunitense, col concorso di uno sciame di fondazioni pseudo-filantropiche satelliti, ha annoverato e annovera nel suo Consiglio d’Amministrazione elementi dello spessore morale di Henry Kissinger, Madeleine Albright, Frank Carlucci, Paul Wolfowitz, Zalmay Khalilzad, Zbigniew Brzezinski. Estensione tentacolare della “NED” è l’“ACILS” (American Center for International Labor Solidarity), fondazione che ha sostituito le precedenti organizzazioni sindacali anticomuniste operanti durante la guerra fredda dal Vietnam all’Angola, dalla Francia al Cile. La “NED” manipola elezioni, propone candidature al Nobel, provoca crisi umanitarie, crea “uomini di Stato” evocandoli dal nulla in perfetto stile “The manchurian candidate”.

Dal Kenya al Venezuela, dal Tibet al Kuwait, la “NED” ha plasmato la partitocrazia e i sindacati di mezzo mondo, fornendo le risorse finanziarie e gli uomini di paglia da propinare alle masse preventivamente e democraticamente idiotizzate. Nel 2002 e nel 2004, l’“ACILS”, già citata filiazione della “NED”, ha partecipato al fallito colpo di Stato in Venezuela ordito contro il presidente Hugo Chavez (col concorso dell’ebreo Pedro Carmona, uomo di fiducia della Cia) e a quello organizzato ad Haiti contro Jean Bertrand Aristide.

Nel 2008, la “Trasparency International” (affiliata al “Center for International Private Enterprise”) denunciò, sulla base di informazioni manipolate, la “corruzione” dell’azienda petrolifera statale venezuelana “PDVSA”. Obiettivo recondito di quella manovra fu gettare il discredito, almeno in ambito mediatico occidentale, sulla reputazione di un ente statale venezuelano.

Per quel che concerne il controllo sui partiti politici occidentali, vale la pena di citare altre due organizzazioni satelliti della “NED”: l’International Repubblican Institute (IRI), che si occupa di mantenere il controllo sulla partitocrazia di destra, cioè sull’Internazionale liberale, presieduto dall’ebreo John mc Cain (ex candidato repubblicano alle elezioni statunitensi del 2008), e il National Democratic Institute for International Affairs (NDI), presieduto dall’ebrea Madeleine Albright (ex segretaria di Stato dell’amministrazione Clinton). Per poter manovrare liberamente i loro burattini, la NED si serve di ulteriori sub-organizzazioni: ad esempio, l’Alleanza dei democratici (AD) co-presieduta dal burattino Francesco Rutelli.

Attualmente, questa tentacolare struttura si sta occupando di ridisegnare il Nord Africa e il Medio Oriente agendo in combutta con altre “associazioni umanitarie”, “fondazioni per la ricerca scientifica”, “organizzazioni per la sicurezza e lo sviluppo”. Si tratta dell’attuazione di una strategia volta ad aizzare gli Stati arabo-musulmani uno contro l’altro, frammentare gli Stati preesistenti in califfati o in macroregioni sottocontrollo CIA, secondo i canoni dettati dal maggior teorico dello scontro tra civiltà, l’ebreo Samuel Huntington. Per fare qualche esempio: la Libia, disintegrata in Cirenaica, Fezzan e Tripolitania farebbe la felicità della British Petroleum e della Total. E ancora: se, nel 2009, all’epoca della rielezione di Ahmadinejiad, avesse vinto il boss della Twitter-Revolution Mir Hussein Mousavi, la Repubblica Islamica Iraniana avrebbe drasticamente ridotto le esportazioni di gas e petrolio verso la Cina, provocando un’immediata contrazione delle due economie. Si pensi anche che la NED, nel corso degli ultimi cinque anni, cioè da quando Hezbollah è uscito vincitore nella “guerra dei trentatré giorni”, ha dilapidato oltre un miliardo di dollari solo per diffondere la corruzione politica in Libano e fuorviare le indagini sull’assassinio di Rafik Hariri.

Risale al G8 di Sea Island del giugno 2004 il progetto per balcanizzare il Medio Oriente e il Nord Africa, così com’è stato fatto coi paesi dell’ex “Patto di Varsavia” dopo l’implosione sovietica, imponendo loro il famigerato modello liberal-calvinista: privatizzazioni coatte, disoccupazione e indebitamento avrebbero presto spianato la strada (com’è puntualmente avvenuto) alle scorrerie del Fondo monetario internazionale. Contrariamente a quanto hanno dato a intendere i media occidentali, sembra che la sì detta Fratellanza Musulmana sia assai più vicina all’asse Tel Aviv-Washington di quanto non fosse Hosni Mubarak. Secondo un rapporto effettuato dall’ex funzionario CIA operante in Egitto, Miles Copeland, durante la presidenza Nasser, la CIA si alleò segretamente con la Muslim Brotherhood allo scopo di frenare la diffusione dello Stato sociale ba’athista e contrastare il nazionalismo pan-arabo antisionista. Che la “Fratellanza Musulmana”, oggi ancora in auge, sia disposta a trattare con una spia sionista come Omar Suleiman, la dice lunga sulla caratura morale dei suoi componenti.

Per concludere queste brevi note, ripeteremo quanto già detto tante altre volte: l’attitudine messianico-predatrice del capitalismo fu esemplarmente esposta, già un secolo fa, da Werner Sombart. Oggi, questo istinto affaristico e guerrafondaio sta raggiungendo il suo massimo grado di affinamento proprio perché opera in modo più subdolo, apparentemente più filantropico, dunque meno percettibile. Immerso nel suo egoismo, il meticciato capitalista non concepisce la politica se non come fenomeno imperialistico e sopraffattore; ai suoi occhi è più che legittimo attaccare e rovesciare quegli Stati che rappresentano un modello diverso dal proprio. Questa massa informe e sradicata è convinta, secondo evidenti condizionamenti di tipo biblico-talmudico, che depredare l’altrui ricchezza sia una specie di vincolante investitura messianica.

Questa forma di prepotente cupidigia è dettata dallo spirito dominante in tutte le sue associazioni politiche, religiose, familiari; spirito ultragiudaico la cui sostanza viene fraudolentemente schermata dietro le formule lessicali più mendaci: democrazia”, “libertà”, “fratellanza”, “uguaglianza”; significanti molteplici celanti il solo obiettivo perseguito: l’ultimativa instaurazione del dominio ebraico-massonico mondiale (detto in altre parole: la catastrofe universale!). Lo stesso sionismo, in fondo, come hanno esemplarmente dimostrato Giovanni Preziosi e Francesco Gaeta, è da ascriversi alla dimensione delle semplici strumentalizzazioni, cioè dei falsi obiettivi, essendo, l’Ebraismo, fenomeno intrinsecamente nomade e apolide. Nessuna diaspora coartata ha mai avuto luogo, e in nessun tempo! L’ebreo, per placare la propria ingordigia, deve risiedere necessariamente in casa altrui, mangiare il pane altrui, non certo avere una terra su cui radicarsi, una terra da coltivare col proprio sudore. Chi tenta di dissimulare o, ancor peggio, di occultare quanto da noi affermato fin qui, non può che appartenere a due sole categorie antropologiche: o è un prezzolato della giudeo-massoneria o è un povero deficiente.

da Adriana NEGRONI e Mario MARLETTA, AVANGUARDIA

Note:

(1) Mario Consoli, “Contro il dio denaro”, “l’Uomo Libero” n.48, dicembre 1999;

(2) Réne Guénon, “Simboli della Scienza Sacra” (cap.IV, “Il Santo Graal”, Edizioni Adelphi, Milano 1975;

(3) Intervista apparsa sul “Washington Post” di domenica 16 gennaio 2011.

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