QUALCOSA DI MOLTO ITALIANO: “TO BADOGLIATE”

Quando è stata l’ultima volta che l’Italia ha iniziato e terminato una “guerra” con lo stesso “alleato”? Correva l’anno 1866, il Regno d’Italia si alleò con la Prussia contro l’Austria nella Terza guerra d’Indipendenza. La guerra dell’esercito sabaudo fu un disastro per le rovinose sconfitte di Custoza e Lissa, ma la vittoria prussiana consentì comunque al Regno d’Italia l’annessione del Veneto. Poi venne Roma. Guerre, alleanze, tradimenti e convergenze solidali, la storia dei rapporti tra Italia e Austria-Germania negli ultimi 150 anni è ancora affidata a memorie controverse e unilaterali. Cruciale l’episodio dell’intervento italiano del 1915. Sicuramente siamo i migliori al mondo in chiacchere, vedi i nostri (si fa per dire) politici. Non a caso le tragiche vicende che seguirono il tradimento italiano dell’8 settembre 1943 (per la vulgata patriottarda è armistizio) originò un nuovo verbo nella lingua inglese: “to badogliate“, che indica «un’azione maldestra, ambigua, pasticciata, furbastra, venata di tradimento: qualcosa di molto italiano secondo i peggiori luoghi comuni sulla propensione agli intrighi e alla doppiezza». L’8 settembre è una data tanto poco approfondita (volutamente) quanto poco risolta (vergognosamente) nella coscienza nazionale, il giorno infausto di una guerra persa con disonore, che provocò la divisione dell’Italia in due (alla faccia del 150° per decreto tanto sbandierato da Napolitano e Berlusconi) e la conseguente guerra civile. L’8 settembre è dunque la storia di due fughe: quella del re e del governo, che lasciano Roma per fuggire a Brindisi, abbandonando due milioni di italiani in grigioverde, senza guida, senza ordini, sballottati dalla tempesta degli eventi in patria e fuori. Furono traditi gli italiani ai quali fu data a credere la favola di una pace onorevole; Furono traditi i Caduti e i Combattenti a cui si parlò d’armistizio e non di capitolazione; Furono traditi gli italiani in Istria e Dalmazia lasciati alla mercé delle orde titine; Fu infine tradito l’alleato germanico a cui Badoglio e Vittorio Emanuele III in persona avevano assicurato, sul suo “onore di soldato” e sulle “tradizioni di casa Savoia”, la propria lealtà e la prosecuzione della guerra. Uno spergiuro. L’8 settembre 1943 ha le stesse caratteristiche del 19 marzo 2011, chi doveva pensare al popolo italiano, invece, pensò alla propria salvezza, mascherandola da ragione di Stato. La stiamo pagando ancora, nel giudizio internazionale.

Alle 13 in punto dell’11 giugno 2009, Gheddafi scortato da due amazzoni giunse, a bordo di una limousine bianca, al Quirinale. Venne ricevuto dal consigliere del presidente della Repubblica per gli affari militari, generale Rolando Mosca Moschini, per poi salire al primo piano del Palazzo, nella sala del Bronzino, intrattenendosi a colloquio con il capo dello Stato italiota Giorgio Napolitano, che gli ha pure stretto fraternamente la mano. Insieme a Gheddafi, in alta uniforme, tutta la delegazione libica. Il capo dello Stato italiota salutò la “nuova fase” che si apriva nei rapporti tra Italia e Libia con la firma del Trattato di amicizia. Napolitano spiegò che la prima visita di Gheddafi in Italia avviene all’indomani del trattato di amicizia che «Ha chiuso definitivamente il doloroso capitolo del passato ed espresso la ferma volontà delle parti di costruire una nuova fase del rapporto bilaterale» che sarà caratterizzata «da un forte e ampio partenariato politico, economico e in tutti i restanti settori della collaborazione».

Si stava aprendo un anno che sarebbe rimasto impresso nella storia del secolo ma anche nella storia di questa sciagurata Repubblica. Solo dopo, riguardando indietro, Giorgio Napolitano, Silvio Berlusconi, Ignazio La Russa e l’inutile Franco Frattini capirono che vivevano al centro di una piccola galassia di trasformazioni, e nel loro pianetino ne avvenivano altrettante. Di una sola cosa erano consapevoli: la forza fondamentale era l’attrazione per la pace e la libertà, che risucchiava tutti a velocità folle. C’era chi resisteva attaccandosi alla zavorra delle vecchie idee (Napolitano) o alla catena della paura (Frattini) e chi invece, Berlusconi, viveva in questo nuovo spazio. Alcuni imbarcati su comode astronavi, altri cavalcando comete e allucinazioni, altri in missione di guerra (La Russa) contro gli alieni del Sistema

Come da tradizione, Gheddafi portò con sè una tenda beduina (60 mq di superficie) allestita nello splendido parco di Villa Pamphilij (180 ettari di superficie), sede di rappresentanza del Governo italiano, per la sua storica visita di tre giorni a Roma. Non è finita, nel Gheddafi-Show c’era da garantire vitto e alloggio per 30 cavalli berberi. L’eroe Mangano non c’era più. Restavano i cavalli, un perfido messaggio subliminale rivolto all’ometto che si fa chiamare Cavaliere ma ha sempre maneggiato stallieri: i cavalli preferisce farli senatori, deputati e ministri. All’interno la tenda era arredata con 12 poltrone dai piedi dorati, divanetti, lampade al neon, tavoli, stufe elettriche in caso di freddo e grandi incensieri per profumare l’ambiente. Ma la tradizionale tenda nella quale Gheddafi è solito ricevere i suoi ospiti non venne però usata per il suo pernottamento: venne infatti ospitato nei locali della villa seicentesca, completamente restaurata e resa adatta ad accogliere capi di Stato e di governo. Gheddafi appunto.

La porta si spalancò ed entrò Muhammar. «Grazie, siamo amici», replicò pensando ai 5 miliardi di dollari (per un importo annuale di 250 milioni in 20 anni) servilmente offerti dal governo italiota. Rigide erano state le misure di sicurezza predisposte nello scalo romano di Ciampino, con i controlli di polizia e carabinieri che cominciavano già sulle strade di accesso all’area. Venne rinforzato anche il presidio all’ingresso, dove le vetture in entrata erano controllate scrupolosamente a vista. La piazzola di sosta dinanzi alla sala di rappresentanza del 31° Stormo dell’Aeronautica militare, dove era stato fatto parcheggiare l’aereo del leader libico, era sotto l’occhio di tiratori scelti posizionati sui tetti delle palazzine ed in altri punti sensibili.

«Tra Italia e Libia è stata avviata una nuova stagione di pace, amicizia e collaborazione dopo anni di rapporti difficili a causa dell’eredità coloniale che ha causato sentimenti di dolore nel popolo libico», disse l’ometto ridicolo Silvio Berlusconi nel corso di una conferenza stampa a villa Madama insieme a Muammar Gheddafi.

«Riconosco nel leader Gheddafi una profonda saggezza», disse Berlusconi sottolineando di essere legato al colonnello da “vera e profonda amicizia” coltivata in questi ultimi quindici anni. Ultimi appunto.

Ora, l’Italia partecipa a pieno titolo alle operazioni della coalizione internazionale (coalizione dei volenterosi l’ha chiamata il governo Berlusconi) non solo con le sue 7 basi (Amendola, dove sono schierati i caccia Amx e i velivoli senza pilota Predator; Gioia del Colle, base dei caccia Eurofighter; Sigonella e Aviano, due basi per ospitare altri Paesi; Trapani, aeroporto attrezzato per gli aerei radar Awacs e sede di caccia intercettori F-16; Decimomannu, base logistica; Pantelleria, la base aerea più vicina alla Libia), ma anche con 8 aerei (4 caccia F-16 e 4 Tornado). La posizione è stata ufficializzata in sede Onu. Con tanti saluti al Trattato di amicizia tra Italia e Libia!

Nel secondo giorno dell’operazione militare di guerra “Odissey Dawn“, (il primo giorno, sabato 19 marzo, 25 navi da guerra e sottomarini Usa dislocati nel Mediterraneo si sono limitati a bersagliare Tripoli con un centinaio di missili Cruise) ancora una pioggia di bombe e missili sulla Libia, con la partecipazione anche di caccia italiani al fianco degli statunitensi, britannici e francesi. «Da oggi i nostri aerei compiranno azioni», ha annunciato il ministro delle missioni umanitarie, Ignazio La Russa. E poco dopo le 20, sono decollati i primi Tornado dalla base di Trapani Birgi, sede del 37° stormo dell’Aeronautica militare: 6 in tutto i caccia italiani partiti per la Libia.

La seconda giornata di raid è cominciata (ieri, 20 marzo 2011) attorno alle 12 ora di Tripoli (le 11 in Italia). Fra i vari attacchi, tre bombardieri americani Stealth, invisibili ai radar, hanno colpito con 40 missili la base aera di Al Watyah, 170 chilometri a sud-ovest di Tripoli. Bombardate anche le difese aeree a Tripoli e distrutta una colonna di carri armati e blindati sulla strada che collega Ajdabiya a Bengasi.

«Non siamo in guerra. Siamo impegnati in un’azione autorizzata dall’Onu», ha detto il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano al suo arrivo al museo del risorgimento a Milano. Muammar Gheddafi, intanto, è tornato a minacciare l’Occidente e l’Italia: «Italia, sei una traditrice», ha detto durante il suo messaggio audio trasmesso dalla tv di stato, aggiungendo: «L’attacco alla Libia è una nuova crociata contro l’Islam, ma sarete sconfitti, come già siete stati sconfitti in Iraq, Vietnam e Somalia, come vi ha sconfitto bin Laden. Avete attaccato il civile popolo libico che non vi aveva fatto nulla. Siete barbari, terroristi, mostri e criminali e volete solo il nostro petrolio».

E’ chiaro? Non siamo in guerra… in Iraq abbiamo regalato giocattoli, in Afghanistan regaliamo palloncini colorati ai bambini, in Libia come in Serbia, invece, i coriandoli all’uranio (U-238)! L’Onore ha ancora un suo diritto morale di esistenza? To Badogliate, or not To Badogliate: that is the question… 

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9 commenti

  1. […] e la no-fly zone, ma da subito gli aerei dell’aviazione americana, francese e inglese (e italiana, anche se la nostra posizione sembra restare più defilata) bombardano a tutto spiano. L’assioma politico è sempre lo stesso: se non va bene a noi, gli […]

  2. […] festeggiamenti uno strascico molto particolare: una guerra in Libia. Un conflitto che sa tanto di amarcord: la Libia la conquistò Giolitti nel 1911, la “pacificò” Mussolini nel primo dopoguerra, e fu […]

  3. […] del nostro partner all’inizio della crisi, né tantomeno schierarsi contro la Libia sperando che il nostro servilismo ci procurasse almeno le briciole sulle fumanti macerie di una nazione devastata dai bombardamenti, […]

  4. […] la trappola dentro cui Gheddafi è caduto –  volontariamente – per mano dei suoi nuovi amici occidentali, i quali, secondo Atwan, “hanno utilizzato con il colonnello libico lo stesso scenario che […]

  5. […] cuori e nelle nostre azioni». Passata la festa, gabbato lo santo. Un modo di dire che notoriamente rispecchia il pensiero italiota, un proverbio attribuito a coloro che, dopo aver ottenuto il piacere richiesto, si dimenticano ben […]

  6. […] ben presto essere riposta nella collezione di certezze granitiche sgretolatesi dall’inizio della crisi libica. Nei primi giorni della rivolta di Bengasi contro il governo centrale, il ministro italiano degli […]

  7. […] a proposito di interessi nazionali: come pontificavano parti della maggioranza, nei giorni del raìs Gheddafi a Roma, del tendone piantato, del carosello in suo onore e delle veline da convertire all’Islam. Come […]

  8. […] dirittura morale: persone che preferivano andare a fondo con la propria nave, piuttosto che subire l’onta del disonore (eccezion fatta per l’umiliante pagina dell’8 settembre, quando gran parte della Regia marina […]

  9. […] italo-libica”. Martedì 30 agosto 2011 si avvicina e non ci sarà niente da festeggiare perchè la Repubblica Italiana ha tradito la Grande Giamahiria Araba Libica Popolare Socialista, ha sospeso unilateralmente il Trattato e ha preso parte all’aggressione militare e criminale […]


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