Una GRANDE SCOPERTA: la Mafia investe capitali al nord

La genesi del capitalismo è ben nota. Una schiera di criminali che hanno accumulato risorse finanziarie e beni materiali con metodi gangsteristici, assassinando i concorrenti o eliminandoli con la complicità della legge e dei governi a loro collusi. Criminali che non hanno esitato a massacrare intere popolazioni per impossessarsi dello ricchezze. Criminali i cui discendenti, con le azioni dei nonni finite ormai nel dimenticatoio, possono oggi permettersi pure di insegnare al prossimo le buone maniere. Che differenza pratica e morale c’è infatti tra i Rockefeller, il cui capostipite John I° nella seconda metà dell’Ottocento faceva saltare con la dinamite i pozzi petroliferi dei concorrenti, faceva uccidere i presidenti degli Usa, tipo McKinley, che non volevano essere funzionali ai suoi interessi, e il capo di Cosa Nostra, Salvatore Riina, condannato per una lunga serie di stragi e di omicidi? Che differenza c’è tra i proprietari delle grandi compagnie commerciali Usa operanti nel settore agricolo che strozzano i piccoli produttori nazionali e che nei secoli scorsi non hanno esitato a massacrare, per interposta persona, i campesinos in America Latina che non volevano sottoporsi alle loro pretese di avere la materia prima a pochi soldi? E infine, che differenza c’è tra i capitali che sono frutto di una speculazione finanziaria, quindi di una rapina ai danni dei cittadini o di un intero popolo, e i capitali provenienti dal traffico internazionale di stupefacenti o dal pizzo imposto dalle varie mafie ai negozianti o alle imprese? Quando è che i soldi da sporchi si trasformano in puliti? E soprattutto chi è abilitato a stabilirlo? Non si tratta di una questione da poco, perché ha a che fare con il sistema di potere finanziario egemone oggi nel mondo e in Italia che si arroga il diritto di stabilire i quarti di nobiltà di chi cerca di salire lungo la scala sociale e di ottenere legittimità nel proprio nuovo ambiente di adozione. Una realtà che è ben chiara a chi analizza le vicende di casa nostra dove delle autentiche Mafie (queste sì) in guanti bianchi hanno creato per anni solide barriere all’entrata nei cosiddetti “Salotti Buonimilanesi e torinesi, quelli dell’Alta Finanza, di taluni personaggi caratterizzati da una fortuna troppo recente.

Mafie legalizzate i cui esponenti non avevano fatto alcuno sforzo per cancellare le modalità con le quali i propri antenati avevano accumulato le fortune di famiglia. Queste considerazioni ci sono venute alla mente dopo aver letto le dichiarazioni del governatore della Banca d’Italia, Mario Draghi, sulla presenza della Mafia (Cosa Nostra siciliana e Ndrangheta calabrese) nel Nord Italia e sugli effetti negativi sia per i cittadini che per la vita economica. Dichiarazioni sicuramente fondate ma che purtroppo arrivano con parecchi anni di ritardo, visto che infiltrazioni mafiose al Nord sono iniziate già negli anni cinquanta quando a Milano arrivarono ad esempio personaggi come Giuseppe Doto (alias Joe Adonis), un gangster italo-americano espulso dagli Usa come indesiderabile.

Già allora Cosa Nostra Usa e la consorella siciliana investivano soldi a Piazza Affari tramite fidati intermediari, stimati agenti di Borsa che erano di casa in tutte le principali società allora quotate, che non erano certamente molte. Nessuno si domandava quale fosse l’origine di quei capitali, “pecunia non olet” dicevano i latini. Non importa chi è che ci porta i soldi, era l’opinione comune, basta che ce li porta. Non siamo tenuti a fare troppe domande. Ci portano i soldi e noi li investiamo. Queste due ultime erano le opinioni del più famoso agente di Borsa milanese (Aldo Ravelli) rilasciate in un libro-intervista del 1993. Poi negli anni sessanta, vuoi in mezzo alle decine di migliaia di immigrati, vuoi con il devastante meccanismo del soggiorno obbligato, centinaia di mafiosi vennero inviati al Nord. In seguito, dall’inizio degli anni settanta partì la cosiddetta “accumulazione primitiva del capitale mafioso”, soprattutto con il traffico di eroina, dopo che la raffinerie vennero spostate da Marsiglia in Sicilia, e con i sequestri di persona (realizzati da siciliani e calabresi ai danni di industriali padani) i cui proventi vennero reinvestiti sia al Nord che al Sud. Sia in attività produttive che in beni di investimento (ad esempio immobili) e ovviamente ancora nel traffico di stupefacenti. Così quando Giovanni Falcone, poco prima di essere ucciso insieme alla sua scorta, affermava che la Mafia era entrata in Borsa, diceva una verità ben conosciuta.

I soldi che inquinano

Oggi le cose sono peggiorate rispetto ad allora perché molte imprese controllate da capitali mafiosi operano una concorrenza più che scorretta rispetto a quella delle imprese “normali”, per esempio sui prezzi, e i mafiosi imprenditori arrivano anche a taglieggiarle e a chiedergli il pizzo per metterle fuori gioco. Con la crisi economica poi, questo meccanismo si è aggravato in quanto alcune imprese in difficoltà, perché le banche gli hanno chiuso il credito, sono state obbligate a rivolgersi agli usurai. E l’usura, si sa, è uno dei canali privilegiati usati dalle mafie per far girare e reinvestire i soldi e farli fruttare oltre ogni limite.

Intervenendo al convegno: “Mafie a Milano e nel Nord: aspetti sociali ed economici”, organizzato dalla associazione “Libera”, Mario Draghi ha sostenuto che la criminalità organizzata può mettere a repentaglio la democrazia e la coesione sociale del nostro Paese. Ad esempio, la forte presenza della criminalità nel Sud è una delle cause di un fenomeno particolarmente doloroso. Quello dell’emigrazione di “giovani onesti e istruiti” verso il Nord. Con la crisi economica, molte imprese italiane hanno visto drammaticamente ridursi i flussi di cassa e il loro valore di mercato, rendendole più facilmente aggredibili dalla criminalità.

Sarebbe necessario, ha notato Draghi, un sistema di tassi antiusura, perché il sistema attuale, in un periodo di tassi molto bassi come quello attuale, si irrigidisce e esclude dall’accesso al credito molte imprese e individui che potrebbero invece averlo, costringendole a rivolgersi ad altre forme. Ci vuole allora un sistema più flessibile che preveda una soglia di tasso di interesse anti-usura che sia un pò più alta quando i tassi sono bassi e un po’ più bassa quando i tassi sono alti. Contrastare i tentativi di infiltrazione delle mafie nel Nord, ha insistito, servirebbe a togliere uno dei freni che rallentano uno sviluppo economico e migliorerebbe la convivenza  civile. Ma pure il mondo bancario e finanziario e quello dei professionisti dovrebbe fare di più, visto che sono ancora insufficienti le segnalazioni sul riciclaggio di capitali come prevede invece la normativa esistente. Diceva Vito Genovese (capo di una delle 5 famiglie di New York di Cosa nostra) che “fa più soldi un avvocato con i codici che quattro gangsters con la pistola”. Poi, come troppo spesso succede, se certi avvocati e certe finanziarie o banche si alleano con i mafiosi, e nessuno lo impedisce, sono guai per tutti.

da Filippo Ghira, RINASCITA

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1 commento

  1. […] forzare tanto le scelte quotidiane dei cittadini quanto le decisioni politiche. Si è affermato un Sistema che distorce a suo piacimento la verità e la realtà, che ha trasformato la speculazione in forma […]


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