LO «SHOPPING» DI GHEDDAFI NEL BELPAESE

L’Italia è al primo posto per l’export e al quinto per l’import da Tripoli, con un interscambio nel primo semestre 2010 che si aggira attorno ai 7 miliardi di euro, con stime superiori ai 12 miliardi per l’intero anno. La nostra dipendenza dall’energia libica è elevatissima, infatti importiamo dalla Libia quasi un terzo del petrolio e del gas che utiliziamo: uno studio dell’Althesys Strategic Consultans, società di ricerca e consulenza che realizza anche l’Irex, l’indice di Borsa delle energie rinnovabili, afferma che se il blocco del gas dalla Libia, arrivasse a durare un anno, ci sarebbero delle ripercussioni sulle bollette degli italiani, di circa l’8,5%, perchè la necessità di ricercare combustibili alternativi per non fare fermare le industrie italiane, porterebbe ad un aumento del costo di produzione dell’elettricità pari a 20 euro per ogni MegaWatt/h prodotto, pari a circa 32 euro a famiglia.

Tra le principali società italiane che hanno rapporti a vario titolo con la Libia:

  • Unicredit, per quote di possesso sul capitale ordinario superiori al 2%, è controllata dalla Central Bank of Libya al 4,98% e dal Libyan Investment Authority, il fondo sovrano libico al 2,59%;
  • La Libyan Arab Foreign Investment Company (LAFICO S.a.l), tramite la società dichiarante Lbyan Post Telecommunications Informations Technology Company (LPTIC), cui azionista diretto è la Bousval Société Anonyme con sede legale in Lussemburgo possiede il 14,79% della Retelit (società controllata da Telecom Italia attiva nel WiMax);
  • LAFICO S.a.l è presente nel capitale della Juventus F.C al 7,5%;
  • Finmeccanica ha tra i suoi azionisti Libyan Investment Authority che detiene una quota del 2,01%;
  • La quota Eni, partner storico del paese nordafricano, è in mano libica tramite la LAFICO S.a.l per una quota che si aggira attorno al 0,15%;
  • Ansaldo Sts ha concluso due contratti in Libia. Nel luglio 2009, si è aggiudicata una commessa di 541 milioni di euro per la realizzazione dei sistemi di segnalamento, telecomunicazioni e alimentazione relativi alla linea costiera e quella interna per un totale di 1.450 km. Con questo accordo, Finmeccanica è diventata il principale partner delle Libyan Railroads (ferrovie) nella realizzazione della nuova rete ferroviaria nazionale. La quota attribuita all’Ansaldo Sts è 81,8% che equivale a 202 milioni.
  • Impregilo, principale gruppo italiano nel settore costruzioni e ingegneria, è impegnata in Libia attraverso la società mista LIBCO partecipata dalla multinazionale italiana al 60% e al 40% da Libyan Development Investment. Impregilo ha in essere progetti nel settore costruzioni: la Conference hall di Tripoli; la realizzazione di tre poli universitari; la progettazione e realizzazione di lavori infrastrutturali e di opere di urbanizzazione a Tripoli. Si tratta di ordini che si aggirano, complessivamente, attorno al miliardo di euro ed i cui contratti stipulati con la Libia pesano per circa l’11% del fatturato della società.

La Central Bank of Libya era già presente con una partecipazione in Banca di Roma, trasformatasi in un 5% di Capitalia e poi confluita in Unicredit. LAFICO S.a.l, invece, è stata presente con una quota consistente, fino al 15%, anche nella holding dell’abigliamento Fin-Part (la casa di Frette, Cerruti e Moncler) poi fallita il 25 ottobre 2005. In Fin-Part era confluita anche Olcese, un’azienda attiva nel tessile in cui LAFICO S.a.l era presente nel Cda per la prima volta nel 1998. Successivamente, la finanziaria libica arrivò a detenere fino al 30% nell’azienda di filati.

L’importanza della Libia non è solo nelle partecipazioni azionarie, perchè sono oltre 100 le imprese italiane collegate al settore petrolifero e alle infrastrutture, ai settori della meccanica, dei prodotti e della tecnologia per le costruzioni. Tra le più note c’è Iveco (gruppo Fiat) presente con una società mista e un impianto d’assemblaggio di veicoli industriali. Le società di costruzioni Bonatti, Garboli-Conicos, Maltauro e Ferretti Group. Altri settori sono quelli delle centrali termiche Enel power, dell’impiantistica Tecnimont, Techint, Snam Progetti, Edison, Ava, Cosmi, Chimec, Technip. Un altro esempio di ramificazione della finanza libica in Italia è Telecom, presente con Prysmian Cables (ex Pirelli Cavi).

Come al solito, la posizione del governo italiano è di grande imbarazzo: nessun congelamento dei beni libici da parte di Bankitalia, per ora, solo la richiesta dell’Unione informazione finanziaria (UIF) agli intermediari di monitorare per i profili di antiriciclaggio le operazioni e i rapporti con i membri della famiglia Gheddafi e del governo libico.

Nella comunicazione di Bankitalia del 1 marzo  2011, si legge:

«La Risoluzione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite dello scorso 26 febbraio (1970/2011) ha previsto, tra l’altro, l’adozione di misure di congelamento dei fondi e delle risorse economiche possedute, direttamente o indirettamente, da alcuni membri della famiglia di Muammar Qadhafi. Sul piano internazionale sono state inoltre avviate iniziative volte a congelare le attività riconducibili a persone ed entità del Governo della Libia. In relazione a quanto precede, facendo seguito al Comunicato di questa Unità del 9 febbraio scorso, si richiama l’attenzione dei destinatari dell’obbligo di segnalare le operazioni sospette sull’attività dei soggetti sopra indicati, ai fini di un adempimento tempestivo di detto obbligo, in modo da consentire all’UIF l’eventuale esercizio del potere di sospensione, di cui all’art. 6, comma 7, lett. c) del d.lgs. n. 231 del 2007».

A margine degli incontri di Helsinki, l’ometto ridicolo Silvio Berlusconi (contestato: «Qui il baciamano non funziona»), vorrebbe che l’Ue supportasse un “piano Marshall” d’aiuto economico ai paesi nordafricani con 10 miliardi di euro. Ora, analizzando quanto sopra riportato, si evince che le istituzioni finanziarie libiche – Central Bank of Lybia, Lybian Investment Authority, Libyan Arab Foreign Investment Company – detengono azioni di società italiane per circa 4 miliardi di euro.

Come dichiarato da Silvio Berlusconi «Occorre distinguere bene sulle partecipazioni della Libia in quanto popolo libico e le partecipazioni che invece sono attinenti ad una famiglia: quindi staremo molto attenti ad una distinzione». Ergo, i 4 miliardi di euro sono, a tutti gli effetti, “beni del popolo libico”. Per cui, se i libici decidessero di vendere le quote possedute, alcuni equilibri nella casta di potere Unicredit verrebbero meno e l’oligarchia finanziaria italiana rappresentata dalla triade incestuosa Abi-Ania-Bankitalia inizierà a propagandare “nuovi aiuti” alla Libia, cui si farebbero carico i contribuenti, contraddittoriamente, e senza che ce ne sia bisogno. Baciamo le mani…

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10 commenti

  1. […] I nostri governi, i nostri parlamenti, attraverso un giro incrociato di partecipazioni finanziarie, dipendono quasi interamente dagli ordini di satrapi sanguinari. Ma c’è di più, ciascuno di noi, più o meno indirettamente, […]

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  3. […] in Iraq abbiamo regalato giocattoli, in Afghanistan regaliamo palloncini colorati ai bambini, in Libia come in Serbia, solo i confetti! L’Onore ha ancora un suo diritto morale di esistenza? To […]

  4. […] è un dittatore affarista che unisce ferocia e kitch da operetta. Saddam era un miles gloriosus satrapesco e crudele, che […]

  5. […] dall’inizio. Prima dell’esplodere dell’insurrezione, l’Italia ha un rapporto privilegiato con la Libia. Il nostro paese è innanzi tutto il maggiore socio d’affari della Jamahiriya: primo acquirente […]

  6. […] rapporto stabilito con la Libia di Gheddafi rispondeva al nostro interesse nazionale. La situazione attuale no. Non corrispondeva […]

  7. […] storia degli ultimi dieci anni ci racconta di un Gheddafi che ha aperto agli investimenti stranieri in cambio del ritiro delle sanzioni economiche a cui la Libia era sottoposta da anni. Non solo, […]

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