Un declino tutto americano in un mondo nuovo

Questo è un momento globale diverso da qualsiasi altro nella nostra memoria. Certo, si possono fare dei paragoni con l’ondata popolare che nel 1989-91 ha spazzato l’Europa dell’Est quando è crollata l’Unione Sovietica. A coloro che hanno una memoria più lunga, forse potrebbe venire in mente il 1968, quel momento poi abortito quando negli Stati Uniti, in Francia, Germania, Giappone, Messico, Brasile e in altri paesi compresa l’Europa dell’Est, masse di gente scesero nelle strade delle città del mondo per proclamare che stava per avvenire un cambiamento. Per quelli che fanno ricerche sui libri di storia, forse si sono concentrati sul 1848, quando, in un’epoca che, come questa nostra, mescolava la depressione economica con nuovi mezzi di diffusione delle notizie, il vento della libertà sembrò spazzare brevemente l’Europa. E, naturalmente, se vogliamo considerare il caso in cui un numero sufficiente di regimi cade e l’inquietudine diventa profonda, c’è sempre il 1776, anno della Rivoluzione Americana o il 1789, anno della Rivoluzione Francese. Entrambe hanno scosso il mondo per decenni. Ma ecco la verità di tutto ciò: bisogna sforzarsi per inserire questo momento del Medio Oriente in qualsiasi paradigma precedente, perfino quando esso – dal Wisconsin alla Cina – minaccia già di irrompere dal mondo arabo e di diffondersi come una febbre in tutto il pianeta.

Mai a memoria d’uomo così tanti governanti ingiusti o semplicemente spregevoli si sono sentiti così nervosi – o forse così tanto indifesi (sebbene armati fino ai denti) di fronte a un’umanità disarmata. E anche solo questo pensiero ci deve dare gioire e speranza. Persino ora, se non comprendiamo la sostanza della situazione attuale, solo osservare il numero sbalorditivo di persone, molte delle quali giovani e insoddisfatte, che scendono nelle strade del Marocco, Mauritania, Djibouti, Oman, Algeria, Giordania, Iraq, Iran, Sudan, Yemen e Libia, per non parlare di Bahrain, Tunisia ed Egitto, dovrebbe essere illuminante. Guardarli affrontare le forze di polizia che usano manganelli, gas lacrimogeni, pallottole di gomma e in troppo casi, pallottole vere (in Libia anche elicotteri e aeroplani) e in qualche modo diventare più forti è quasi incredibile. Vedere gli Arabi che chiedono un qualche cosa che eravamo convinti fosse il diritto di primogenitura e di proprietà dell’Occidente, in particolare degli Stati Uniti, fa venire i brividi a tutti.

La natura di questo fenomeno che può scuotere il mondo rimane sconosciuto e, probabilmente, questo punto, non si conoscerà. La libertà e la democrazia stanno per esplodere dappertutto? Se sì, che cosa significherà tutta questa partecipazione? Se no, a che cosa stiamo assistendo? Che lampadina è stata quella che ha si è accesa in milioni di cervelli che usano Twitter e Facebook? E perché adesso? Dubito che coloro che protestano e che, in alcuni casi, muoiono, conoscano se stessi. E questa è una buona notizia. Che il futuro rimanga sempre la terra dell’incognito dovrebbe offrirci una speranza, almeno perché è il flagello delle elite al potere che vogliono, ma non possono mai prenderne possesso. Tuttavia ci si aspetterebbe che l’elite al potere, osservando questi avvenimenti che stanno scuotendo la terra, possa ripensare alla situazione di questa come dovremmo fare tutti noi. Dopo tutto, se l’umanità riesce improvvisamente a svegliarsi in questo modo affrontando il potere armato di uno stato dopo l’altro, allora che cosa è davvero possibile su questo nostro pianeta? Vedendo ripetutamente queste scene, chi non vorrebbe ripensare ai principi fondamentali? Chi non sentirebbe l’urgenza di formarsi una nuova immagine del nostro mondo?

Permettetemi di offrirvi come mia scena preferita non uno dei vari regimi Medio Orientali disperati o morenti, ma Washington.

La vita nella camera ad eco

Molte delle cose che Washington ha immaginato in questi ultimi anni si sono rivelate comiche, anche prima che questo momento le spazzasse via. Prendiamo per esempio, una qualsiasi vecchia frase degli anni di Bush. Che ne dite di: “Siete con noi o contro di noi?” E’ sorprendente il fatto che significhi così poco al giorno d’oggi. Se si ripensa alle ipotesi disperatamente sbagliate fatte da Washington su riguardo all’andamento dei fatti del nostro mondo, questo potrebbe sembrare il momento opportuno per mostrare un pò di umiltà davanti a ciò che nessuno poteva aver previsto.

Sembrerebbe un momento opportuno per Washington – dal 12 settembre 2001, è stato notevolmente incompetente per quanto riguarda i veri sviluppi che avvengono sul nostro pianeta e ha ripetutamente calcolato male la natura del potere globale – per fare un passo indietro e ricalibrarsi.

Non c’è nessun indizio che Washington lo stia facendo. Di fatto, potrebbe essere al di là delle sue attuali capacità di comprensione, anche se hanno investito miliardi di dollari nella “intelligence”. E con “Washington” non mi riferisco soltanto all’amministrazione Obama, o al Pentagono, o ai nostri comandanti militari, o alla vasta burocrazia dei servizi segreti, ma a tutti quei sapientoni e comitati di esperti che affollano la capitale e ai media che parlano di tutti loro. E’ come se il cast dei personaggi che costituisce “Washington” vivesse ora in una specie di camera ad eco dove possono soltanto ascoltare l’eco delle loro parole. Come risultato, Washington sembra ancora notevolmente deciso a estendere al massimo il filo di un’era che sta entrando troppo rapidamente nei libri di storia. Mentre molti hanno notato che la lotta sfortunata dell’amministrazione Obama di recuperare riguardo agli avvenimenti in Medio Oriente, anche quando si aggrappa a una cricca familiare di torvi autocrati e di sceicchi del petrolio, permettetemi esemplificare questa osservazione parlando di un’altra zona: l’Afghanistan e la sua guerra largamente dimenticata. Dopo tutto, quella guerra, appena notata e sepolta sotto la massa di notizie del canale 24/7 da Egitto, Bahrain, Libia e da altri paesi del Medio Oriente, continua il suo corso distruttivo e costoso senza che nessuno batta ciglio.

A Washington ci sono cinque modi di essere sordi

Si potrebbe pensare che, mentre vaste fasce del Greater Middle East (1) sono in fiamme qualcuno a Washington guardi con un occhio diverso alla guerra Afgano/Pachistana e si chieda se non è semplicemente fuori luogo. Non abbiamo questa fortuna, come indicano i seguenti cinque piccoli ma significativi esempi che hanno attirato la mia attenzione. Considerateli come prova dello stato di benessere della camera ad eco americana e del modo in cui Washington si sta dimostrando capace di ripensare alla sua guerra più lunga, più vana e più bizzarra.

1. Cominciamo con il più recente op-ed (opposed editorial) contro-editoriale del New York Times: “La lunga guerra forse diventerà più corta”. E’ stato pubblicato martedì scorso mentre la Libia stava attraversando “le porte dell’inferno”, l’editoriale è stato un resoconto positivo delle operazioni di contro insurrezione condotte dal Generale David Petraeus nell’Afghanistan meridionale. Gli autori, Nathaniel Fick e John Nagl, membri di un’intellighenzia di Washington sempre più militarizzata, sono entrambi a capo del Centro per una Nuova Sicurezza Americana con sede a Washington. Nagl faceva parte del team che nel 2006 aveva scritto la revisione del Manuale della contro insurrezione per il quale si dà credito a Petraeus e che fu consigliere del generale in Iraq.

Fick, un ex ufficiale dei Marines che era a capo di truppe in Afghanistan e in Iraq e che poi è stato istruttore di civili presso l’Accademia Afghana della contro insurrezione a Kabul; recentemente visitato l’Afghanistan (non sappiamo sotto gli auspici di chi). Entrambi sono tipici rappresentanti dei molti esperti di guerra che tendono a sviluppare relazioni incestuose con i militari, e che fanno come secondo lavoro i collaboratori e le “majorettes” per i nostri comandanti militari e che rimangono i referenti dei media per le informazioni. In un altro tipo di società questo contro-editoriale sarebbe stato considerato semplicemente propaganda.

Ecco il suo delizioso paragrafo:

E’ difficile dire quando lo slancio si sposterà su una campagna di contro insurrezione, ma ci sono prove crescenti che l’Afghanistan si sta muovendo in una direzione più positiva rispetto a quella ipotizzata da molti analisti. Ora sembra più probabile che non probabile che il paese possa raggiungere il modesto livello di stabilità che e di fiducia in se stesso necessarie a far sì che gli Stati Uniti abbassino in modo responsabile da 100.000 a 25.000 il numero di soldati nei prossimi 4 anni”.

Questo è un classico esempio di come Washington sposta i pali delle porte. Quello che i nostri due esperti vogliono veramente annunciare è che, anche se tutto va bene nella guerra in Afghanistan, il 2014 non sarà la data della sua conclusione. Sarà molto improbabile. Naturalmente, questa è una posizione che Petraeus ha appoggiato. Fra quattro anni, a partire da adesso, i nostri piani per il “ritiro” delle truppe, secondo Nagl a Fick, lascerà sul posto 25.000 soldati. Se la verità e la precisione fossero lo scopo del loro esercizio, il loro pezzo si sarebbe dovuto intitolare: “La unga guerra diventa più lunga”.

Anche se il Medio Oriente esplode e gli Stati Uniti piombano nel “dibattito” sul budget alimentato in modo significativo dalle nostre guerre sbalorditivamente costose infinite questi due esperti propongono implicitamente che il Generale Petraeus e i suoi successori continueranno a combattere in Afghanistan per più di 100 miliardi di dollari all’anno per lungo tempo ancora, come se nel mondo nulla stesse cambiando. Questa sembra già la definizione di oblio e senza dubbio un giorno sembrerà delirantema è la solita mentalità del “sono affari come al solito” con la quale Washington si pone al cospetto del mondo.

2. Potremmo anche considerare due impressionanti osservazioni che il generale Petraeus in persona ha fatto e che ignorano il nostro nuovo momento storico. Durante un briefing tenuto la mattina del 19 gennaio, secondo l’inviato del New York Times Rod Norland, il generale era in uno stato d’animo esultante e quasi trionfalistico per la sua guerra. Accadeva appena pochi giorni prima che i dimostranti egiziani scendessero nelle strade, e soltanto pochi giorni dopo che l’autocrate Tunisino Zine Ben Ali aveva incontrato il potere delle masse non violente di dimostranti e aveva abbandonato il suo paese. Ed ecco che cosa ha detto Petraeus in modo esuberante al suo staff. “Ora abbiamo messo i denti nella giugulare del nemico, e non lo lasceremo andare”.

E’ vero che il generale non solo da mesi stava mandando nuove truppe americane nel sud dell’Afghanistan, ma stava anche incrementando l’uso della forza aerea, aumentando raid notturni per Operazioni Speciali e in generale stava intensificando la guerra nel territorio dei Talebani. Tuttavia, nel migliore dei casi, era un’immagine stranamente esultante. Ovviamente Petraeus l’idea di un predatore che affonda i denti nella gola della sua preda, ma certamente in qualche zona dell’inconscio militare era latente un’immagine americana di cultura pop più diffusa: il lupo mannaro o il vampiro. Evidentemente l’idea che ha il generale del futuro americano comprende un vasto festino sanguinario. Nella versione afgana della Transilvania, perché, come Nagl e Fick, chiaramente progetta di tenere quei denti in quella giugulare per molto, molto tempo a venire.

Un mese dopo, il 19 febbraio, proprio quando l’inferno si stava scatenando in Bahrain e in Libia, il generale andava in visita al palazzo presidenziale a Kabul e, respingendo le denunce afgane che recenti raid aerei americani nel nord est del paese che avevano ucciso moltissimi civili, compresi bambini, fece un’osservazione che scandalizzò gli assistenti di Karzai. Non abbiamo la trascrizione parola per parola di quanto ha detto, ma il Washington Post riferisce che, secondo i partecipanti, Petreus fece capire che “gli Afghani coinvolti in un attacco della coalizione nell’Afghanistan di nord est, forse avevano bruciato i loro bambini per poter esagerare le rivendicazioni di vittime civili”.

Uno degli Afgani presente all’incontro replicò: “Ero stordito. Mi girava la testa. E’ una cosa scandalosa. Esiste un padre che farebbe questo ai suoi bambini? E’ veramente assurdo”.

Nella echo-chamber americana, le parole del generale possono sembrare, se non sensate, comprensibilmente esagerate ed enfatiche: Abbiamo preso il nemico per la gola! Non siamo stati noi a provocare le vittime afgane, le hanno provocate loro stessi! Altrove sembrano certamente ottusamente stonate o semplicemente vampiriche, prova che coloro che sono nella camera ad eco non hanno idea di come appaiano in un mondo che sta cambiando forma.

3. Adesso superiamo con un salto il confine mal definito tra Afghanistan e Pakistan ed entriamo in un altro mondo di ottusità americana. Il 15 febbraio, soltanto 4 giorni dopo che Hosni Mubarak lasciasse l’incarico di presidente dell’Egitto, Barack Obama decise di rivolgere l’attenzione al Pakistan dove c’era problema che si stava aggravando. Raymond Davis, un ex soldato delle Forze Speciali degli Stati Uniti, armato di una pistola semi-automatica Glock, mentre da solo nel suo veicolo circolava in un distretto povero di Lahore, la seconda città più grande del Pakistan, sparò e uccise due Pakistani che dichiarò lo avessero minacciato con le armi. (Uno era stato chiaramente colpito alla schiena). Secondo quanto viene riferito, Davis uscì dal veicolo, sparando con la sua pistola, poi fotografò i corpi morti e chiese appoggio. Il veicolo che rispose alla richiesta mentre correva a grande velocità verso il luogo dell’accaduto, investì un motociclista e lo uccise e poi scappò. (In seguito, la moglie di uno dei Pachistani uccisi che Davis aveva ucciso, si suicidò ingerendo veleno per topi).

La polizia pachistana portò in custodia cautelativa Davis con un’auto stracolma di uno strano equipaggiamento. Nessuno si dovrebbe meravigliare che questo non era un insieme di circostanze che di suscitare benevolenza in una popolazione già alienata dai suoi supposti alleati americani. Infatti creò un furore popolare quando i Pakistani reagirono a quella che sembrava la definizione di impunità imperiale, specialmente quando il governo degli Stati Uniti, dichiarando che Davis era “un funzionario tecnico e amministrativo”, assegnato al consolato americano di Lahore, chiese il suo rilascio per motivi di immunità diplomatica e prontamente cominciò a fare pressioni su un governo già debole e impopolare per aver perso aiuto ed appoggio.

Il Senatore John Kerry fece una visita frettolosa a Latore, ci fu uno scambio di telefonate, e nella aule del Congresso si levarono minacce di tagli dei fondi americani. Nonostante tutto quello che stava accadendo in altre parti del mondo, e nel Pakistan in tumulto, i funzionari americani trovarono difficile immaginare che i Pakistani pieni di gratitudine non si sarebbero piegati. Il 15 febbraio, mentre il Medio Oriente era in fiamme, il Presidente Obama intervenne facendo sentire il suo peso e peggiorò le cose: “In riferimento a Mr Davis, nostro diplomatico in Pakistan,” disse, “abbiamo un semplice principio da osservare: ogni nazione che fa parte della Convenzione di Vienna per le Relazioni Diplomatiche ha sempre mantenuto in passato e che e dovrebbe mantenere in futuro ed è che se i nostri diplomatici sono in un’altra nazione, non sono soggetti a un processo di quella nazione”.

I Pakistani si sono rifiutati di cedere a quel “semplicissimo principio” e poco tempo dopo “il nostro diplomatico in Pakistan” fu identificato dal quotidiano britannico The Guardian come ex dipendente della Blackwater e attuale dipendente della CIA. Il giornale ha riferito che Davis era coinvolto nella guerra segreta di quella Agenzia di intelligence in Pakistan. Quella guerra, specialmente gli attacchi segreti con i drone (aerei senza pilota) molto strombazzati e molto costosi nelle aree tribali pachistane di confine i cui vantaggi sono stati super pubblicizzati a Washington, continua a produrre delle conseguenze in modi che gli Americani preferiscono non capire.

Naturalmente, il presidente americano sapeva che Davis era un agente della CIA, anche quando lo chiamava “il nostro diplomatico”. Come risultò in seguito, anche il New York Times e altre pubblicazioni americane, lo sapevano. Si astennero però dallo scrivere articoli sulla vera posizione di Davis, obbedendo alla richiesta dell’amministrazione Obama e continuarono a dare notizie (in modo evasivo, se non semplicemente falso) sul caso. Visto che cosa sta succedendo in Afghanistan e in Pakistan, questi modo di fare non rappresentano né un modo sensato di fare politica né un giornalismo sensato. Se al defunto Chalmers Johnson, grazie al quale la parola blowback (2) è entrata nel nostro linguaggio quotidiano, capitasse per caso di guardare da una nicchia in cielo alla politica americana, sarebbe essere spiacevolmente divertito dal modo stupido in cui i nostri più alti funzionari continuano allegramente a cercare di angariare i Pachistani.

4. Nel frattempo, il 18 febbraio (parliamo di nuovo di Afghanistan), il Dipartimento del Tesoro degli Stati Uniti, ha imposto sanzioni su “una delle più grandi case di cambio di quella nazione” accusandola di “usava miliardi di dollari che entravano e uscivano dal paese, per aiutare a nascondere i profitti delle vendite illegali di droga“.

Ecco come Ginger Thompson e Glissa J. Rubin del New York Times hanno inserito questa azione in un contesto: “Questa mossa fa parte di una delicata azione di bilanciamento da parte dell’amministrazione Obama che mira a usare le maniere forti nei confronti della corruzione che raggiunge i più alti livelli del governo afgano senza sviare gli sforzi per la contro insurrezione che dipendono dalla collaborazione di Karzai“.

In un mondo nel quale la parola di Washington sembra viaggiare sempre meno lontano e con sempre minore autorità, la replica a questa descrizione fatta in stile “camera ad eco“, e specialmente l’immagine centrale “una delicata azione di bilanciamento” sarebbe, no, no, per niente. In riferimento a una nazione che è il principale narco-stato del pianeta, che cosa potrebbe essere “delicato”? Se si voleva descrivere il rapporto bizzarro, e contorto dell’amministrazione Obama con il presidente Karzai e il suo popolo, parole come “contorto”, “confuso” e “ipocrita” dovrebbero essere tirate fuori. Se prevalesse il realismo, l’espressione “squilibrio indelicato” sarebbe più appropriata.

5. Infine, il giornalista Dexter Filkins ha scritto di recente un pezzo straordinarioIl furto dell’Afghan Bank”, nella rivista The New Yorker che tratta degli imbrogli che hanno portato sull’orlo del collasso la Kabul Bank, una delle istituzioni finanziarie più importanti. Mentre finanziavano Hamid Karzai e i suoi compari facendogli scivolare in tasca sconcertanti somme di denaro, i funzionari della banca di fatto scapparono via con i depositi dei loro clienti. (Immaginate che la Kabul Bank sia il Bernie Madoff (3) istituzionale dell’Afghanistan). Nel suo articolo, Filkins cita un anonimo funzionario americano che ha parlato degli avvenimenti loschi che aveva osservato: “Se questo paese fosse l’America, a quest’ora sarebbero state arrestate cinquanta persone“.

Considerate questa linea di condotta che viene seguita come la versione in una camera ad eco di una stand-up comedy (è uno spettacolo di umorismo recitato da un solo attore che sta in piedi sulla scena N.d.T.) e anche come l’esortazione a ricordare che soltanto i cani arrabbiati e gli Americani stanno fuori al sole afgano. Come tanti Americani che sono ora in Afghanistan, anche quel povero diplomatico ha bisogno di essere riportato a casa e presto. Ha perso il contatto con la natura del suo paese che sta cambiando. Mentre ci vantiamo che il nostro dovere è di portare “la costruzione della nazione” e il “buon governo” agli afgani ottenebrati, in patria gli Stati Uniti si stanno distruggendo, la democrazia è di fatto andata “via col vento”, stanno avendo un giorno di spasso, la Corte Suprema ha assicurato che massicci afflussi di denaro guideranno le prossime elezioni e che i più grossi truffatori potranno a giocare le loro carte di “uscire liberi dalla prigione” in qualsiasi momento lo vogliano. Di fatto il racket della Kabul Bank – un grosso affare in una società completamente impoverita è uno spettacolo di contorno minore paragonato a quello che le banche americane, le commissioni, e le compagnie di assicurazione e ipotecarie ed altre istituzioni finanziarie hanno organizzato per mezzo dei loro Ponzi schemes (4), quando, nel 2008, hanno trascinato alla catastrofe l’economia degli Stati Uniti e quella di tutto il mondo.

E nessuno degli individui responsabili è andato in carcere, soltanto le persone ormai fuori moda che avevano usato i Ponzi schemes, come Madoff. Nessuno di loro ha almeno subito un processo.

Proprio l’altro giorno, i procuratori federali hanno lasciato cadere uno degli ultimi possibili casi della catastrofe del 2008. Angelo R. Mozilo, ex-presidente della Countrywide Financial Corporation, che un tempo è stata la più importante compagnia di prestiti ha dovuto risolvere una causa civile per i suoi guadagni illeciti ottenuti nella debacle di 67,5 milioni di dollari dei mutui subprime, ma, come era accaduto ai suoi pari, nessuna imputazione di reato sarà formulata a suo carico.

Non siamo brave persone

Immaginate questa situazione: per la prima volta nella storia un movimento di Arabi che dà l’esempio agli Americani del Wisconsin e forse anche in altri paesi. Proprio adesso, in altre parole, c’è qualche cosa di nuovo sotto il sole che non è stato inventato da noi. Non è nostro. Non siamo – trattenete il respiro adesso – neanche le brave persone. Le brave persone sono coloro che chiedevano la libertà e la democrazia nelle strade delle città medio orientali, mentre gli Stati Uniti realizzavano un altro di quei indelicati equilibri in favore dei delinquenti che abbiamo appoggiato per tanto tempo in Medio Oriente.

Alla storia ora si sta dando un’altra forma e i maggiori eventi degli ultime anni del secolo americano accorciato – la Guerra del Vietnam, la Guerra Fredda, perfino l’11 settembre – in questo momento possono venir rimpiccioliti da questo nuovo momento storico. E tuttavia, nella camera ad eco americana, lentamente appaiono delle nuove idee su questi sviluppi. Nel frattempo, la nostra nazione assediata, confusa, disturbata, con le sue infrastrutture che stanno invecchiando, che si stanno degradando, è sempre meno il modello per tutti dappertutto (sebbene, ancora una volta, qui non si saprebbe). Dimentico degli eventi, Washington chiaramente intende combattere le sue guerre perpetue e presidiare le sue basi militari perpetue, creando un sempre maggior blowback e destabilizzando ancora altri paesi, fino ad auto divorarsi. Questa è la definizione di declino tutto-americano in un mondo inaspettatamente nuovo. Sì, i denti possono ben essere piantati nelle giugulari, ma di chi sono i denti e di chi sono le giugulari resta aperto alle congetture, checché ne pensi il generale Petraeus.

Mentre il sole raggiunge il punto più alto sull’orizzonte del mondo arabo, l’oscurità scende sull’America. Nella penombra, Washington continua a giocare le carte che una volta distribuiva, alcune dal fondo del mazzo, anche quando gli altri giocatori stanno lasciando il tavolo. Nel frattempo, in un posto lontano della terra, si possono udire soltanto deboli ululati. E’ l’ora del pasto e l’odore del sangue è nell’aria. State attenti!

(1) Greater Middle East: è un termine politico coniato dall’amministrazione Bush per denominare un insieme di varie nazioni che fanno parrte del mondo Musulmano, specificamente: Iran, Turchia, Afghanistan e Pakistan. Delle volte vi sono comprese vari paesi dell’Asia Centrale. Talvolta il Greater Middle East viene anche denominato “Il nuovo Medio Oriente o “Il grande progetto del Medio Oriente”: http://en.wikepedia.org/wiki/greater_Midddle_East.

(2) Blowback: neologismo coniato dalla CIA per descrivere le conseguenze non previste di operazioni segrete. Quando la gente non sa che c’è in corso una certa operazione, le conseguenze arrivano come una sorpresa che non ha una causa. Può anche indicare una rappresaglia causata da azioni intraprese dalle azioni.

(3) Bernard Madoff: è un imprenditore statunitense accusato di una delle più grandi frodi finanziarie di tutti i tempi.

(4) Schema Ponzi: è un modello economico truffaldino di vendita che permette forti guadagni alle vittime a patto che queste reclutino nuovi “investitori”, loro volta vittime della truffa.

Tom Engelhardt, cofondatore del American Empire Project (Progetto per un impero americano) dirige il The Nation Institute dove questo articolo è apparso pèr la prima volta. Il suo ultimo libro, The American Way of War: How Bush’s Wars Became Obama’s, (Il modo americano di fare la guerra: come le guerre di Bush sono diventate quelle di Obama – Haymarket Books) è stato pubblicato di recente.

(Traduzione di Maria Chiara Starace)

da Tom Engelhardt, ZNETITALY

Annunci

2 commenti

  1. […] Articolo:  Un declino tutto americano in un mondo nuovo Aggregato il   4 marzo, 2011 nella categoria Banche, Finanziamenti, Online, Prestiti, […]

  2. […] Un declino tutto americano in un mondo nuovo « […]


Comments RSS TrackBack Identifier URI

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

  • RSS QUOTIDIANO RINASCITA

    • Si è verificato un errore; probabilmente il feed non è attivo. Riprovare più tardi.